Glossario



Suite inglese n. 4 in fa maggiore, BWV 809

Musica: Johann Sebastian Bach
  1. Prélude
  2. Allemande
  3. Courante
  4. Sarabande
  5. Menuet I
  6. Menuet II (re minore)
  7. Gigue
Organico: clavicembalo
Composizione: 1720 - 1722
Edizione: Hoffmeister & Kühnel, Lipsia, 1805

Guida all'ascolto (nota 1)

Anche per la storia della musica, come per i vini, sembrano esistere delle annate particolarmente buone: di tanto in tanto, per una imperscrutabile serie di circostanze fortunate e felici cui possiamo tranquillamente dare il nome di "caso", in un particolare anno si verifica la nascita non di un grande compositore, ma addirittura di due. A seconda delle nostre preferenze e delle nostre conoscenze di carattere enciclopedico, possono venire subito alla mente come esempio le annate 1797 (Schubert e Donizetti), 1810 (Chopin e Schumann), 1813 (Verdi e Wagner), 1874 (Schönberg e Ives), 1904 (Petrassi e Dallapiccola), 1925 (Berio e Boulez). Annate assolutamente eccellenti, non c'è dubbio, ma che devono tutte chinare il capo con devozione al 1685, vero e proprio anno monstre per aver dato i natali ad addirittura tre giganti della musica: Johann Sebastian Bach, Georg Friedrich Händel e Domenico Scarlatti.

Pur se accomunati dal fatto di essere coetanei, Bach, Händel e Scarlatti si sono formati e hanno operato in ambiti profondamente diversi dal punto di vista del contesto geografico e sociale, e si sono dedicati a generi e forme differenti con esiti diversissimi. Nell'ambito della sua produzione strumentale, Bach ha utilizzato in più occasioni, ma non sempre nello stesso modo, la forma della suite, praticamente ignorata, invece, da Scarlatti. Le sei Suites francesi (BWV 812-817), ad esempio, prevedono tutte - all'interno della canonica successione di quattro danze codificate: Allemande, Courante, Sarabande e Gigue - l'inserimento, fra la Sarabande e la Gigue, di due, tre e perfino quattro altre danze, le cosiddette "Galanterien": Menuet, Air, Anglaise, Gavotte, Bourrée, Laure, Polonaise.

Le sei Suites inglesi (BWV 806-811), invece, sono tutte aperte da un Prélude (forse aggiunto in un secondo momento) - che, con l'eccezione di quello della Suite n. 1, è notevolmente ampio - e prevedono prima della Gigue l'inserimento di una coppia di danze omologhe: Bourrée I e II, Gavotte I e II, Menuet I e II, Passepied I e II. Non sono certo queste differenze, tuttavia, ad aver dato vita e a giustificare il tìtolo di "francesi" e "inglesi" assegnato dalla tradizione, e non dall'autore, a queste composizioni. E se la qualifica di "francesi" può essere facilmente spiegata con l'origine stessa della forma della suite e con i titoli delle singole danze, quella di "inglesi" rimane più oscura: Forkel, alla luce della scritta che appare sull'intestazione della Suite n. 1 («fait pour les Anglois»), ipotizzava che Bach le avesse scritte per un nobile inglese, mentre altri hanno fatto risalire l'appellativo a una raccolta di Suites del francese Charles Dieupart pubblicata a Londra, che Bach conosceva assai bene, avendola copiata nota per nota secondo il suo abituale metodo di studio.

L'incertezza accompagna anche l'esatta datazione delle Suites inglesi che tuttavia possono essere fatte risalire con molta probabilità al periodo trascorso da Bach a Köthen e in particolare agli anni 1720-22. Sembra certo, comunque, che siano nate prima delle Suites francesi e che - a differenza di quest'ultime, destinate probabilmente al clavicordo - siano state scritte pensando alle risorse espressive e alle capacità tecniche di un clavicembalo.

La Suite inglese n. 4 in fa maggiore BWV 809 si apre con un Prélude dal tono sereno e scorrevole, caratterizzato da un ininterrotto fluire di semicrome, cui segue una pensosa Allemande, costruita sul gioco di alternanza fra una figurazione in duine e una in terzine; una breve Courante non basta a riportare verso le atmosfere del Prélude il tono generale del brano, che anzi nella lenta e intensa Sarabande che segue si fa ancora più assorto. Le cose non cambiano molto nemmeno nel successivo doppio Minuetto (Menuet I, Menuet II, Menuet I da capo) ed è solo nella Gigue conclusiva che la Suite ritrova lo slancio e la serena scorrevolezza del Prélude di apertura.

Carlo Cavalletti


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 22 maggio 1996

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Ultimo aggiornamento 29 giugno 2013
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