Glossario



Quartetto per archi n. 4 in do maggiore, BB 95, SZ 91

Musica: Béla Bartók
  1. Allegro
  2. Prestissimo, con sordino
  3. Non troppo lento
  4. Allegretto pizzicato
  5. Allegro molto
Organico: 2 violini, viola, violoncello
Composizione: Luglio - Settembre 1928
Prima esecuzione: Londra, 22 Febbraio 1929
Edizione: Universal Edition, Vienna, 1929
Dedica: Quartetto Pro Arte

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Di ritorno da una tournée concertistica negli Stati Uniti Bartók scrisse tra luglio e settembre del 1928 il Quarto Quartetto in do, eseguito per la prima volta a Budapest il 20 marzo 1929 dal Quartetto Waldbauer-Kerpely; fu dedicato al Quartetto Pro-Arte e pubblicato nel 1929. Esso consta di cinque tempi, di cui il primo (Allegro) sta in simmetria con il quinto (Allegro molto) per espliciti riferimenti tematici, mentre il secondo (Prestissimo, con sordino) e il quarto (Allegretto pizzicato) hanno carattere di scherzo, vivace e capriccioso. Al centro è collocato il terzo tempo (Non troppo lento), considerato come una specie di musica notturna con il canto declamante del violoncello, in un clima di malinconia pastorale. Al Quarto Quartetto si può applicare in particolare ciò che Boulez afferma sulla tecnica usata da Bartók per gli strumenti ad arco: «Egli sa utilizzare tutti gli effetti riguardanti gli archi, come i pizzicati che battono sulla tastiera e i suoni sul ponticello, e sa ammirevolmente dosare la mescolanza delle loro diverse sonorità. Inoltre l'arco ritrova per suo mezzo un vigore e un'aggressività d'attacco che la concezione romantica gli avevano fatto perdere ».

Il primo tempo del Quarto Quartetto è in forma di sonata, con l'esposizione, lo svolgimento e la riesposizione, seguita da un'ampia conclusione. Frammenti tematici, proposti prima dal violoncello e poi dai due violini, si congiungono e si intersecano fra di loro, in una continua tensione dinamica. Ripetizioni ostinate, bruschi arresti, grappoli di note costrette insieme da accordi impossibili, prodotti dal moto orizzontale delle parti, sostanziano lo svolgimento e la ripresa. Un ritmo rapido e asciutto domina nel Prestissimo, con sordino, dove si manifesta quell'inventiva musicale puntata sulle ripetizioni e sugli strappi sonori così tipica della fantasia bartokiana. Il terzo tempo è in tre parti: nella prima il violoncello svolge un recitativo, sullo sfondo di suoni uniformi realizzato dai due violini e dalla viola; nella seconda parte gli strumenti svolgono una serie di arabeschi leggeri e frizzanti, come ispirati ai canti degli uccelli; nella terza parte ritorna il canto del violoncello, ma senza fioriture e armonizzata a canone con il primo violino. Nell'Allegro pizzicato il quartetto sembra un concerto di chitarre, in quanto gli esecutori non usano l'arco. Nella melodia circolare che la viola presenta per prima, tra le strappate ritmiche degli altri strumenti, non è difficile ravvisare una trasformazione del rapido saliscendi che costituiva il tema dello scherzo precedente (Prestissimo, con sordino). Nel finale (Allegro molto) la violenza dell'attacco iniziale con i suoi ritmi marcati e ripetitivi fa pensare a certi passaggi del Sacre du printemps stravinskiano, pur nell'inconfondibile tono di pesante danza rustica. Il tema dei violini presenta analogie con l'attacco dell'Allegro del primo tempo, quasi a sottolineare la cellula da cui è nata l'intera composizione, ritenuta da molti studiosi uno dei punti più alti dell'arte bartokiana.

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

«Nell'itinerario dell'opera bartokiana, disuguale e incostante, con improvvise cadute e riprese altrettanto improvvise e violente, la traccia di un impegno creativo più coerente e più organico è costituita dal gruppo dei sei quartetti, sparsi fra gli anni 1908 e 1939. E' come dire che, indipendentemente dagli eccezionali lavori dei suoi ultimi quindici anni, nei quartetti è sempre consegnato, di un periodo, di una particolare esperienza, il miglior Bartók, il più valido e intransitorio. Tanto per citare un esempio, il IV quartetto è del 1928 come la prima Rapsodia per violino e pianoforte, opera questa tanto facile e futile quanto quella è invece ricca di intenzioni e di vivi presagi dell'opera seguente; diversità poi addirittura contrastante nei modi tecnici e, diciamo così, lessicali » (Guido Turchi).

Nel IV quartetto il compositore magiaro, se da una parte trae le estreme conseguenze dalle premesse contenute nel III (soprattutto la preferenza per una linearità melodica ad intervalli ristretti o a gradi congiunti su scale di vario tipo), dall'altra inaugura con più marcata evidenza il «principio architettonico fondato sull'unità di tutte le parti in una stessa opera», com'ebbe a esprimersi il Leibowitz. Esigenza costruttiva, che darà i maggiori e più compiuti frutti nei due successivi quartetti per i quali si parlò di un predestinato incontro di Bartók con l'ultimo Beethoven.

Il presente quartetto consta di cinque movimenti: quattro sono collegati in una duplice arcata che sottende, al centro, il terzo movimento. Infatti le connessioni tematiche si hanno tra il 1° e il 5° movimento, legati anche dalla identica tonalità di do, e tra il 2° e il 4° movimento. In questi ultimi due la tonalità si porta, rispettivamente, ad una terza sopra (mi) e ad una terza sotto (la). Inoltre la figura tematica del 2° movimento, cioè del vorticoso Prestissimo con sordino, costituita di brevi saliscendi cromatici, si converte nel 4° (Allegretto pizzicato) in altrettanti piani inclinati diatonici. Nel caso di questo Allegretto si tratta di un autentico pezzo di bravura che vede gli strumentisti rincorrersi l'un l'altro con pizzicati semplici o multipli, simultanei o arpeggiati, a strappo o ribattuti, sulla tastiera o sul ponticello, e sempre sotto l'inesorabile pungolo di sincopati, di contrattempi, di strette imitazioni.

Nel movimento di centro del quartetto, Non troppo lento, affiora una delle più tipiche costanti ispirative di Bartók, particolarmente dell'ultimo Bartók: la poesia della notte, cioè, con la sua atmosfera ora sospesa e immota, ora traversata da estrosi potremmo dire rapsodici fremiti sonori che talvolta salgono a canto, in forma qua di monologo (tale il violoncello sull'inizio), più oltre di fiorito dialogo o di gorgheggi, forse d'usignoli. Pagina, insomma, che ferma uno dei più alti momenti di quella creatività timbrica di che fiorisce l'arte strumentale bartokiana.

Giorgio Graziosi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 15 gennaio 1981
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Eliseo, 5 febbraio 1962

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Ultimo aggiornamento 28 marzo 2015
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