Glossario



Die Weihe des Hauses" (La consacrazione della Casa), op. 124

Ouverture in do maggiore per orchestra

Musica: Ludwig van Beethoven
Organico: 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, timpani, archi
Edizione: Schott, Magonza 1825
Dedica: Principe Galitzin

Guida all'ascolto (nota 1)

Nell'estate 1822 Beethoven ricevette la commissione per scrivere le musiche di scena di un lavoro teatrale destinato ad inaugurare il teatro della Josephstadt di Vienna, appena restaurato ed affidato all'impresario Carl Friedrich Hensler, un noto commediografo che era anche direttore del Theater an der Wien. La scarsità del tempo a disposizione - l'inaugurazione era fissata per il 3 ottobre - indusse il musicista e l'impresario a fare ricorso a un lavoro già pronto, le musiche di scena scritte da Beethoven nel 1811 per l'apertura del nuovo teatro tedesco di Pest, e note sotto il titolo di Die Ruinen von Athen (Le rovine d'Atene). Si trattava di una Ouverture e otto brevi numeri musicali - pubblicati a distanza di anni come op. 113 - destinati ad accompagnare una trama allegorica imbastita da Kotzebue, che vedeva Minerva risvegliarsi dopo 2000 anni, fuggire dalle rovine di Atene e da quelle di Roma per rifugiarsi a Pest, nuova culla della civiltà, grazie alla protezione dell'imperatore Francesco I. Questo argomento venne del tutto rimaneggiato per il nuovo lavoro dal drammaturgo Carl Meisl, che evocò un altro personaggio mitologico, Tespi, con il suo carro, in cerca di un luogo idoneo per celebrare la sua arte; Apollo conduce così il padre di tutti i teatranti sulle rive del Danubio, e gli mostra il teatro di Vienna, nel quale un sommo sacerdote consacra la nuova casa dell'arte. Per questa pièce di circostanza Beethoven riciclò tali e quali quasi tutti i numeri delle vecchie "Rovine d'Atene", limitandosi a cambiare le parole, a rielaborare una Marcia con coro (poi pubblicata a parte come op. 114), ad aggiungere un coro danzato del tutto nuovo, e a sostituire la vecchia Ouverture, giudicata inadeguata, con una nuova di zecca ed assai più impegnativa. Peccato che, per il 3 ottobre, proprio questa pagina non fosse ancora pronta, sì che la pièce andò in scena senza il pezzo migliore.

L'Ouverture, infatti, si staglia nettamente rispetto agli altri pezzi di circostanza, imponendosi come uno dei brani più importanti e significativi di un autore che, nello stesso momento creativo, andava elaborando la Nona Sinfonia e la Missa Solemnis. A questa Ouverture, pubblicata come op. 124, è apposto il titolo dell'intera pièce, Die Weihe des Hauses, tradotto solitamente come "La consacrazione della casa", laddove una traduzione più aderente sarebbe quella di "L'inaugurazione del teatro"; e infatti non di rado, ai nostri giorni, in ricordo della destinazione originaria, questa pagina viene usata nell'inaugurazione di nuovi teatri e sale da concerto. Per comprendere nella giusta luce il contenuto musicale della partitura occorre rifarsi alla testimonianza di Schindler, amico e confidente del maestro, secondo il quale Beethoven gli avrebbe parlato di due temi, uno da svolgere liberamente (e poi scartato), l'altro (poi prescelto) da trattare in stile fugato alla maniera di Händel. Più in generale, secondo Schindler, "il maestro aveva lungamente accarezzato il progetto di comporre una Ouverture in stretto stile contrappuntistico e, in modo particolare, in stile händeliano".

A differenza della musica di Bach, la cui circolazione era legata a stretti circoli di intenditori, e rimaneva comunque assai parziale, la musica di Händel aveva conosciuto, a cavallo del secolo, una certa diffusione, non solo in Inghilterra, dove erano invalse le esecuzioni oceaniche del Messiah e di altri lavori, ma anche nei paesi tedeschi, dove fra l'altro ebbe ampia circolazione una edizione a stampa dell'integrale di Händel varata da Samuel Arnold, di cui uscirono 180 volumi fra il 1787 e il 1797, edizione largamente incompleta ma comunque indicativa di una tendenza. Lo stesso Mozart, che negli ultimi anni di vita aveva trascritto ben quattro Oratori di Händel, aveva subito, nella Zauberflöte e nella Clemenza di Tito, la netta influenza dello stile cerimoniale dei cori händeliani. Logico che anche Beethoven rimanesse coinvolto nell'ammirazione per il genio di Händel, e che, chiamato ad onorare una circostanza solenne, si richiamasse allo stile celebrativo per eccellenza. Ecco dunque che l'Ouverture di Die Weihe des Hauses possiede come elemento centrale proprio quello contrappuntistico, con l'inseguimento delle voci in una scrittura fugata; ma c'è anche la ricerca di sonorità grandiose e solenni, tipiche di un certo modo di intendere la musica di Händeldel. Tuttavia sarebbe un errore considerare questo come un pezzo à la manière de; al contrario, vi è una completa assimilazione e rielaborazione dello stile di Händel, che si qualifica come operazione di grande consapevolezza intellettuale, un gioco di specchi fra passato e presente.

Basterebbe ascoltare la lunga introduzione dell'Ouverture, che da sola avvicenda diverse sezioni consequenziali, che sfociano naturalmente l'una nell'altra; abbiamo dapprima un Maestoso e sostenuto che, dopo alcuni accordi orchestrali, espone un tema innodico per gradi congiunti, e lo riprende portandolo verso una esaltazione; poi è la volta della sezione Un poco più vivace, con una brillante fanfara di trombe e timpani contrappuntata dai fagotti; quindi giunge un Meno mosso interamente staccato, che presto cede a un passaggio intimo dei soli archi; una progressiva accelerazione porta all'Allegro con brio che è il vero nucleo dell'Ouverture. Manca, in questo Allegro con brio, quella dialettica tematica che ha reso celebre la quasi totalità delle Ouvertures di Beethoven, e c'è piuttosto la capacità di illuminare in modo sempre diverso un assunto di base, che è quello di fondare la scrittura sinfonica sull'uso del contrappunto - come nell'Ouverture della Zauberflöte o nel finale della Sinfonia Jupiter di Mozart - partendo da un soggetto di fuga scattante che si combina con un secondo soggetto sincopato e da luogo a una complessa elaborazione. Sotto il profilo formale, non si tratta di una forma sonata propriamente detta, né di una fuga, ma di un contenitore in cui entrambe queste forme convivono, per una generale divisione (esposizione, sviluppo, riesposizione, coda) e per l'uso di stretti ed altri artifici contrappuntistici. Nell'insieme la mirabile Ouverture è un unicum in tutto il catalogo di Beethoven, come anche nell'intera epoca che la vide nascere, una profetica esposizione di quella coscienza storicistica destinata a fiorire solo a distanza di molti decenni.

Arrigo Quattrocchi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorium Parco della Musica, 3 maggio 2003

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