Glossario



Fantasia per pianoforte in sol minore, op. 77

Musica: Ludwig van Beethoven
Organico: pianoforte
Composizione: 1809
Edizione: Clementi, Londra 1810
Dedica: Conte Brunsvik

Guida all'ascolto (nota 1)

La Fantasia op. 77 in sol minore/si maggiore venne composta da Beethoven nel 1809 e pubblicata l'anno successivo presso l'editore Breitkopf & Härtel di Lipsia con la dedica al conte von Brunswick. Si pone, all'interno dell'opera beethoveniana del periodo, come un corpo estraneo, quasi un reperto arcaico, tale è la differenza con le maggiori composizioni coeve. Un reperto arcaico anche perché la sua costituzione sembra ricollegarsi a quell'Empfindsamer Stil che venne coltivato nella seconda metà del Settecento nella Germania settentrionale, in particolar modo da due dei figli di Bach, Wilhelm Friedemann e Carl Philipp Emanuel. Beethoven conosceva molto bene le loro opere poiché il suo maestro a Bonn, Christian Gottlob Neefe, era un grande ammiratore di Philipp Emanuel di cui Beethoven copiò e portò con sé a Vienna almeno due delle sue Sonate Württemberghesi. L'Empfindsamer Stil ricercava una totale rispondenza della musica alle mutevoli passioni e disposizioni dell'animo e si tradusse in composizioni estremamente irregolari, caratterizzate da continui e improvvisi scarti espressivi senza una grande attenzione per i contorni formali.

Secondo uno degli allievi di Beethoven - Carl Czerny - la Fantasia op. 77 rispecchia in modo autentico l'arte dell'improvvisazione del grande compositore. E l'improvvisazione all'epoca era uno dei passaggi d'obbligo per un virtuoso della tastiera, veste nella quale Beethoven si presentò a Vienna quando conquistò i mecenati aristocratici della capitale asburgica, un viatico essenziale per la carriera del musicista di allora. E Vienna alla fine del XVIII secolo era una città di pianisti, se ne contavano più di trecento in continua lotta tra di loro. Beethoven, di carattere sospettoso di natura, era molto geloso del suo stile di improvvisazione temendo che altri pianisti potessero imitarlo. La pubblicazione di quest'opera è quindi anche un segno di come ormai nel primo decennio del XIX secolo, la sua posizione sugli altri musicisti della città fosse di netta supremazia.

La composizione è veramente singolare con i suoi continui e bruschi scarti iniziali, alla ricerca di una stabilità che stenta a trovare. Anche l'assetto armonico-tonale non sempre chiaramente definito contribuisce all'instabilità complessiva del brano costituito da un unico movimento che si può dividere in due parti. La prima, più rapsodica, alterna elementi contrastanti, veloci scale a brevi temi cantabili, per poi essere sviluppata all'insegna del pianismo brillante tardo-settecentesco con una serie di tempi veloci. La composizione trova un maggiore equilibrio nella seconda parte in cui viene più ampiamente sviluppato un medesimo episodio, attraverso sempre più elaborate e brillanti ornamentazioni del tema principale che, non senza un breve ritorno degli elementi iniziali, portano il brano alla sua conclusione.

Andrea Rossi Espagnet


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Sala Casella, 19 febbraio 1998

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Ultimo aggiornamento 2 gennaio 2015
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