Glossario



Quartetto per archi n. 10 in mi bemolle maggiore, op. 74 "delle arpe"

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Poco Adagio. Allegro (mi bemolle maggiore)
  2. Adagio ma non troppo (la bemolle maggiore)
  3. Presto (do minore)
  4. Allegretto con variazioni
Organico: 2 violini, viola, violoncello
Composizione: 1809
Edizione: Breitkopf & Härtel, Lipsia 1810
Dedica: Principe Lobkowitz

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

I diciassette Quartetti per archi di Beethoven (inclusa anche la Grande Fuga, destinata in origine al Finale dell'op. 133) si possono dividere in gruppi corrispondenti ai più importanti periodi dell'evoluzione artistica del compositore. L'op. 18, comprendente sei Quartetti che vanno dal 1797 al 1801, appartiene alla giovinezza e alla prima maturità del musicista. I tre Quartetti dell'op. 59 e quello dell'op. 74, in programma stasera, si collocano nella fase centrale della creazione beethoveniana, comprendente le più significative opere pianistiche e sinfoniche, senza contare i Trii e il Fidelio. Nel Quartetto op. 95 si avverte nel compositore una fase di transizione verso traguardi più elevati e complessi sotto il profilo stilistico e spirituale. Si giunge così ai Quartetti op. 127, op. 130, op. 132 e op. 135, dove il pensiero speculativo ed estetico di Beethoven tocca vertici espressivi tra i più alti ed emblematici della storia della musica.

Il Quartetto in mi bemolle maggiore op. 74 fu scritto nel 1809 e pubblicato l'anno successivo con dedica al principe Franz Joseph Lobkowitz. L'elemento strutturale caratteristico che ha procurato al componimento l'appellativo di "Quartetto delle arpe", ossia le ricorrenti figurazioni in pizzicato, appare sin dall'undicesima misura, attraversando la fascia armonica di accordi ribattuti, per poi dominare lo sviluppo e la ripresa. Il Quartetto si apre con una introduzione dal tono interrogativo che sfocia poi nell'Allegro, concepito come una risposta ferma e decisa. A parte il già citato gioco del pizzicato, un particolare rilievo assume la frase finale della cadenza nella tonalità di si bemolle maggiore. Verso la conclusione del movimento il primo violino dispiega le ali verso un volo solistico, sul pizzicato degli altri tre strumenti, poi trasformato in dialogo tra il secondo violino e la viola.

L'Adagio ma non troppo è contrassegnato da una melodia pura e lineare, espressione di uno stato d'animo di pensosa riflessione realizzato dalle armonie del violoncello e del primo violino. Il canto si snoda con varietà di accenti e di abbellimenti che passano da uno strumento all'altro, sino a concludersi in una lenta e dolce dispersione di voci. Il Presto del terzo tempo in do minore si richiama alla perentorietà tematica della Quinta Sinfonia, quella del destino che batte alla porta. Successivamente il movimento diventa più vario e colorito e genera un breve episodio lirico del primo violino. Il Trio (Più presto, quasi prestissimo) ha un piglio energico e vivace, improntato ad una spensierata freschezza di sentimenti. Il Quartetto si conclude con sei variazioni su un tema innocentemente liederistico, razionalmente disegnato e sviluppato da Beethoven nei suoi aspetti melodici, timbrici e ritmici. Prima viene enunciato il tema nelle sue due parti e decorato nella prima variazione in una serie di imitazioni per moto contrario. La seconda variazione ha un andamento dolcemente tranquillo, pur rimanendo fedele al periodare ritmico del tema. La terza variazione denuncia una fisionomia più tagliente e vigorosa nel contrappunto fra i quattro strumenti. Nella quarta variazione emerge il canto del primo violino, come un semplice e delicato Lied. La quinta variazione accentua il vigore della trama armonica. La sesta variazione (Un poco più vivace) si divide in due parti, di cui la seconda si presenta più libera nei suoi passaggi tonali e imprime al discorso musicale un ritmo più vivace ed impetuoso, sfociante nell'Allegro delle ultime battute del Quartetto.

Ennio Melchiorre

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

L'ansia di sperimentalismo che aveva trovato esiti così equilibrati e articolati nel polittico dell'opera 59 doveva spingere Beethoven a tornare al quartetto d'archi a breve distanza, e senza una precisa spinta che non fosse quella di una nuova ricerca. Nascono così, fra il 1809 e il 1810, altri due quartetti, ciascuno dei quali in posizione isolata - op. 74 e op. 95 - che per la loro attitudine a ripercorrere le conquiste dell'opera 59 nel senso di una maggiore asciuttezza e sobrietà, con scelte che possono apparire enigmatiche, si qualificano come tipiche opere di transizione.

Del 1809 è il Quartetto in mi bemolle maggiore op. 74 - pubblicato l'anno seguente con dedica al principe Lobkowitz - che si apre con una introduzione in Poco Adagio, intima ed espressiva ma interrotta da improvvisi fortissimo; si giunge così all'Allegro in forma sonata; alla melodia iniziale fa seguito un pizzicato diviso fra i violini, che ha fatto attribuire al lavoro il suo nomignolo di «quartetto delle arpe»; ma ciò che colpisce in questa esposizione è soprattutto il fatto che la sua concisione lascia spazio a un continuo avvicendamento di idee eterogenee, plasticamente avvicendate con calcolo perfetto. Nello sviluppo, dove riappaiono i pizzicati, si impone soprattutto il senso modernissimo di fascia sonora che cambia continuamente colore; e non caso, dopo la riesposizione, ritornano nella coda i pizzicati e l'idea di fascia sonora, sostenuta dagli arpeggi concertanti del primo violino.

Come tempo lento troviamo un Adagio ma non troppo in forma di rondò, affidato prevalentemente al ruolo cantabile del primo violino, il cui refrain torna impreziosito ad ogni nuova apparizione, grazie anche alle mutate figurazioni di accompagnamento e alla nuova disposizione strumentale; eppure la mirabile successione delle situazioni di questo tempo assume l'aspetto di una peregrinazione presaga degli enigmatici squarci lirici degli ultimi Quartetti. Forte è il contrasto con lo Scherzo, un Presto, dove il ritmo di tre note contro una e la tonalità di do minore si riallacciano alla Quinta Sinfonia; ma il vero senso del movimento risiede in quel «leggieramente» che l'autore appone come indicazione, e che si traduce in una sorta di danza macabra, interrotta dal trio Più presto quasi prestissimo, di trascinante ruvidezza; le riesposizioni sono interamente scritte.

Come già nel Quartetto op. 59 n. 3, la coda dello Scherzo immette direttamente nel finale, che è in questo caso un Allegretto con variazioni; scelta strana quella di concludere la forma nobile del quartetto con un movimento che era in genere considerato più facile ed intrattenitivo; ma proprio in questa apparente contraddizione vediamo la volontà di attribuire contenuti più complessi alla variazione. La pura cantabilità e il carattere ingenuo del tema sono proprio le premesse per un suo sfruttamento migliore; la prima variazione è in arpeggi staccati, la seconda vede emergere l'accompagnamento della viola, la terza contrappone le scale di violoncello e secondo violino ai contrattempi di viola e primo violino, la quarta torna a una dolce cantabilità, la quinta gioca sul contrasto ritmico fra il violino e gli altri strumenti, la sesta è un lento dipanarsi di linee in pianissimo e porta a una coda giocata sulla progressiva intensificazione ritmica e su un brillante Allegro, concluso umoristicamente in pianissimo. Come si vede, emerge una organizzazione del materiale di estrema razionalità, lontana da qualsiasi tentazione di decorativismo.

Arrigo Quattrocchi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 13 Novembre 1992
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 24 febbraio 2000

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Ultimo aggiornamento 1 febbraio 2015
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