Glossario



Quartetto per archi n. 3 in re maggiore op. 18 n. 3

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Allegro
  2. Andante con moto (si bemolle maggiore)
  3. Allegro
  4. Presto
Organico: 2 violini, viola, violoncello
Edizione: Mollo, Vienna 1801
Dedica: Principe Franz Joseph Maximilian von Lobkowitz

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

I Quartetti per archi di Beethoven sono complessivamente sedici, più la Grande fuga che in origine costituiva il finale dell'op. 133. Secondo un criterio non solo cronologico, ma di valutazione critica, accettato in linea di massima dagli studiosi della musica beethoveniana, i Quartetti si possono classificare in tre gruppi distinti: i sei Quartetti dell'op. 18 (1798-1800), che risentono l'influenza del modello haydniano e mozartiano; i Quartetti del secondo periodo e della maturità, raggruppati nell'op. 59, n. 1-3, (1805-1806), nell'op. 74 (1809) e nell'op. 95, (1810); e infine negli ultimi Quartetti scritti tra il 1822 e il 1826, comprendenti le op. 127, 130, 131, 132, 133 e 135. In questi tre momenti della produzione quartettistica si riflette tutta la parabola artistica del compositore, dalla fase iniziale dell'op. 18, quando è alla ricerca dì uno stile personale e si tormenta per raggiungere la più aderente espressione del proprio io interiore fino alle più ardite soluzioni armoniche e formali racchiuse nelle ultime opere cameristiche beethoveniane. In più, nel Quartetto per archi, il genere che il musicista predilesse e coltivò intensamente insieme alla Sonata per pianoforte, l'artista racchiuse i suoi pensieri più intimi e riservati, così da toccare spesso la forma del soliloquio. Non per nulla Paul Bekker, uno dei più documentati biografi del maestro di Bonn, così scrive nell'esaminare la struttura e la fisionomia dei vari Quartetti, specie quelli appartenenti al cosiddetto terzo stile: «Questa musica da camera per strumenti ad arco è veramente l'asse della psiche creativa di Beethoven, intorno al quale tutto il resto si raggruppa a guisa di complemento e di conferma. Nei Quartetti si rispecchia tutta la vita del musicista, non sotto l'aspetto di confessione personale, quasi di diario, come nell'improvvisazione delle sonate, non nella grandiosa forma monumentale dello stile sinfonico, bensì nella contemplazione serena, che rinuncia all'aiuto esteriore della virtuosità e alla monumentalità delle masse sonore dell'orchestra e si limita alla forma, semplice e priva di messa in scena, di colloqui tra quattro individualità che tra di loro si equivalgono».

I sei Quartetti dell'op. 18 furono pubblicati nel 1801 e dedicati al principe Lichnowsky, che li apprezzò molto dopo averli ascoltati, tanto da assegnare al compositore 600 fiorini annui e regalargli anche quattro preziosi strumenti ad arco: un violino e un violoncello di Guarneri costruiti a Cremona fra il 1712 e il 1718, un secondo violino di Nicola Amati fatto nel 1667 e una viola di Vincenzo Ruger costruita nel 1690. Il terzo Quartetto in re maggiore è cronologicamente il primo dell'op. 18, dato che i suoi schizzi, secondo alcuni esegeti dell'opera beethoveniana, risalgono al 1798. Esso è improntato ancora allo spirito settecentesco, sulla linea della tradizione di Haydn e di Mozart, come è stato già sottolineato: il tessuto sonoro è particolarmente trasparente e l'Allegro, aperto da una sognante melodia del primo violino, sembra voler recuperare un ideale di pura e disincantata cantabilità. In questo caso Beethoven cerca di isolare la voce del primo violino, lasciando agli altri strumenti una semplice funzione di rincalzo, secondo una consuetudine che risale allo stile galante. Tutto scorre con limpida omogeneità espressiva, ancora lontana da qualsiasi impronta dialettica e a forti chiaroscuri, così tipica delle composizioni successive del musicista. L'Andante con moto può definirsi una tranquilla conversazione a quattro, nel pieno ossequio al modello reso perfetto e consacrato dai suoi predecessori. Di gusto mozartiano è anche l'Allegro del terzo tempo in tre quarti che funge da minuetto e recupera nel Trio il carattere elegante e scorrevole del primo movimento, senza lasciare intravedere il travolgente vitalismo e la vivacità umoristica e brillante, tanto emblematici nella costruzione degli scherzi beethoveniani. Il Presto finale è un tempo quasi di tarantella tra i più riusciti in quel periodo creativo dell'artista, oltre che somigliante all'ultimo movimento della violinistica "Sonata a Kreutzer". Verso la fine della prima parte una entrata improvvisa in fortissimo fa pensare ugualmente al ritmo della Quinta Sinfonia, mentre la ripresa viene elaborata secondo quel procedimento di dissolvimento e di richiamo tematico, così tipico dell'inventiva di Beethoven.

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Beethoven iniziò i primi abbozzi di quelli che sarebbero diventati i sei Quartetti op. 18 nel 1798, quando Mozart era scomparso da sette anni e Haydn aveva appena portato a termine i suoi Quartetti op. 76; la raccolta dei sei Quartetti verrà terminata nel 1800 e pubblicata nel 1801. Se i sei Quartetti dedicati a Haydn erano stati per Mozart «il frutto di una lunga e laboriosa fatica» (come recita la lettera di dedica dell'autore più giovane a quello più anziano), anche Beethoven deve avere faticato non poco su queste sei partiture. Il manoscritto del Quartetto in fa maggiore op. 18 n. 1 reca la data del 25 giugno 1799, ma non a caso due anni più tardi, il 1° luglio 1801, il compositore poteva scrivere all'amico Amenda, a cui aveva dedicato il manoscritto: «Mi raccomando di non passare ad altri il tuo Quartetto, al quale ho apportato alcune modifiche sostanziali. Soltanto ora ho imparato come si scrivono i quartetti». Anche il Quartetto in do minore op. 18 n. 4, ebbe una gestazione travagliata; e le varie partiture vennero poi pubblicate in un ordine diverso rispetto a quello di effettiva stesura, che vide nascere in successione i quartetti nn. 3, 2, 1, 5, 6, 4. L'edizione a stampa fu dedicata al principe Joseph Max Lobkowitz, uno di quegli aristocratici che protessero Beethoven e che, negli anni seguenti, si sarebbero impegnati a garantirgli una pensione vitalizia.

Precedono i Quartetti op. 18, nel catalogo beethoveniano, i generi del trio per pianoforte (op. 1, del 1793-94), del trio per archi (op. 9, del 1796-98), della sonata per pianoforte (op. 2, del 1794-95), della sinfonia (del 1799-1800), del concerto (op. 15 del 1798). Non è certamente un caso che quello del quartetto fosse l'ultimo grande genere strumentale affrontato dal compositore che si era prepotentemente affermato nella Vienna di fine secolo come il più autentico erede di Mozart e Haydn.

Data l'ambiziosità dell'obiettivo, più che a esibire le sue capacità di innovatore il compositore si impegnò a mostrare di saper seguire le regole del «ben comporre». Di qui anche la scelta di Beethoven, già autore di opere rivoluzionarie di guardare al passato per le sue prime prove quartettistiche. Non vengono meno il rispetto del principio dell'elaborazione tematica, o la scrittura «concertante e obbligata». Tuttavia non verso la recentissima ricerca coloristica dell'op. 76 di Haydn si volse l'autore, e nemmeno verso la perfezione formale dei «Quartetti Haydn« di Mozart, ma piuttosto verso la solidità costruttiva dei quartetti di Haydn degli anni Settanta del secolo, e verso la cantabilità dei Quartetti prussiani di Mozart; dunque verso una scrittura complessivamente meno sofisticata. Con il gruppo dei sei Quartetti op. 18 insomma il compositore segnò la sua dipendenza e la sua autonomia da questi modelli, rielaborati con l'esuberanza propria del giovane Beethoven, che implica la generosità e l'accumulo quasi pletorico dei materiali tematici, la tendenza al contrasto come principio formale.

Il Quartetto in re maggiore op. 18 n.3 è, come si è detto, quello che venne scritto per primo; e forse a causa di questa primogenitura gli è stato assegnato in genere un ruolo di maggior attaccamento alla tradizione, la qual cosa è vera solo in parte. Troviamo in questa partitura, da una parte, una scrittura che vede il prevalere del primo violino, e che quindi non è perfettamente equilibrata, nonché una melodiosità di stampo mozartiano, ma anche, dall'altra, una serie di arditezze che appaiono pienamente personali. Così l'Allegro iniziale appare di solidissima costruzione, ma ciascuno dei due temi presenta una qualche originalità. La lunga e sinuosa melodia che funge da prima idea, e che viene intonata dal primo violino, ha un carattere dinamico, poiché si presenta nell'armonia di dominante e non in quella di tonica (l'effetto è insomma come se il movimento, anziché avere un inizio preciso, proseguisse un discorso iniziato altrove; tecnica che Beethoven aveva già impiegato nell'apertura della Prima Sinfonia). La seconda idea (intonata insieme dai quattro strumenti con spostamenti d'accento) si presenta in una tonalità, una regione sonora, diversa da quella delle regole classiche (do maggiore anziché la maggiore) facendo fluire il discorso su percorsi imprevedibili e ricchi di improvvise trascolorazioni armoniche. Lo sviluppo, piuttosto breve, parte da una variante minore del primo tema e conduce a una riesposizione più sintetica; la coda alterna il riassunto dei due temi principali.

Ambizioni anche maggiori sono quelle del secondo movimento, Andante con moto, che bene illustra l'ambito sofisticato e la considerazione speculativa attribuita alla musica per quartetto. Beethoven gli ha conferito non solo un'ambientazione pensosa e intimistica (sostenuta timbricamente dal fatto che il secondo violino intona il tema sulla quarta corda), alleggerita dalla grazia melodica e dai pizzicati del secondo tema, ma soprattutto una ideale parità dei quattro strumenti, impegnati in un canto polifonico estremamente compatto e ricco di interni rimandi e corrispondenze; si segnalano anche le peregrinazioni armoniche della sezione dello sviluppo, che approda direttamente al secondo tema. Per quanto breve, lo Scherzo è assai prezioso, non solo nella contrapposizione fra la prima sezione - un canto gioviale ravvivato dalle improvvise sospensioni e dalle modulazioni lontane - e quella del Trio, dove ondeggiano le ombre del modo minore e le figurazioni fantastiche pre-mendelssohniane, ma anche una riesposizione dello Scherzo interamente riscritta, con diversa disposizione delle parti. Il finale, Presto, è un movimento in forma sonata, una sorta di giga, un moto perpetuo in 6/8, magistralmente condotto, per la inesauribile ricerca di soluzioni strumentali, dalla giocosa contrapposizione di due voci contro due, all'inseguimento, ai bruschi scarti dinamici, al contrasto di sonorità all'inaspettato spegnimento del pianissimo conclusivo.

Arrigo Quattrocchi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 9 Novembre 1990
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 23 gennaio 2000

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Ultimo aggiornamento 31 gennaio 2015
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