Glossario



Quartetto per archi n. 4 in do minore, op. 18 n. 4

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Allegro, ma non tanto
  2. Andante scherzoso, quasi Allegretto (do maggiore)
  3. Minuetto. Allegretto
  4. Allegro
Organico: 2 violini, viola, violoncello
Edizione: Mollo, Vienna 1801
Dedica: Principe Franz Joseph Maximilian von Lobkowitz

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

I sei Quartetti op. 18 furono scritti tra il 1798 e il 1800 e pubblicati a Vienna dall'editore Mollo nel 1801 con il titolo francese di "Six quatuors pour deux violons, alto e violoncello, composés et dédiés a S.A.M. le Prince régnant Franz Joseph Lobkowitz", uno dei più influenti amici del musicista, che li apprezzò molto dopo averli ascoltati, tanto da assegnare al compositore 600 fiorini annui e regalargli anche quattro preziosi strumenti ad arco: un violino e un violoncello di Guarnieri costruiti a Cremona fra il 1712 e il 1718, un secondo violino di Nicola Amati fatto nel 1667 e una viola di Vincenzo Ruger costruita nel 1690. La cronologia dei Quartetti non corrisponde però all'ordine di pubblicazione. Secondo quanto risulta dagli abbozzi oggi conosciuti, il primo ad essere compiuto sarebbe stato il terzo; verrebbero poi il primo, il secondo, il quinto e il sesto. Alla composizione del quarto, del quale mancano gli schizzi, non si può assegnare un periodo rigorosamente preciso.

In particolare si può dire che il Quartetto in do minore, è scritto nella tonalità preferita da Beethoven in quel periodo di tempo. Infatti sono in do minore il primo Trio dell'op. 1, il Trio per archi op. 9 n. 3, la Sonata per pianoforte op. 10 n. 1 e la Sonata per pianoforte op. 13, conosciuta universalmente come "Patetica".

Il primo movimento (Allegro, ma non tanto) è costituito da due temi che si rincorrono fra di loro, ma non in senso dialettico. Anzi, affiora un tono distensivo e consolatorio da cui emerge una frase cantabile del primo violino su uno staccato del violoncello, quasi ad indicare una imitazione dello stile di Haydn. L'Adagio viene sostituito da un Andante scherzoso quasi Allegretto, che, dopo la rituale esposizione, presenta uno sviluppo in forma di fugato. Il Minuetto ripropone la tonalità di do minore e passa al la bemolle nel Trio. Il Finale contiene ben sette esposizioni del materiale tematico, con due episodi secondari. La sesta esposizione ha un carattere fortemente contrappuntistico, pur tra piacevoli armonie di settecentesca eleganza.

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Il Quarto Quartetto è impostato nella tonalità di do minore che, secondo una interpretazione retorica, viene riservata da Beethoven all'esposizione di conflitti drammatici. Probabilmente proprio la patina patetica ha guadagnato al Quartetto una netta celebrità all'interno del gruppo dell'op. 18; nonostante questo, la tecnica di scrittura, che mette in netto risalto il primo violino, è fra le meno "progressive" di tutta la silloge. L'Allegro non tanto iniziale si svolge secondo quella dialettica di contrasti in cui si può riflettere quel conflitto di princìpi («implorante» e «di opposizione») teorizzato dall'autore. Così il primo tema si delinea affannoso, mentre il secondo, in maggiore, si contrappone a quello; e forti contrasti sono anche nello sviluppo, mentre la ripresa mantiene il secondo tema nel modo maggiore.

Il Quartetto è poi privo di un movimento lento, e fa succedere, in seconda e terza posizione, uno Scherzo e un Minuetto. Lo Scherzo è brillantissimo, e si avvale di intrecci polifonici aerei e finissimi, con un fraseggio quasi costantemente in pianissimo e staccato. Il Menuetto, al contrario, si impegna in una densità patetica, accentuata dai cromatismi e non contraddetta nemmeno dal Trio, nonostante la sua lievità.

Con il finale torniamo al gioco delle antitesi; si tratta di un rondò guidato da un refrain di sapore vagamente zigano che si alterna con episodi nettamente contrastanti; ma tali contrasti non mirano qui al patetismo bensì ad acuire l'ironia del tema "esotico", secondo una prassi haydniana poi poco frequente nell'opera quartettistica beethoveniana, che, dopo una pausa di maturazione, si volgerà nel 1805 verso i traguardi ambiziosi e personalissimi dei tre Quartetti op. 59.

Arrigo Quattrocchi

Guida all'ascolto 3 (nota 3)

Messo accanto a L'allodola di Haydn, il Quartetto op. 18 n. 4 di Beethoven - un'opera anch'essa popolare da sempre - trasporta in un'atmosfera radicalmente diversa. Anche qui gli schemi formali sono trasparenti, i temi facilmente memorizzabili e accattivanti, la scrittura poco intricata (il primo violino ha un ruolo decisamente dominante); ma il clima è teso, un pathos caratteristico attraversa per intero l'opera, impostata in una tonalità - do minore, la stessa della Patetica e della Quinta Sinfonia - che per Beethoven è sinonimo invariabile di tensione drammatica. Tutto ciò è evidente già a partire dal tema principale del primo movimento (Allegro ma non tanto), enfatico e appassionato, che sembra spinto da un'urgenza espressiva che non viene temperata neppure dai temi secondari, pur contrastanti.

La tensione non dà luogo, ora, a un movimento lento (il Quartetto ne è del tutto privo) che rappresenti un'oasi lirica: in sua vece lo Scherzo (Andante scherzoso quasi Allegretto). Come già nel quartetto mozartiano, la scrittura qui sembra svuotare il movimento del suo originario significato: il tema principale è presentato con la tecnica del fugato, e il contrappunto pervade del resto tutto lo Scherzo. Il movimento non tiene fede alla sua denominazione nemmeno per altre caratteristiche: mancano, innanzitutto, la velocità e il deciso ritmo ternario accentuato, al posto dei quali troviamo un gioco meccanico (pianissimo e staccato è scritto in partitura), il battito costante di un orologio o di un metronomo di Mälzel, senza che il discorso venga increspato da troppe scosse. Ancora più notevole è il fatto che al posto del consueto schema ternario, con Trio, Beethoven opti per una regolare (e più complessa) forma sonata, con estese sezioni elaborative.

Nemmeno il movimento successivo (Allegretto) ha le tipiche caratteristiche del minuetto, malgrado proprio così si intitoli. Il tempo è sì ternario, ma le frasi non sono simmetriche come richiesto alla musica di danza, e la percezione della regolarità ritmica è ulteriormente ostacolata da sincopi e da accenti sui tempi deboli, che rendono incespicante e inquieto il procedere del discorso.

L'ultimo movimento (Allegro) è impostato come un tradizionale rondò e segue uno schema semplice, nel quale a un tema principale si alternano episodi divaganti. Si tratta di una pagina leggera e veloce, nella quale risuonano accenti della musica gitana o ungherese, accattivante e di grande incisività. Efficace, nella sua semplicità effettistica, la turbinosa conclusione con la ripresa, in tempo velocissimo, del tema principale e una breve coda.

Claudio Toscani


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 24 Novembre 1989
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 16 marzo 1995
(3) Testo tratto dal libretto inserito nel CD allegato al n. 251 della rivista Amadeus

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Ultimo aggiornamento 11 Luglio 2014
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