Glossario



Quartetto per archi n. 7 in fa maggiore, op. 59 n. 1 "Razumowsky"

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Allegro
  2. Allegretto vivace e sempre scherzando (si bemolle maggiore)
  3. Adagio molto e mesto (fa minore)
  4. Allegro
Organico: 2 violini, viola, violoncello
Composizione: Vienna, 5 Luglio 1806
Edizione: Bureau des Arts et d’Industrie, Vienna 1808
Dedica: Conte Razumovsky

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

I Quartetti per archi di Beethoven sono complessivamente sedici, più la Grande fuga che in origine costituiva il finale dell'op. 133. Secondo un criterio non solo cronologico, ma di valutazione critica, accettato in linea di massima dagli studiosi della musica beethoveniana, i Quartetti si possono classificare in tre gruppi distinti: i sei Quartetti dell'op. 18 (1798-1800), che risentono l'influenza del modello haydniano e mozartiano, i Quartetti del secondo periodo e della maturità, raggnippati, nell'op. 59, n. 1-3, (1805-1806), nell'op. 74 (1809) e nell'op.95 (1810); e infine gli ultimi Quartetti scritti tra il 1822 e il 1826, comprendenti le op. 127, 130, 131, 132, 133 e 135. In questi tre momenti della produzione quartettistica si riflette tutta la parabola artistica del compositore, dalla fase iniziale dell'op. 18, quando è alla ricerca di uno stile personale e si tormenta per raggiungere la più aderente espressione del proprio io intcriore fino alle più ardite soluzioni armoniche e formali racchiuse nelle ultime opere cameristiche beethoveniane. In più, nel Quartetto per archi, il genere che il musicista predilesse e coltivò intensamente insieme alla Sonata per pianoforte, l'artista racchiuse i suoi pensieri più intimi e riservati, così da toccare spesso la forma del soliloquio. Non per nulla Paul Bekker, uno dei più documentati biografi del maestro di Bonn, così scrive nell'esaminare la struttura e la fisionomia dei vari Quartetti, specie quelli appartenenti al cosiddetto terzo stile: «Questa musica da camera per strumenti ad arco è veramente l'asse della psiche creativa di Beethoven, intorno al quale tutto il resto si raggruppa a guisa di complemento e di conferma. Nei Quartetti si rispecchia tutta la vita del musicista, non sotto l'aspetto di confessione personale, quasi di diario, come nell'improvvisazione delle Sonate, non nella grandiosa forma monumentale dello stile sinfonico, bensì nella contemplazione serena, che rinuncia all'aiuto esteriore della virtuosità e alla monumentalità delle masse sonore dell'orchestra e si limita alla forma, semplice e priva di messa in scena, di colloqui tra quattro individualità che tra di loro si equivalgono».

I tre Quartetti dell'op. 59 sono chiamati anche "Quartetti russi" perché dedicati al conte Andrea Kyrillovic Rasumowski (1752-1836), ambasciatore russo a Vienna e buon violinista, al quale si dice che l'autore avesse promesso di inserire in ognuna delle tre composizioni una melodia popolare russa. Scritti tra il 1805 e il 1806, questi lavori appartengono alla seconda maniera beethoveniana e gli storici della musica li collocano accanto al Fidelio, alla Quinta Sinfonia e alle grandi sonate pianistiche, come l'Appassionata e l'Aurora.

La novità dello stile beethoveniano si percepisce infatti sin dall'Allegro iniziale del Quartetto oggi in programma, con il primo tema esposto dal violoncello sull'accompagnamento vigoroso degli altri strumenti. Ormai l'autore non si sente più vincolato agli schemi settecenteschi e la stessa melodia cammina con passo sciolto, quasi a tempo di marcia, come chi vada incontro all'avvenire con fiducia. Il secondo tema non ha un carattere dialettico, ma sembra evaporare verso l'alto nei trilli dei due violini, preceduti da armonie per quinte, terze e seste, simili ad una fanfara di corni. Non manca un rigoroso episodio contrappuntistico, che ricollegandosi ad elementi del primo tema prepara l'entrata della ripresa.

L'Allegretto vivace e sempre scherzando è sempre originale sotto il profilo formale, perché sta tra lo scherzo tradizionale, l'allegro di sonata e il rondò. In esso si dispiega quello che viene definito l'umorismo beethoveniano, costruito sulla diversità degli aspetti linguistici e sulla imprevedibilità delle loro trasformazioni. Il nucleo psicologico del brano è racchiuso nel tema sussurato dal violoncello, cui risponde una frase del secondo violino; non mancano altre melodie di tono più appassionato e romantico. Il culmine del Quartetto è l'Adagio molto e mesto,vero colpo d'ala d'inventiva beethoveniana. Il ritmo di una lenta marcia funebre (il musicista scrisse nel suo taccuino sotto lo schizzo di questo movimento: «Un salice piangente o un'acacia sulla tomba di mio fratello») accompagna i due temi e la sezione centrale, dai quali scaturisce un episodio molto cantabile, di assorta contemplazione celestiale. Si passa quindi, senza soluzione di continuità, al brillantissimo finale in cui è incastonato il promesso tema russo, che chiude l'op. 59 n. 1 in una irrefrenabile esplosione di vitalità.

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Se il suonare a quattro con gli archi è da considerare la forma più alta di musica d'assieme strumentale, i quartetti op. 59 furono a loro volta ritenuti a lungo i migliori di Beethoven, soprattutto alla fine del secolo scorso, quando perdurava, almeno nella critica corrente, l'opinione che le ultime opere cameristiche del compositore fossero astruse e che le soluzioni formali ivi proposte dipendessero in parte dalla sua sordità. Tanto vale dire che nei quartetti op. 59 è racchiusa l'immagine tradizionale di Beethoven, ma nella sua versione se vogliamo più raffinata e «spirituale». Tutto ciò ha il suo valore anche oggi, in cui si è pur valutata a pieno l'importanza dell'ultimo Beethoven. L'opera 59 rimane il Beethoven allo zenith: perfettamente equilibrato nel raccogliere l'eredità del passato e nell'indicare lo sviluppo futuro della musica. Nel 1800 egli aveva completato il primo ciclo di quartetti, quelli dell'op. 18. I tre dell'op. 59 seguirono nel 1806, nel giro dunque di pochi mesi. Essi furono dedicati al Conte Rasumowsky (dal quale presero anche il nome), ambasciatore dello zar presso la corte imperiale di Vienna, personaggio mondano, ricchissimo mecenate, amante della musica e violinista egli stesso. Questi aveva fondato un quartetto (in cui faceva il secondo) che dal nome del primo violino fu detto Schuppanzigh, e per la sua formazione commissionò a Beethoven sei lavori con la condizione che essi contenessero temi russi. I quartetti sì ridussero a tre mentre i temi russi, che furono desunti da una raccolta popolare, compaiono solo nei primi due. Ma le proporzioni dei tre lavori superano di molto quelli dei quartetti dell'epoca. Il primo è forse quello più monumentale. Tutti i suoi quattro movimenti obbediscono alla forma sonata. Il violoncello espone il primo tema e dà il colore a tutto il primo movimento che è essenzialmente lirico, ma di un lirismo energico e appassionato che non viene meno neppure quando viene introdotto un passo fugato. Il secondo tempo è forse il più audace dell'intero quartetto. Non è un semplice scherzo, ma la dilatazione di esso mediante una scrittura che si basa, come ha notato Carli Ballola, su un discorso «apparentemente svagato, ma in realtà tenuto saldamente insieme da una logica rigorosa quanto dissimulata». L'adagio molto e mesto, un continuum di variazioni tematiche, passa direttamente, attraverso una cadenza del violino, all'ultimo movimento. Questo si apre con l'esposizione del tema russo, il cui sapore di canto esotico si disperde subito dopo la prima impressione. Beethoven, come gli accadeva spesso quando lavorava su materiale obbligato (si pensi alle Variazioni su un tema di Diabelli), ne estrae l'impulso ritmico e motorio che poi esalta in assoluta libertà. Alcune battute di sospensione (adagio non troppo) introducono alla fine una vigorosa coda (presto).

Bruno Cagli


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 15 novembre 1978

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Ultimo aggiornamento 18 marzo 2016
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