Glossario



Quintetto per pianoforte e fiati in mi bemolle maggiore, op. 16

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Grave. Allegro ma non troppo
  2. Andante cantabile (si bemolle maggiore)
  3. Rondò. Allegro ma non troppo
Organico: pianoforte, oboe, clarinetto, corno, fagotto
Composizione: 1796
Prima esecuzione: Vienna, Großer Redoutensaal del Burgtheate, 6 Aprile 1797
Edizione: Mollo, Vienna 1801
Dedica: Principe Joseph Johann zu Schwarzenberg

Vedi al n. Op. 16a la trascrizione per quartetto con pianoforte

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Opera fra le meno eseguite, certo a causa dell'organico, il Quintetto in mi bemolle maggiore, op. 16, si ascrive sicuramente fra le riuscite splendide della prima maniera beethoveniana. Composto fra il 1796 e '98, eseguito per la prima volta in Vienna il 6 aprile 1797, in una serata a casa Schuppanzigh, il lavoro (dedicato al principe Schwarzenberg) tenta una replica, in chiave di ossequio, all'ammirabile Quintetto nella stessa tonalità (K.452), che segna un arrivo vertiginoso nella parabola mozartiana.

E' opera distesa e appagata nella sua irruenza inventiva: 'la felicità' - secondo Carli Ballola - consistendo 'proprio nella sua consapevole «convenzionalità», nel ricorso ingenuo e convinto a quel linguaggio che Beethoven aveva ereditato bell'e fatto dai suoi predecessori e che era comune retaggio alla civiltà musicale del suo tempo. Esiste, per ogni artista, un breve periodo di felice irresponsabilità stilistica, nel quale gli è ancora possibile d'esprimersi validamente mediante una sorta di koinè, prima che giunga, inesorabile, il dovere di una scelta. Il Quintetto op. 16, nella sua serenità senza nubi, nella sua tenera cantabilità, nell'euritmia delle sue architetture non ancora forzate dall'empito di inaudite ispirazioni, appartiene a questa beata «zona franca»'...

Ciò che l'esatto giudizio non dice, ma probabilmente sottintende, è il diverso grado in cui può manifestarsi quel dovere inesorabile. Chi ad esempio non lo sentisse mai, certo non diverrebbe compositore di quella statura, ma godrebbe dei non disprezzabili vantaggi dell'epigonismo: per fare nomi ottocenteschi, Hummel o Spohr: nel nostro secolo, Strauss.

Le zone franche possono occorrere anche in età adulta, in piena maturità stilistica: vi si rivelano allora sotterranee, segrete alleanze (nel senso in cui si parla di alleanza fra metalli): l'infantile e il tardo vi si riconoscono: così in certi spunti beethoveniani delle Bagatelle ultime e supreme.

Ma, quando la zona di abbandono è giovanile, si riveste, in un musicista di grande livello, di tutti gli ornamenti, dei fregi di cui può giovarsi una musica: succede come se le cariche energetiche che si negano momentaneamente alla ricerca, o allo scavo, si traducessero in festoni ilari, in una ininterrotta gioia del racconto, o dell'ordito musicale. La ricchezza di linfa si espande in serene volute: si potrebbe dire, di questo Quintetto, qualcosa di analogo a quanto già Weber osservò per l'Entführung mozartiana: ha il colore e la frenesia dei vent'anni: le opere seguenti saranno più perfette, ma non ritroveranno quel fremere del sangue. Seguendo i tre movimenti dell'opera, l'Allegro, ma non troppo preceduto dal puntato Grave (in cui una eco barocca si riverbera, ancora una volta), l'Andante cantabile con le deliziose fiorettature ritmiche del pianoforte, il Rondò di una sève quasi inesauribile, si prospetta, all'orecchio e alla mente dell'ascoltatore, quello che la musica sarebbe potuta anche essere, se non fossero poi giunte le 'inaudite ispirazioni'. E, infine, anche questi musicalissimi ritardi, sono capaci di indicare una soluzione utopica, anch'essa non attuatasi nella storia: permettono di intravvedere un altro paradiso perduto.

Mario Bortolotto

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Per quanto pubblicato all'alba del nuovo secolo, nel 1801, dopo la svolta di affermazioni importanti come quelle della Prima Sinfonia e del Settimino, il Quintetto in mi bemolle maggiore op. 16, composto nel 1796-97, segna la fine più che l'inizio di un'epoca nella parabola creativa di Beethoven.

In esso coesistono i due aspetti che contraddistinguono la fase tipica dell'apprendistato, la consapevole emulazione e la ferma volontà di inserirsi senza fratture in un processo di crescita all'interno di un linguaggio consolidato e riconosciuto. Ma già nella scelta del modello, che si trova nel Quintetto K. 452 di Mozart (1784), analogo per organico e tonalità. Beethoven mostrava non soltanto di saper discernere le vette del genere ma anche di saperle affrontare senza timori reverenziali, forte di una capacità di rimodellare la forma senza stravolgerla con indebite forzature. Tutto, in quest'opera, sembra nascere all'insegna di una civiltà musicale guardata con affetto e ricreata con stile, nelle proporzioni di una misura nitidamente, serenamente classica.

Se il pianoforte è chiamato spesso a un ruolo di guida e comunque di connessione negli snodi musicali, il trattamento dei quattro strumenti a fiato - oboe, clarinetto, fagotto e corno - alterna passi di bravura concertante a uscite solistiche precisamente rilevate nella differenziazione timbrica e nella funzione espressiva. Pochi lavori consentono agli strumentisti di sentirsi altrettanto a proprio agio nella prestazione loro richiesta, e nello stesso tempo di avere la sensazione di essere parte importante di un discorso musicale ininterrotto, ognuno sempre da protagonista. Per quanto l'altezza del modello mozartiano rimanga ineguagliata sul piano dell'invenzione tematica, la scrittura tiene conto di una tecnica strumentale più varia e moderna, che il pianoforte sostiene da par suo, con vigore e brillantezza.

Formalmente l'opera si articola in tre movimenti. Il primo, preceduto da un Grave alquanto serioso che tuttavia non lascia presagire alcun dramma, presenta due temi nettamente sbalzati armonicamente, che si integrano in asciutte elaborazioni di salda coesione architettonica. È il momento per così dire strutturale della composizione, nel quale Beethoven dà prova di essere erede e continuatore del linguaggio dei suoi predecessori, accettando ed estendendo la convenzione. Segue un Andante di tenera cantabilità, effusivo e soave, di una serenità senza nubi, tutt'al più tinteggiato da alcuni chiaroscuri dei fiati, riverberati in un alone preromantico. Questa parentesi introspettiva conduce alla liberazione del Rondò finale, nel quale la briglia si scioglie, e incita il gioco delle parti, ad ognuna concedendo il suo momento di gloria con amabile condiscendenza e al tempo stesso con attento controllo dell'insieme.

Beethoven amava molto suonare questo Quintetto, che evidentemente rappresentava per lui un momento di distensione e di felicità creativa. Forse proprio per prolungare il piacere dell'esecuzione ne fece anche una riduzione per Quartetto con pianoforte e archi, mortificando non poco il carattere timbrico dell'originale, troppo intimamente legato alla sonorità morbida e vellutata dei fiati.

Sergio Sablich

Guida all'ascolto 3 (nota 3)

Il Quintetto per piano, oboe, clarinetto, fagotto e corno in mi bemolle maggiore op. 16, fu scritto da Beethoven tra il 1794 e il 1797. Il compositore lo diede alle stampe nel 1801, dedicandolo al Principe Schwarzenberg. La prima esecuzione del Quintetto avvenne il 6 aprile 1797 nel quadro di una delle «Accademie» organizzate da Ignazio Schuppanzig (il Schuppanzig era un eccellente violinista e, come tale, faceva parte del Quartetto del Principe Rasumowsky che interpretava spesso i Quartetti di Beethoven sotto la guida dell'autore). Il Quintetto op. 16 viene considerato come una delle migliori opere del primo periodo creativo del compositore. Le assonanze con la musica di Mozart vi sono ancora assai numerose ed evidenti, al punto che taluni studiosi asseriscono trattarsi di un vero e proprio omaggio di Beethoven a quest'ultimo. Infatti i fondamentali motivi tematici dei tre movimenti principali del Quintetto (il Grave si configura come una Introduzione) riportano a tre Arie di Mozart: il tema dell'Allegro riecheggia la prima Aria del Flauto magico; il tema dell'Andante ricorda l'Aria di Zerlina nel Don Giovanni; il tema del Rondò presenta chiare analogie con la Aria di Papageno. Il Quintetto non possiede soltanto reminiscenze tematiche delle musiche di Mozart, ma si muove tutt'intero in un clima di serenità, di felice abbandono e di grazia che si può ben qualificare come «mozartiano». Il Buenzod, volendo confutare l'immagine convenzionale di un Beethoven sempre corrusco e drammatico, cita appunto questo Quintetto: «Quando nell'Andante ricompare il motivo iniziale che sembra evocare il riposo di una divinità, come non pensare che, nel momento in cui concepiva tale frase, Beethoven avesse conosciuto uno stato d'animo prossimo alla beatitudine?».

Gioacchino Lanza Tomasi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 28 Gennaio 1977
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 12 maggio 1999
(3) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Reatro Olimpico, 7 gennaio 1976

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Ultimo aggiornamento 27 settembre 2013
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