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Settimino per fiati ed archi in mi bemolle maggiore, op. 20

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Adagio. Allegro con brio
  2. Adagio cantabile (la bemolle maggiore)
  3. Tempo di Menuetto
  4. Tema. Andante con variazioni (si bemolle maggiore)
  5. Scherzo. Allegro molto e vivace
  6. Andante con moto alla Marcia. Presto
Organico: clarinetto, corno, fagotto, violino, viola, violoncello, contrabbasso
Prima esecuzione: Vienna, National Hoftheater, 2 Aprile 1800
Edizione: Hoffmeister, Lipsia 1802
Dedica: all’imperatrice Maria Teresa

Vedi al n. Op. 38 la riduzione per pianoforte, clarinetto e violoncello

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Secondo quanto Carl Czerny - musicista amico ed allievo di Beethoven - ebbe modo di riferire ad Otto Jahn, il grande biografo mozartiano, sembra che Beethoven in età matura mostrasse un insofferente distacco nei confronti del Settimino in mi bemolle maggiore op. 20, fino «a non poterlo più sopportare e ad adirarsi del successo che esso riscuoteva universalmente». Relativamente al successo, è indiscutibile che il Settimino acquistò una grande celebrità già subito dopo la sua creazione. Beethoven si applicò alla composizione fra la fine del 1799 e l'inizio del 1800; dopo una esecuzione privata in casa del principe Karl Philipp Schwarzenberg, la prima esecuzione pubblica ebbe luogo il 2 aprile 1800 presso lo Hofburgertheater di Vienna, nel corso di un concerto organizzato dal compositore a proprio beneficio, e nel quale fu presentata anche la Prima Sinfonia.

Straordinaria fu la diffusione editoriale della composizione, più che nella veste originale nelle numerose trascrizioni, autorizzate e non. L'edizione a stampa fu realizzata in parti staccate dall'editore Hoffmeister nel 1802; e già allora Beethoven raccomandò all'editore di realizzare una trascrizione per quintetto con flauto, destinata al mercato dei dilettanti, che «me ne fecero già proposta e vi sciamerebbero attorno come insetti e abboccherebbero». In seguito fu lo stesso autore a realizzare una trascrizione per pianoforte, clarinetto (o violino) e violoncello, dedicata al suo medico personale, Johann Adam Schmidt, e pubblicata nel 1805 a Vienna dal Bureau d'arts et d'industrie come op. 38. Per tacere delle numerose trascrizioni per gli organici più diversi realizzate piratescamente da editori spregiudicati. Altre circostanze testimoniano dell'immutato favore goduto dal brano nel corso del secolo. Spunti tematici della partitura furono ripresi da compositori come Bellini e Donizetti in partiture come Norma e La Favorita. Ancora Wagner in una sua novella giovanile ("Una visita a Beethoven") descrisse una scena di musicanti girovaghi che eseguivano il Settimino in aperta campagna.

Non stupisce insomma che l'autore di partiture rivoluzionarie come le Sonate per violoncello op. 5 e la Sonata per pianoforte op. 13, che avevano dischiuso nuove prospettive alla creazione musicale e che pure venivano accolte con sgomento e scetticismo dai contemporanei, manifestasse insofferenza verso la diffusione di un'opera così indissolubilmente legata al passato. Il Settimino, infatti, è forse il lavoro più compiuto e perfetto del Beethoven "settecentesco"; laddove questo aggettivo andrà inteso non tanto in senso cronologico (per quanto la data del 1800, che vide la nascita del lavoro, possa essere intesa come un discrimine nell'attività del maestro) bensì di canoni estetici. Si tratta infatti di un brano che risponde in pieno a tutti i criteri della musica di "intrattenimento", quali erano stati codificati da una lunga e illustre tradizione di Serenate, Divertimenti, Cassazioni nel corso di un mezzo secolo. Lo stile "retrò" della partitura, è peraltro del tutto volontario, finalizzato a conquistare quel successo di pubblico di cui l'ingrato compositore, immemore dei non disprezzabili guadagni dovuti al brano, si lamentava.

Di qui il ricorso ai canoni dell'intrattenimento. In primo luogo l'organico che includeva non solo gli archi (violino, viola, violoncello, contrabbasso) ma anche i fiati (clarinetto, fagotto e corno) poneva automaticamente la composizione su un piano di musica meno "nobile", più semplice tecnicamente e concettualmente. Ancora verso la fine del XVIII secolo, infatti, strumenti come oboe e fagotto, ancorché diffusissimi presso tutte le istituzioni orchestrali, avevano delle potenzialità tecniche limitate e una gamma sonora contenuta; il clarinetto era poi ancora lontano da una vasta diffusione, il corno, ancora per un lungo periodo, del tutto privo di pistoni. Gli strumentisti che affrontavano il repertorio per fiati erano spesso dei servitori con precarie cognizioni tecniche, e andavano faticosamente in cerca di un autentico "status" professionale. Di qui la mancanza, nella letteratura con fiati, di quella complessa elaborazione che contraddistingueva invece la letteratura riservata alla "nobile" famiglia degli archi, in favore di una pronunciata cantabilità. Ma anche nel numero di sei movimenti il Settimino si richiama poi alla tradizione del Divertimento, che allineava una serie di tempi fra loro contrastanti, fra i quali non mancavano i ritmi di danza (Minuetto e Scherzo) e spesso anche il tema con variazioni, formula considerata decorativa e disimpegnata.

Il Settimino di Beethoven riprende tali stilemi con un mirabile dosaggio di tutti gli ingredienti dell'intrattenimento puro, trattati con perfetta sapienza tecnica, squisito gusto del disimpegno, deliberata voglia di "piacere". L'introduzione lenta che apre il primo movimento propone già violino e clarinetto come strumenti-guida, in un Adagio di succinta ma densa costruzione. Si passa così all'Allegro con brio, in forma sonata, aperto da un motivo ritmicamente scattante e scorrevole, esposto dal violino e ripreso dal clarinetto; il secondo tema non si pone in conflitto, ma in perfetta continuità con la prima idea, e la logica del movimento risiede così nel garbato dialogare fra i vari strumenti, in un clima di spensierata melodiosità. Non a caso la breve sezione dello sviluppo punta non già sulla tecnica di elaborazione del materiale, ma sulle variazioni coloristiche dei due temi principali. Segue un Adagio cantabile, anch'esso in forma sonata, dove il clarinetto presenta tornite e levigate linee melodiche, riprese da violino e fagotto; non mancano anche qui i giochi timbrici, con la contrapposizione di archi e fiati e l'emergere a tratti dei vari strumenti in funzione solistica; e tutto il movimento va in cerca di quelle atmosfere soffuse che caratterizzano gli adagi delle serenate di Mozart.

Celeberrimo è il Minuetto, che riprende il secondo tempo della Sonata per pianoforte op. 49 n. 2; vi si affaccia - anche nelle fioriture di corno e clarinetto che impreziosiscono il Trio - quel gusto del manierismo che diventerà uno stilema nel Beethoven maturo. Come quarto movimento troviamo una serie di cinque variazioni, basate su una melodia che è probabilmente una canzone popolare del basso Reno; le variazioni si sviluppano seguendo una logica decorativa, che pone in risalto di volta in volta uno strumento o un gruppo di strumenti; non manca, in penultima posizione, una variazione nel modo minore. Aperto dal corno, lo Scherzo deve il suo carattere brillante principalmente al ritmo danzante e al fraseggio spezzato fra diversi cori strumentali; nel Trio emerge la melodia di valzer del violoncello. Il finale si apre nuovamente con una breve introduzione lenta, che questa volta ha il carattere severo di una marcia funebre, per accentuare il contrasto con la sezione successiva; segue infatti un Presto in forma sonata, percorso da una incessante propulsione ritmica, dove i due temi principali hanno il medesimo carattere giocoso; nello sviluppo, quasi interamente in minore, si stagliano serrati inseguimenti contrappuntistici; una elegante cadenza solistica del violino si inserisce prima della ripresa, e una coda brillantissima conclude il movimento e il Settimino, riaffermando lo studiato vitalismo di questo Beethoven "ancien regime".

Arrigo Quattrocchi

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Il lavoro che stasera viene eseguito per primo appartiene ad un Beethoven che alcuni critici indicano come "minore" e che altri, addirittura, definiscono "prebeethoveniano", essendo opera composta alla fine del Settecento, e cioè negli anni di "noviziato" del musicista. In quel periodo (1792-1797), a Vienna, il giovane Beethoven si è sbizzarrito sulle più diverse combinazioni e mescolanze strumentali componendo, fra l'altro, il Duetto per due flauti, il Quintetto per oboe tre corni e fagotto, il Trio per due oboi e corno inglese op. 87, il Quintetto per pianoforte oboe clarinetto fagotto e corno op. 16, la Serenata per flauto violino e viola op. 25, il Sestetto per due corni e quartetto d'archi op. 81/b, il Rondino per due oboi due clarinetti due fagotti e due corni, il Sestetto per due corni due clarinetti e due fagotti op. 71, l'Ottetto per due oboi due clarinetti due corni e due fagotti op. 103 (e non inganni il numero d'opus di qualche lavoro, assegnato molto più tardi rispetto all'anno di composizione).

Di poco posteriore (1799-1800) è il Settimino op. 20 (per clarinetto corno fagotto violino viola violoncello e contrabbasso) che però mantiene atmosfera e motivazioni identiche a quelle dei lavori citati. L'atmosfera è quella già mozartiana e tutta settecentesca di Serenate Notturni Divertimenti; le motivazioni nascono da una Vienna che si diletta di "far musica" e specialmente musica per fiati, considerata di ottimo intrattenimento e di piacevole passatempo negli ambienti nobili e di censo elevato della capitale imperiale.

E Beethoven, attratto anche dalle sonorità dei "fiati", scrive di queste musiche che non hanno, naturalmente, valore di "messaggio" ma denotano purtuttavia il piacere dello sfruttamento delle risorse idiomatiche e decorative che ogni strumento può offrire nelle varie combinazioni. Piacere che nasce anche dalle felici condizioni di spirito del giovane compositore dal carattere allegro gioviale ed esuberante, pronto allo scherzo, alla battuta e lontano, ancora assai lontano, da quell'immagine convenzionale di un Beethoven sempre ed inesorabilmente corrusco drammatico infelice alla quale ci ha abituati tanta letteratura, e non soltanto iconografica.

Dedicato "A Sua Maestà Maria Teresa, Imperatrice Romana, Regina d'Ungheria e di Boemia" ed eseguito in forma privata a Palazzo Schwarzenberg (lo stesso nel quale era stata eseguita due anni prima "La Creazione" di Haydn e dove pare che Beethoven rispondesse alle lodi dei convenuti dichiarando "Questa è la mia Creazione"), il Settimino ebbe la sua prima ufficiale, insieme alla Prima Sinfonia, in un concerto del 2 aprile 1800, con un clamoroso successo. Successo che si mantenne sempre tale e che collocò il lavoro fra le più amate opere di Beethoven al punto che l'Autore, in un secondo tempo, indispettito dall'incomprensione con la quale venivano accolte le sue nuove composizioni ritenute sempre inferiori al Settimino, giunse a detestare il felice lavoro giovanile.

Il Settimino, almeno fino a tutto l'Ottocento, ebbe eccezionale fortuna anche in Italia, dove fu apprezzato fra l'altro da musicisti come Bellini (che si ricordò dell'"Adagio cantabile" nel duetto della Norma: "In mia mano alfin tu sei") e Donizetti (che ebbe presente il "Presto" finale nel duetto "Fia vero?" della Favorita). La critica moderna considera il Settimino opera giovanile e di transizione, ma lo stile concertante, i brevi passaggi virtuosistici concessi al violino, le melodie spesso di sapore popolare, la grazia e la semplicità delle armonie, la ricchezza e la freschezza delle idee musicali, rendono questo lavoro una perfetta, anche se non eccelsa, sintesi di un mondo e di una civiltà ormai decisamente avviati al tramonto.

Il primo movimento inizia con una Introduzione (Adagio) che prepara l'irrompere di un gioioso "Allegro con brio" nel quale il violino propone un tema saltellante accolto, svolto e ripreso da tutti e concluso con effetti quasi caricaturali dai fiati.

L'"Adagio cantabile" è la pagina più affascinante del Settimino per l'intensa melodia iniziale, esposta dapprima dai fiati e ripresa poi con straordinaria purezza espressiva dal violino; l'intero movimento si snoda all'insegna di una tenera e amabile cantabilità.

Il "Tempo di Minuetto", il cui tema era già stato usato da Beethoven nel Minuetto della Sonatina per pianoforte op. 49 n. 2 (1796), è tutto garbo e grazia settecentesca, capolavoro di limpida eufonia.

Il quarto movimento, "Andante", si sviluppa su un Tema con cinque Variazioni nelle quali, con inesauribile inventiva, viene attuato un geniale sfruttamento dei diversi timbri strumentali.

Lo "Scherzo", con i richiami accentuati del corno e le imitazioni degli archi, ci riporta ad una scena di caccia, serena festosa spensierata, nella quale il delizioso Trio sembra adombrare una pausa di riposo (quasi una conviviale sosta).

Il sesto ed ultimo movimento, dopo un breve "Andante" che si sforza di essere cupo, si conclude con un "Presto" percorso da fresca, viva felicità ritmica e nel quale trova posto anche una breve esibizione virtuosistica del violino.

Salvatore Caprì


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 7 Aprile 1995
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 4 marzo 1987

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Ultimo aggiornamento 22 maggio 2013
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