Glossario



Sinfonia n. 2 in re maggiore op. 36

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Adagio molto - Allegro con brio
  2. Larghetto (la maggiore)
  3. Scherzo. Allegro
  4. Allegro molto
Organico: 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
Prima esecuzione: Vienna, Theater an der Wien, 5 Aprile 1803
Edizione: Bureau des Arts et d’Industrie, Vienna 1804
Dedica: Principe Karl von Lichnowsky

Guida all'ascolto (nota 1)

I primi abbozzi della Seconda Sinfonia, sulla base dei taccuini di lavoro, risalgono all'anno 1800 e si intensificano nel periodo che va dall'ottobre 1801 al maggio 1802; l'opera viene completata nell'estate durante la villeggiatura trascorsa a Heiligenstadt (a quei tempi piccolo centro a nord di Vienna) e presentata al pubblico della capitale il 5 aprile 1803 sotto la direzione dell'autore; il concerto, al Teatro an der Wien era tutto di musiche di Beethoven: l'Oratorio Cristo al Monte degli Ulivi, la Prima Sinfonia, la Seconda appunto, e il Terzo Concerto per pianoforte e orchestra.

Mentre nasce quest'opera pervasa di energia e serenità, la vita di Beethoven attraversa uno dei momenti più dolorosi e scoraggianti; è di quel tempo infatti il manifestarsi della sordità dell'artista in forma acuta e la conseguente decisione di abbandonare la carriera concertistica; nonché la delusione sentimentale di essere stato rifiutato dalla Contessina Giulietta Guicciardi. "Posso dire che faccio una ben misera vita", scrive Beethoven all'amico Wegeler di Bonn, "da quasi due anni evito compagnia perché non mi è possibile dire alla gente: sono sordo!"; ma tutto ciò, lungi dal penetrare allo stato grezzo nella composizione, si traduce in uno stimolo a moltiplicare le sue possibilità espressive, a consegnarsi anima e corpo alla sua vocazione creativa.

Infatti, nella Seconda Sinfonia i contemporanei avvertirono subito qualcosa di eccessivo e sorprendente rispetto alle loro abitudini di ascolto; l'opera "guadagnerebbe ove venissero accorciati alcuni passi e sacrificate molte modulazioni troppo strane", è il parere espresso dall'"Allgemeine Musikalische Zeitung" nel 1804; e lo stesso autorevole foglio, dopo una esecuzione del 1805, avverte ancora: "troviamo il tutto troppo lungo, certi passaggi troppo elaborati; l'impiego troppo insistito degli strumenti a fiato impedisce a molti bei passi di sortire effetto. Il Finale è troppo bizzarro, selvaggio e rumoroso. Ma ciò è compensato dalla potenza del genio che in quest'opera colossale si palesa nella ricchezza dei pensieri nuovi, nel trattamento del tutto originale e nella profondità della dottrina".

La Sinfonia, dedicata al fraterno amico principe Carl von Lichnovsky, si apre con una straordinaria introduzione lenta: dopo poche battute di cerimoniosa compostezza, ecco che si avvia per campi armonici cangianti, presentando e subito mettendo da parte frammenti e spunti melodici e ritmici sempre nuovi, come fosse decisa a misurare i confini di una regione sconosciuta: molto giustamente, Paul Bekker ci ha sentito dentro una sorta d'"improvvisazione per orchestra"; di qui si dinamizza l'Allegro con brio, basato su un'idea proposta sottovoce da viole e violoncelli, un'idea che sfreccia inquieta, stretta parente del nervosismo dell'Ouverture delle Nozze di Figaro mozartiane; ma una quantità di altre idee, e talvolta solo di brevi accenni, ma tutti di plastica evidenza, si stipano nella pagina in preda a un vero entusiasmo costruttivo.

Il Larghetto che segue è da considerare con la massima attenzione: esso rappresenta un sentimento di compresenza fra il possesso di tutte le grazie del Settecento e la consapevolezza di tenere in mano un bene perduto, un valore al tramonto; assumerlo come stabile vorrebbe dire diluirlo in manierismo stilistico (come avviene, ad esempio, nell'Andante della Sinfonia op. 30 di Tomàsek che ne deriva); mentre in Beethoven proprio lo scrupolo di trattenere ancora un poco un tesoro perituro dà intima consistenza alla sviscerata piacevolezza di dialoghi, versetti e arguzie della più sorridente socievolezza; in questa musica tutta di materiali "settecenteschi", che tuttavia nelle loro venature quasi avvertono un brivido di malinconia, forse nessuno, fra i grandi interpreti moderni, s'era addentrato così a fondo come Bruno Walter.

Puro ritmo, al contrario, è l'essenza dello Scherzo, di geometrica economia di linee; mentre una vasta ricapitolazione di tutti gli atteggiamenti espressivi della Sinfonia è squadernata dal Finale, che parte da un tema che più di un tema pare un gesto fulmineo e scontroso; certo simili corse, leggere e crepitanti, specialmente Haydn aveva fatto conoscere; ma qui si sbrigliano con un gusto per i contrasti, per gli ostacoli da abbattere, che scuote da vicino il pacifico ascoltatore; siamo ancora nei limiti del Finale giocoso, ma messo a soqquadro da una vena umoristica turbolenta che ha ormai scavalcato la "vivacità".

Giorgio Pestelli


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 16 aprile 2005

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