Glossario
Testo della Cantata



Sonata per flauto e pianoforte in si bemolle maggiore, WoO. HA 11

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Allegro
  2. Polacca
  3. Largo
  4. Tema con variazioni
Organico: flauto, pianoforte
Composizione: 1790 circa
Edizione: Zimmermann, Berlino, 1906 (in una revisione alquanto arbitraria di A. van Leeuwen) e Bruckner Verlag, Lipsia, fine 1951 (edizione critica fedele all’originale di Willy Hess)

Per quanto vi siano degli argomenti per ammettere l’autenticità, questa non può tuttavia dirsi positivamente sicura

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

L'opera cameristica di Beethoven per strumenti a fiato solisti con accompagnamento di archi o del pianoforte appartiene, tranne poche eccezioni, al primo periodo creativo del compositore, svoltosi a Bonn e culminante nel famoso Gran Settimino in mi bemolle maggiore per violino, viola, violoncello, contrabbasso, corno, clarinetto e fagotto, scritto tra il 1799 e il 1800 ed eseguito per la prima volta con schietto successo in forma privata in casa del principe Karl Philipp Schwarzenberg. Questa musica da camera per strumenti a fiato rientra quindi nell'ambito dell'esperienza settecentesca beethoveniana, alle prese per così dire con un sinfonismo in miniatura, dal quale l'artista si distaccò non appena cominciò a cimentarsi con il linguaggio più complesso e articolato della grande orchestra. Va aggiunto poi che in tale specifica produzione giovanile i pezzi per flauto con accompagnamento del pianoforte o di altri strumenti non sono molti e comprendono il Duo in sol maggiore per due flauti del 1792, il Trio in sol maggiore per pianoforte, flauto e fagotto, scritto tra il 1786 e il 1790, la Sonata per flauto e pianoforte in si bemolle maggiore, composta nel 1792 e ritenuta per lungo tempo opera dubbia fino a quando nel 1951 il musicologo Willy Hess non l'ha inserita nel catalogo aggiornato dei Beethoven-Werke, i Sei temi variati per flauto e pianoforte op. 105 e i Dieci temi variati per flauto e pianoforte op. 107 (ambedue i lavori, che sono vere e proprie raccolte di variazioni, collocati tra il 1817 e il 1818) e infine la Serenata per flauto e pianoforte op. 41, pubblicata nel 1803 come riduzione della Serenata op. 25 per flauto, violino e viola del 1796-'97, riveduta e approvata dallo stesso Beethoven.

Ascoltando la Sonata in si bemolle maggiore si può convenire con quanti ritengono che si tratti di un Duo in piena regola nel quale i due strumenti «hanno uguale importanza e sono impegnati in una vera dialettica dialogante, secondo il "nuovo corso" instaurato dalle Sonate mozartiane per pianoforte e violino» (Carli Ballola). Non si sa di preciso quale sia stato il flautista per il quale tale opera venne composta, ma certamente sarà stato uno strumentista abile ed esperto, considerando il tipo di scrittura riservato al solista sin dall'Allegro iniziale, che richiede al flauto risorse virtuosistiche ed espressive sia nel registro basso che in quello alto, in un colloquio misurato e omogeneo con il pianista. Piacevole ed estrosa è la successiva Polacca, cui segue un Largo dagli accenti morbidi e dolci e una serie di brillanti variazioni di impronta mozartiana, in un clima di leggero e disincantato divertimento (vale la pena di sottolineare come anche in questo pezzo della prima maniera Beethoven si serva della tecnica della variazione in modo magistrale, secondo una precisa scelta compositiva da lui potenziata e dilatata al massimo in tutta la sua monumentale costruzione musicale).

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

A lungo ritenuta opera dubbia e inoltre retrodatata di otto anni rispetto all'effettiva collocazione cronologica, la Sonata in si bemolle maggiore è la prima delle composizioni da camera con pianoforte di Ludwig van Beethoven (1770-1827). Come quasi tutti i lavori del genere, il brano conferma un'evidente matrice di musica su commissione e «di consumo», imposta all'autore dalle condizioni sociali di fine '700 e proseguita sull'esempio lasciato dai maestri spirituali Haydn e Mozart. Si tratta quindi di opera non eccelsa, anche perché esito dei primi anni di attività beethoveniana, e tuttavia significativa, oltre che utile a delineare meglio questa fase di «apprendistato» del musicista, in particolare per ciò che concerne l'impiego degli strumenti a fiato, proposti in svariate combinazioni (si pensi al Trio-Divertimento per due oboi e corno inglese, al Quintetto per oboe, fagotto e tre corni, ai Duetti per clarinetto e fagotto) o messi a confronto con il pianoforte, come appunto nella Sonata in programma stasera, che accosta il flauto allo strumento a tastiera. Composta nel 1792, e non nel 1784, la Sonata si presenta in forma di vero e proprio Duo, evitando cioè i limiti derivabili da un rapporto di sudditanza tra i due strumenti e offrendo invece una prospettiva saldamente equilibrata, in cui entrambi i protagonisti rivestono medesimo valore e importanza, a conferma del nuovo ambito inaugurato quindici anni prima dalle Sonate mozartiane per violino e pianoforte. Tale precipuo aspetto contribuisce a sfrondare qualsiasi contestazione sulla paternità del brano che, come più su accennato, non subito è stato attribuito a Beethoven e che, di contro, la struttura e la considerevole ampiezza, unite a un linguaggio musicale già notevolmente emancipato, ascrivono con sicurezza al repertorio del musicista di Bonn. Niente si è invece finora accertato sull'identità del flautista cui la Sonata fu dedicata, se non che doveva trattarsi di persona piuttosto abile e capace: costante è infatti l'impegno che soprattutto l'Allegro iniziale richiede all'esecutore, chiamato a misurarsi in una serrata e incalzante sequenza di passaggi virtuosistico-espressivi, in cui suggestivo risalto assumono le frequenti trasposizioni dal registro grave a quello acuto, sempre sostenute da un dosato «appoggio» fonico-timbrico del pianoforte. Pacati e scorrevoli sono poi i toni della Polonaise, che, come pure il breve Largo successivo, si pone quale appropriato momento transitorio di piacevole immediatezza. Il quarto movimento propone infine una serie di brillanti variazioni su un tema di Minuetto, che, elaborato con maestria, conduce a un vibrante unisono dei due strumenti: inatteso giunge così il finale, che accomuna flauto e pianoforte quasi sottovoce in una sorprendente e delicatissima conclusione.

Piero Gargiulo


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 30 aprile 1982
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto del Maggio Musicale Fiorentino,
Firense, Palazzo Pitti, 13 luglio 1982

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Ultimo aggiornamento 19 maggio 2016
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