Glossario



Sonata per violino e pianoforte n. 2 in la maggiore, op. 12 n. 2

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Allegro vivace
  2. Andante più tosto Allegretto (la minore)
  3. Allegro piacevole
Organico: violino, pianoforte
Composizione: 1797 - 1798
Edizione: Artaria, Vienna 1799
Dedica: Antonio Salieri

Guida all'ascolto (nota 1)

Beethoven è stato esssenzialmente un pianista e da giovane raccolse simpatia e consensi a Vienna esibendosi sullo strumento a tastiera nelle serate musicali organizzate nei circoli aristocratici del tempo. Conosceva però molto bene le possibilità tecniche del violino, pur non essendo violinista altrettanto bravo che pianista, stando a quello che riferisce il suo allievo Ferdinand Ries. «A Vienna - ha scritto Ries - Beethoven ha avuto lezioni di violino da Krumpholz e da principio abbiamo suonato insieme sul violino le sue sonate. Era veramente una musica tutt'altro che perfetta, perché nel suo entusiastico zelo egli non udiva quando intonava un passaggio con la diteggiatura sbagliata». Naturalmente Beethoven, quando si decise a scrivere composizioni per violino, tenne presente il modello mozartiano che rappresentava il punto più alto e più riuscito del classicismo nella musica riservata a questo strumento. Se si considerano l'equilibrio e la sintesi raggiunti con i componimenti K. 454, 481 e 526 si può capire l'importanza del contributo dato da Mozart alla letteratura per pianoforte e violino e Beethoven non poteva non servirsi dell'esperienza del salisburghese, anche se rivolgeva maggiormente la sua attenzione alla parte del pianoforte.

Questo aspetto, unito ad altre considerazioni sulla personalità del musicista di Bonn, fu messo in evidenza nella critica apparsa sull'"Allgemeine Musikalische Zeitung" il 5 giugno 1799, dopo l'esecuzione delle prime tre Sonate per violino op. 12 (in re maggiore, in la maggiore e in mi bemolle maggiore) di Beethoven, scritte nel 1797-1798 e dedicate al suo maestro di composizione, l'italiano Antonio Salieri (1750-1825). «Il recensore - è scritto nella importante e autorevole Gazzetta musicale di Lipsia - ha ascoltato con molta fatica queste stranissime sonate cariche di insolite difficoltà e deve confessare di essersi sentito come uno che pensava di fare una passeggiata con un geniale amico in un attraente bosco ed è trattenuto ad ogni momento da ostacoli; alla fine stanco ed esausto se ne va È innegabile che il signor Beethoven procede con un passo tutto suo. Cultura, cultura, sempre cultura, e mai natura, mai canto! Se lo si prende sul serio non c'è che una quantità di cultura, senza un buon metodo, una ricerca di modulazioni fuori dell'ordinario, un antipatia per le combinazioni abituali, un accatastare difficoltà su difficoltà, fino a far perdere la pazienza e la gioia».

In realtà le Sonate dell'op. 12, il cui titolo originale è "Tre Sonate per il Clavicembalo o Forte-Piano con un violino", si riallacciano alla forma delle Sonate per pianoforte con violino scritte a Parigi e a Londra dal giovane Mozart sul modello di Johann Christian Bach. Le tre Sonate op. 12 sono, come i loro modelli, in tre movimenti e sono aperte da un Allegro in forma-sonata e concluse da un Rondò. L'idea del dialogo fra pianoforte e violino è costante e determinante. I due strumenti si alternano nella linea melodica il colloquio si sviluppa in una vivace imitazione di motivi. Accanto al contrasto fra tema principale e tema secondario, Beethoven punta sul dualismo drammatico a cominciare dalla formazione dei temi. Contrasti dinamici a breve distanza, spostamenti di accento mediante sincopi, brusche modulazioni e sorprendenti scatti ritmici: questo modo di esprimersi appare oggi perfettamente normale, ma ai contemporanei di Beethoven apparve di difficile acquisizione. I tempi iniziali e finali delle Sonate op. 12, contrassegnati da accenti di immediata spontaneità, racchiudono movimenti lenti molto espressivi, che nella intensità della loro qualità inventiva vanno oltre ciò che all'epoca ci si aspettava da un genere musicale il cui scopo consisteva nell'intrattenimento di società.

Mentre la prima delle tre Sonate dell'op. 12 può considerarsi un brillante pezzo da concerto, caratterizzato da una piacevole euforia ritmica, la seconda in la minore si presenta sin dalle prime battute dell'Allegro vivace in modo diverso nel rapporto fra i due strumenti, che si rincorrono con un'arguzia un po' capricciosa e ironica. Il tema ritmicamente punteggiato dal violino passa poi al pianoforte e si arricchisce di trovate armoniche e timbriche. L'Andante piuttosto Allegretto in la minore ha un tono elegiaco e pensoso nel dialogo tra il pianoforte e il violino. La frase melodica viene indicata con misurata riservatezza dal violino e quindi la raccoglie con delicatezza e circospezione il pianoforte. Il finale è un Allegro piacevole che con il suo carattere estroso assume i lineamenti dello Scherzo, nell'ambito di un discorso fitto di piccole frasi vivaci, ma non di tale "difficoltà da far perdere la pazienza", come annotava la Gazzetta musicale di Lipsia.


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 18 novembre 1988

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Ultimo aggiornamento 28 luglio 2013
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