Glossario



Sonata per violino e pianoforte n. 3 in mi bemolle maggiore, op. 12 n. 3

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Allegro con spirito
  2. Adagio con molt' espressione (do maggiore)
  3. Rondo. Allegro molto
Organico: violino, pianoforte
Edizione: Artaria, Vienna 1799
Dedica: Antonio Salieri

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Se dalle date di nascita di un tipo di composizione, e dalla continuità o meno con cui un musicista vi si applica lungo la sua vita, dovessimo trarre qualche conclusione, sarebbe lecito affermare che in Beethoven il genere della Sonata per violino e pianoforte venne assai in ritardo a sollecitare il suo interesse creativo, certo dopo quasi tutte le altre combinazioni cameristiche a due e più strumenti; e quell'interesse si esaurì nello spazio di circa 5 anni, tanti quanto vanno dal 1798 - anno di composizione delle Tre Sonate dell'opera 12 - al 1803, in cui il ciclo delle sonate violinistiche praticamente si chiude, salvo la tardiva ripresa del 1812 con la decima e ultima sonata. Mentre, per dire, le Sonate per pianoforte, i Quartetti e le Sinfonie s'inseriscono, dominandolo, anche nell'ultimo decennio dell'esistenza strumentale beethoveniana. «Segno» - osserva il Biamonti - «che la materia strumentale meno duttile, meno rispondente alle esigenze di una estrinsecazione artistica sempre più tiranneggiata dall'assillo di una pensosa, inesausta ricerca, si è venuta gradatamente eliminando come per selezione naturale».

Le tre Sonate per pianoforte e violino op. 12 sono dedicate ad Antonio Salieri. Omaggio del maestro di Bonn a colui che negli anni intorno al 1789 era suo insegnante di composizione drammatica e dal quale, se non altro, egli ebbe modo di impratichirsi della lingua italiana.

Alcuni studiosi hanno visto nella Sonata in mi bemolle un accentuato ritorno a imitazioni o derivazioni mozartiane e una certa esteriorità di condotta che la porrebbero a un livello inferiore delle altre due. Noi siamo con coloro i quali, all'opposto, la considerano una delle espressioni più vigorose e sicure della fase di crescenza beethoveniana. Basti in tal senso far caso, nell'Allegro con spirito, all'ampio spiegamento di mezzi e sonorità pianistiche e alla naturalezza con cui la vicenda dei temi e degli incisi va a destare intime corrispondenze e risonanze tra i due strumenti.

Inoltre, nel secondo movimento (Adagio con molta espressione), la melodia, al suo apparire assai compassata, percorre via via alcune arcate che, nell'accrescersi e addensarsi delle figure accompagnanti, la conducono quasi insensibilmente a dilatarsi in un inatteso volo del violino. Quasi romanza, cui il pianoforte presta la vaghezza di tonalità ben più dolci e colorite del primitivo do maggiore. Un pieghevole sfumato riconduce gli strumenti nell'alveo di quella tonalità; qualche battuta di dialogo, uno scambio di incisi, una drammatica affermazione (l'unica) in fortissimo, infine il lento declino, e la chiusa.

Il Rondò è tutto invasato da un'allegria sana e schietta, non senza, forse, qualche spunto parodistico; come dire il villereccio e il rusticano in punta di penna di Haydn risentiti da uno spirito che, per sua natura, non poteva non sottolineare e accentuare quanto entrava nel suo dominio.

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Delle dieci sonate per violino e pianoforte composte da Beethoven, le prime nove furono scritte fra il 1798 e il 1803 - l'ultima, l'opera 96, risale al 1812 - e appartengono dunque a pieno diritto al cosiddetto "primo periodo" beethoveniano. Si tratta di composizioni che in massima parte - con la significativa eccezione della sonata op. 47, la cosiddetta "Sonata a Kreutzer" - non costituiscono la punta più avanzata della ricerca dell'autore, e rientrano anzi ancora pienamente in una estetica di intrattenimento di matrice settecentesca. Si tratta insomma di uno dei settori più "conservatori" della produzione di Beethoven, attendendo al quale il compositore fu ampiamente condizionato dalle "regole" imposte dal consumo musicale del suo tempo.

Ancora alla fine del XVIII secolo, infatti, la musica da camera con pianoforte era destinata non già - come quella per soli archi - ad esecutori professionisti, ma principalmente ad esecutori dilettanti; e tale situazione aveva ripercussioni dirette sul disimpegno concettuale del contenuto e sull'equilibrio della scrittura strumentale, che affidava la conduzione del discorso musicale al solo pianoforte, riservando al violino un semplice ruolo di "accompagnamento".

Già Mozart, con le Sonate K. 454, 481 e 526, aveva "promosso" lo strumento ad arco ad un ruolo paritario rispetto a quello a tastiera, senza però allontanarsi molto da un contenuto espressivo ancora "disimpegnato" e d'intrattenimento. Ispirandosi ali' esempio mozartiano, Beethoven si adeguò a quello che il mercato editoriale dei dilettanti gli richiedeva, ma non mancò, tuttavia, di guardare anche a una destinazione "professionale", ricercando una dialettica interna e un completo equilibrio di scrittura fra gli strumenti; proprietà che apparivano ostiche ai contemporanei, abituati ancora a una facile cantabilità e al predominio del pianoforte sul violino.

Nel "corpus" delle sonate per violino e pianoforte l'opera 12 n. 3 - l'ultima della prima triade editoriale - è certamente una delle composizioni più brillanti, apertamente pensata come sonata da concerto. Già l'incipit dell'Allegro con spirito iniziale, con il suo intreccio di arpeggi e la serrata dialettica strumentale, dà il segno alla intera partitura, quello di un equilibrato connubio di virtuosismo ed eleganza. Il movimento iniziale è comunque ricchissimo di idee, che si avvicendano con una eloquenza quasi pletorica; il secondo tema, tradizionalmente più cantabile, non rinuncia a una nervosa levigatezza; mentre la sezione dello sviluppo ricorre al modo minore non per cercare implicazioni drammatiche, ma per conseguire una varietà coloristica.

L'Adagio con molt'espressione che funge da secondo movimento è tutto percorso da una tersa melodiosità di estrazione vocalistica, con un appropriato scambio di funzioni fra voce e accompagnamento, e con diverse fermate e cadenze di carattere improvvisatorio. Il Rondò è un movimento umoristico, con un incisivo refrain di aspirazione concertistica (prima esposto dal solo pianoforte, poi dal violino accompagnato), che viene alternato con episodi di impostazione affine; chiude la Sonata una brillantissima coda che avvicenda serrate imitazioni del refrain fra i due strumenti e una lieta melodia diversiva.

Arrigo Quattrocchi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Sala Accademica di via dei Greci, 24 marzo 1961
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 17 novembre 1992

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Ultimo aggiornamento 12 marzo 2014
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