Glossario



Sonata per violino e pianoforte n. 7 in do minore, op. 30 n. 2

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Allegro con brio
  2. Adagio cantabile (la bemolle maggiore)
  3. Scherzo. Allegro (do maggiore)
  4. Allegro
Organico: violino, pianoforte
Composizione: 1802
Edizione: Bureau des Arts et d’Industrie, Vienna 1803
Dedica: Zar Alessandro I°

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

L'iniziale opera beethoveniana per violino e pianoforte, pur con alcune connotazioni spiccatamente personali, era stata influenzata da Mozart, per l'esattezza da quei capolavori che furono le Sonate in si bemolle maggiore K. 454, in mi bemolle maggiore K. 481 e in la maggiore K. 526 e che costituirono il primo perfetto modello di "Sonata concertante", in cui lo strumento ad arco non si limitava, come nel passato, ad interazioni o a imitazioni occasionali ma si alternava col pianoforte secondo un paritario principio dialogante. Rispetto a quella produzione, la triade delle Sonate beethoveniane dell'op. 30 (cioè la n. 6 in la maggiore, la n. 7 in do minore, la n. 8 in sol maggiore) rappresenta un momento di transizione, avviando peraltro un primo decisivo passo nella prospettiva di uno stile totalmente affrancato dai modelli settecenteschi, anche dal punto di vista formale.

Composte nel 1802, nell'anno infausto in cui la sordità di Beethoven ebbe a manifestarsi in tutta la sua gravità, e quasi contemporanee alla Seconda Sinfonia e alle Sonate per pianoforte dell'op. 31 principalmente, le Sonate dell'op. 30 furono pubblicate a Vienna nel maggio-giugno del 1803 con la dedica allo zar Alessandro I di Russia, a cui furono trasmesse per il tramite dell'ambasciatore conte Rasumowskij: pare che lo zar non abbia dato allora alcun segno di gradimento per tale omaggio e soltanto nel 1814-1815, quando soggiornò nella capitale austriaca per lo storico Congresso di Vienna, su sollecitazione della zarina Elisabetta, che era ammiratrice della musica di Beethoven, fu consegnata al compositore una ricompensa di 100 ducati assieme ad un anello.

Al pari della triade dell'op. 31 per pianoforte, il lavoro cruciale dell'op. 30 è la Sonata centrale della raccolta cioè la Sonata n. 7 in do minore, il cui manoscritto originale è conservato nel fondo Bodmer del Beethovenhaus mentre numerosi abbozzi si trovano nel Quaderno Kessler, attualmente nel museo della Società degli Amici della Musica di Vienna.

La struttura del primo movimento della Sonata n. 7 e l'impianto stesso della tonalità di do minore suggeriscono l'analogia con altre composizioni di poco precedenti nell'ordine cronologico, come il Quartetto n. 4 dell'op. 18 e il Terzo Concerto per pianoforte e orchestra. Si ravvisano inoltre nella Sonata in do minore altri caratteri del tutto peculiari e che segnano lo strabiliante contrasto di quest'opera rispetto alla produzione anteriore, come la cupa e minacciosa energia e il vigore drammatico, tesi a forzare dall'interno gli abituali schemi formali, l'articolazione quasi sinfonica in quattro movimenti, l'assoluta originalità di alcune formule strumentali tra cui i passaggi in "staccato martellato", le irruenti scale, le sovrapposizioni di lunghe linee melodiche e tempestose figurazioni del basso nonché certi insoliti tratti percussivi o declamatori.

Le innovazioni più sintomatiche della Sonata in do minore sono individuabili nei suoi movimenti esterni, cioè nell'iniziale Allegro con brio e nel conclusivo Finale-Allegro. In sede di estremamente sommaria analisi si colgono nell'ampio respiro del primo tempo alcune novità strutturali del tutto singolari come l'eliminazione della ripetizione integrale dell'esposizione, l'aggancio della fine dell'esposizione all'inizio dello sviluppo per il tramite di una transizione volta a prolungare la tensione emotiva d'avvio, la stessa brevità dello sviluppo e, per contro, dopo la riesposizione, l'ampiezza della Coda, siglata dalla perentoria affermazione del tema d'apertura.

Apparentemente semplice nella sua articolazione motivica, l'Adagio cantabile, improntato ad una vena elegiaca «dolce, velata, molto nobile» - secondo l'opinione di Berlioz - si pone in evidenza per la varietà dell'elaborazione, oltre a contemplare nell'estesa Coda la felice combinazione di una nova frase con frammenti del tema principale e con rapidi passaggi in piccole scale.

Nello Scherzo si ascoltano inaspettati spostamenti di accenti che saranno tipici di analoghi movimenti della successiva produzione beethoveniana, mentre il Trio, nella medesima tonalità di do maggiore, si dipana a canone tra il violino e il pianoforte nel registro basso.

Marcato da una foltissima tensione espressiva è il Finale sin dall'apparire del tema introduttivo in cui si enucleano due elementi, il primo ritmico e il secondo chiaramente melodico, nel contesto d'un movimento che combina assieme la forma-sonata con lo schema dei Rondò. Ed egualmente insolita e nuova, anche in questo tempo, è la Coda che corona la Sonata in do minore con un Presto dall'incedere violento e affannoso.

Luigi Bellingardi

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

La Sonata per violino e pianoforte di Beethoven oggi in programma è la seconda delle tre Sonate op. 30 composte nel 1802 e dedicate all'Imperatore di Russia Alessandro I. Se per le altre due la data di nascita del 1802 costituisce poco più che un elemento anagrafico, per questa in do minore è possibile intravedere più di un nesso dei due tempi estremi della Sonata con la contemporanea seconda Sinfonia, con il testamento di Heiligenstadt, con i germi dell'Eroica. Infatti tono lirico e andamento dinamico si diversificano notevolmente da quanto Beethoven aveva composto fin qui nel genere strumentale cameristico, particolarmente per un che d'accigliato, di tempestoso, di appassionato; e anche nella condotta formale intervengono innovazioni significative che vanno dall'ampio schema, quasi sinfonico, di tutto il componimento fino, ad esempio, all'abolizione, nel primo movimento Allegro con brio, del consueto ritornello della prima parte.

Né manca d'interesse, anche, la scelta della tonalità di la bemolle per l'Adagio cantabile: una tonalità che confina il violino in sonorità appannate e velate, praticamente riducendo le corde vuote a una sola.

Riferiscono alcuni biografi, sulla scorta dello Schindler, che negli ultimi anni di sua vita Beethoven si sarebbe dimostrato particolarmente scontento dello Scherzo della Sonata, poco in armonia con il resto, tanto da concepirne l'abolizione, portando questa e altre composizioni consimili a soli tre movimenti. Il che, comunque, non avvenne; superfluo aggiungere per fortuna.

Giorgio Graziosi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 18 maggio 2001
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Eliseo, 23 novembre 1961

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Ultimo aggiornamento 3 novembre 2011
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