Glossario



Sonata per violino e pianoforte n. 8 in sol maggiore, op. 30 n. 3

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Allegro assai
  2. Tempo di Minuetto (mi bemolle maggiore)
  3. Allegro vivace
Organico: violino, pianoforte
Composizione: 1802
Edizione: Bureau des Arts et d’Industrie, Vienna 1803
Dedica: Zar Alessandro I°

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Per un musicista della fine del Settecento una composizione da camera con pianoforte costituiva un lavoro artisticamente meno impegnativo di un Quartetto o di un Quintetto per soli archi: s'intende, nel senso che l'espressione «impegno artistico» poteva avere per un compositore del XVIII secolo. Una Sonata per violino e pianoforte, un Trio, un Quartetto, un Quintetto per piano e archi o strumenti a fiato erano giudicati meno «importanti» per il fatto che si sapevano destinati alla categoria dei Liebhaber, ossia degli esecutori dilettanti, meno colti e preparati dei Kenner, gl'intenditori, e dei musicisti professionisti, cui per tradizione era riservato l'aristocratico Quartetto d'archi, con le sue difficoltà tecniche e la dotta complessità di scrittura. Tale condizione d'inferiorità delle composizioni con pianoforte si manifesta anche nel numero dei tempi e nella struttura formale: un Quartetto o un Quintetto per archi hanno sempre quattro o più tempi; una Sonata, un Trio, un Quartetto con pianoforte ne hanno al massimo tre, non di rado due. Inoltre questi ultimi lavori appartengono al genere «facile» e «leggero», nel senso che dottrina musicale, profondità di sentimento, individualismo e passione, quando sono presenti, come avviene nei due Quartetti con pianoforte e nelle Sonate per violino e piano di Mozart, sono abilmente dissimulati dietro la solita vernice di amabiltà mondana e di «buone maniere».

I musicisti del Settecento erano troppo sensibili all'elemento stile, alle razionalistiche distinzioni tra i vari «generi» e ai loro limiti per non sentirsi condizionati da una simile concezione, che ebbe modo di allungare le radici in profondità. Non solo Haydn, Mozart e il giovane Beethoven non vi si sottrassero mai completamente, ma una traccia di essa sussiste perfino nella musica da camera con pianoforte scritta da Beethoven negli anni della piena maturità, non esclusi i lavori più grandi e più seri. Tale atteggiamento, che potremo definire «confidenziale», nei confronti del complesso da camera con pianoforte, durò molto a lungo nella musica viennese ed è chiaramente riconoscibile in un romantico-classico come Schubert, i cui Trii e le cui Sonate per piano e strumenti ne risentono spesso in maniera tutt'altro che benefica; o in un romantico ammalato di classicismo, come Brahms, che invece seppe trarne meravigliosi vantaggi: nonostante le loro bellezze, i suoi Sestetti, Quintetti, Quartetti per soli archi non superano, infatti, in freschezza e vitalità le composizioni da camera con pianoforte. Anche per il giovane Beethoven i tre Quartetti per piano, violino, viola e violoncello del 1785, e i tre Trii per piano, violino e violoncello op. 1 (pubblicati nel 1795), rappresentarono sicuramente un esperimento più «confidenziale» e più «facile» dell'ambizioso Quintetto per archi op. 4 dedicato al conte von Frics, per non parlare dei sudatissimi Quartetti op. 18: ed è significativo il fatto che dei primi venti numeri d'opere da lui composte o pubblicate entro il XVIII secolo, ben quattordici comprendano il pianoforte.

La seconda triade delle Sonate per violino e pianoforte di Beethoven appare nel 1803 e riunisce, sotto lo stesso numero d'op. 30, tre opere stilisticamente ed esteticamente assai differenti l'una dall'altra. La prima di esse, in la maggiore, è forse la più debole di tutte le Sonate beethoveniane per violino e piano: incerta tra il molto Mozart di seconda mano del primo movimento e le reminiscenze haydniane del secondo, essa ebbe in origine un Finale del tutto sproporzionato, per grandiosità, novità e vigore inventivo, alla mediocrità degli altri due tempi. Beethoven, però, se ne avvide, sostituendolo con una serie di semplici variazioni su un tema alquanto convenzionale. Il primo Finale troverà poi degna sede nella Sonata a Kreutzer. Se l'op. 30 n. 1 è l'ultima delle Sonate decisamente volte a un passato che lo stesso Beethoven aveva reso irrecuperabile, la Sonata seguente, in do minore, è la prima ad esserne quasi interamente emancipata e a costituire la prima grande affermazione del maestro in questo genere. L'acme drammatico e patetico dell'op. 30 n. 2 trova il suo contrario nella terza Sonata della serie, in sol maggiore, che si esegue stasera, dove tutto è amabilità, serenità e umorismo; tuttavia, anzi, proprio per questo, l'op. 30 n. 3 non è meno «beethoveniana» della sua tragica sorella, né meno di questa bella ed importante. A differenza della Primavera, qui ogni traccia mozartiana è scomparsa e ovunque s'incontrano tratti strumentali profondamente personali, come i chiassosi e bonari passaggi all'unisono di cui abbonda il primo tempo e che caratterizzano il tema principale. Anche il Tempo di Minuetto centrale non ha più nulla di settecentesco: al pari di quello dell'op. 31 n. 3 o dell'op. 54, si tratta piuttosto di un'idealizzazione, o, meglio, di una «citazione» di Minuetto, mentre il Finale è un gaio «moto perpetuo».

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

La Sonata in sol maggiore per violino e pianoforte fu composta nel 1802. Siamo al tempo della I Sinfonia e delle Sonate per pianoforte op. 31. Tutti i commentatori, dal classico De Lenz in poi, ne hanno sottolineato il carattere pastorale. Esso si avverte sin dal primo Allegro in 6/8. La grinta dell'eroico è quanto mai distante, e Beethoven tratteggia i sentimenti della Natura romantica. Una Natura benigna, al centro di un creato panteista, dove la serenità sarà il premio degli uomini di buona volontà. Il Tempo di Minuetto funge da intermezzo.

Beethoven gioca dolcemente con lo stile concertante, e l'alternarsi degli strumenti rammenta le delizie settecentesche dell'eco. L'Allegro finale, in forma di rondò, strizza l'occhio alla vena popolare del suburbio viennese, quella che Schubert immortalerà sotto il segno della malinconia. Il giovane Beethoven non conosce ancora queste ubbie, ed in quel mondo si aggirò felice o, più tardi, lottò per renderlo tale.

Gioacchino Lanza Tomasi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 20 Maggio 1982
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 12 febbraio 1975

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Ultimo aggiornamento 22 settambre 2015
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