Glossario



Trio per archi e pianoforte n. 1 in mi bemolle maggiore, op. 1 n. 1

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Allegro
  2. Adagio cantabile (la bemolle maggiore)
  3. Scherzo. Allegro assai (do minore)
  4. Finale. Presto
Composizione: 1793/1795
Organico: pianoforte, violino, violoncello
Edizione: Artaria, Vienna 1795
Dedica: Principe Lichnowski

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

II catalogo beethoveniano si apre proprio con i tre Trii op. 1, pubblicati nel 1795; non si trattava probabilmente della sua prima opera in senso cronologico, ma certo era un biglietto da visita che il giovane musicista volle probabilmente revisionare a lungo prima di esporsi per la prima volta pubblicamente come compositore. La presenza dei quattro movimenti, l'uso dello Scherzo come terzo movimento e l'indipendenza del violoncello sono già importanti elementi innovativi, che si coniugano tuttavìa con un linguaggio e uno utile legati ancora alla musica di fine XVIII secolo, come può risultare evidente da un confronto con i capolavori dell'età più matura (op. 70 e 97). Il «sapore mozartiano» delle sonorità, dei profili melodici, delle scelte armoniche, così come l'ampiezza e la ridondanza dei prolungamenti cadenzali e delle code, rivelano un Beethoven perfetto interprete della tradizione in cui è cresciuto, ma non ancora pienamente segnato daila straordinària unicità del suo genio.

Il primo tema dell'Allegro si basa su un raffinato gioco di contrasti: alle prime quattro battute di arpeggi staccati, Beethoven risponde con una frase legata e cantabile. Nella successiva evoluzione del tema, la medesima «disputa» tra staccati e legati si fa più stretta, risolvendosi a favore della cantabilità. Un breve episooio di transizione porta quindi al secondo gruppo tematico, costituito da una pacata successione accordale e da una seconda idea, che si scioglie in un incedere più scorrevole. Da un pedale di dominante a ottave ribattute parte infine un'ampia coda dell'Esposizione, attraversata da scale ascendenti a terzine staccate. Lo Sviluppo si apre con echi del primo tema, dai quali prende il via una elaborazione dello stesso primo tema, seguita da una rivisitazione della coda dell'Esposizione. La Ripresa segue lo schema tradizionale, con la riproposizione del primo tema e dell'episodio di transizione, ridotto e modificato per trasportare il secondo gruppo tematico nella tonalità d'impianto. Al termine della coda dell'Esposizione vi è una ripresa variata della prima parte del secondo tema, che lascia quindi spazio a un'ulteriore ampia coda conclusiva.

Nell'Adagio cantabile il tema principale, è un pacato e raccolto motivo esposto dal pianoforte che si conclude con una frammentata successione accordale. Il tema viene quindi ripreso dal violino, per poi lasciare spazio a un secóndo episodio, dai toni lievemente più espansivi e affettuosi, che viene cantato in alternanza da violoncello e violino. Dopo un ritornello variato del tema principale vi è un deciso cambiamento di atmosfera, con una frase melodica triste e appassionata che i tre strumenti riportano in tre differenti tonalità, fino a che un'improvvisa modulazione a una tonalità maggiore rasserena l'umore melanconico con cui era iniziato l'episodio. L'ultimo ritornello del tema è infine seguito da una delicata fantasia, nella quale reminiscenze del tema si mescolano liberamente a nuovi frammenti tematici, portandosi gradualmente alla cadenza conclusiva.

II tema del terzo movimento (Scherzo. Allegro assai) è tutto costruito intorno a un brillante inciso di tre note con un'acciaccatura. Dopo l'esposizione della prima parte, lo Scherzo prosegue con reiterazioni dell'inciso iniziale, che portano a una cadenza da cui potrebbe ripartire il tema. Quando questa sezione cadenzale sembra conclusa, viene ulteriormente prolungata da Beethoven con l'inserimento di rapide «sciabolate» del violino ripetute in progressione. Una momentanea ripresa della prima parte dello Scherzo viene inframmezzata inaspettatamente da uno sferzante pedale di quinta, che sembra evocare danze popolaresche di campagna, subito seguito da una brillante coda cadenzale. La sezione centrale di Trio presenta una prima parte con lunghe note tenute degli archi, su cui si sgranano delicati arpeggi del pianoforte, e una seconda parte che ripropone il medesimo tessuto musicale della sezione iniziale. Dopo la ripresa da capo dello Scherzo, una breve coda conclusiva chiude il movimento.

Il Finale si apre con un divertito botta e risposta tra i salti singhiozzanti de! pianoforte e la replica galoppante del violino. È questo il primo gruppo tematico, al quale, dopo una sezione modulante che porta alla tonalità di dominante, succede un secondo tema, costituito da una frase a saltellanti note staccate che ruota tra i tre strumenti. Dopo un breve stacco contrastante dall'armonia cromatica che interrompe momentaneamente il fluire del discorso musicale, l'andatura ritorna a essere rapida e incalzante in occasione della coda di fine Esposizione.

Nello Sviluppo viene riproposto il primo tema in modo minore, seguito da una frenetica corsa a semicrome di violino e pianoforte che si rifà alla parte conclusiva dell'Esposizione. Raggiunto il culmine dell'intensità espressiva, Beethoven stempera la tensione con un episodio più pacato, nel quale note lunghe degli archi si sovrappongono a fluidi arpeggi legati del pianoforte. Si giunge così alla Ripresa, con il secondo tema trasportato nella tonalità di impianto, completata la quale Beethoven sembra voler «giocare» con i due temi, facendo riecheggiare l'incipit del primo in un breve episodio interlocutorio, per poi trasportare inaspettatamente il secondo in una tonalità molto lontana. Una breve modulazione riporta quindi il secondo tema nella tonalità d'impianto, quasi a voler correggere in corsa una momentanea distrazione, mentre la coda dell'Esposizione si dilata in un più ampio episodio conclusivo, a completamento dell'intero Trio.

Carlo Franceschi de Marchi

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Beethoven ha composto dodici Trii per pianoforte, violino e violoncello, oltre a quindici Variazioni in mi bemolle maggiore riservate agli stessi strumenti e a due Trii in un solo movimento. Tra essi i più conosciuti e più volte eseguiti in concerto sono i due Trii dell'op. 70, di cui il primo in re maggiore prende il titolo anche di "Trio degli spettri" (Geister-Trio) per alcune trovate armoniche nel Largo del secondo tempo evocanti un clima spettrale alla Macbeth, e il Trio op. 97, detto "dell'Arciduca", perché dedicato all'arciduca Rodolfo d'Austria (1788-1831), figlio minore dell'imperatore Leopoldo II. Anche se segnato con il n. 1 di opus, il gruppo di tre Trii di cui si esegue stasera il primo non costituisce in senso cronologico il primo impatto di Beethoven con il pubblico: in precedenza il musicista si era fatto conoscere con le Variazioni su una marcia di Dressler e con le tre cosiddette Sonate Palatine. Ma è evidente che con i Trii dell'op. 1 il giovane Beethoven impose all'attenzione del mondo culturale e musicale viennese la propria personalità creatrice. Non si conosce esattamente l'anno di nascita di queste composizioni, ma si sa che la prima esecuzione ebbe luogo alla fine del 1793 o nelle prime settimane del 1794 alla presenza dello stesso Haydn. Ferdinand Ries, allievo e confidente di Beethoven riferisce esaurientemente su quella serata in casa del principe Lichnowsky a Vienna, dedicatario di questi lavori e in quel periodo generoso protettore del musicista. «I tre Trii di Beethoven - scrive Ries - furono presentati per la prima volta al mondo artistico in una serata dal principe Lichnowsky. Era invitato un gruppo eletto di musicisti e intenditori, a cominciare da Haydn, il cui giudizio era atteso ansiosamente. I Trii suscitarono una straordinaria impressione e Haydn disse molte belle cose, ma sconsigliò Beethoven dal pubblicare il terzo. Ciò stupì molto Beethoven che lo riteneva il migliore: anche oggi piace moltissimo e fa un grande effetto. Perciò questa uscita di Haydn fece brutta impressione a Beethoven, lasciandolo con l'idea che Haydn fosse invidioso, geloso e non avesse simpatia per lui». In realtà Haydn conosceva bene i gusti del pubblico viennese e riteneva che il terzo Trio in do minore fosse piuttosto ardito per quel tempo e non fosse adeguatamente capito, specialmente nei due tempi iniziali, l'Allegro incalzante e affannoso e l'Andante cantabile con variazioni, molto elaborati nel loro discorso musicale. Per interessamento di Lichnowsky e con l'aiuto finanziario di oltre cento sottoscrittori, quasi tutti appartenenti alla nobiltà viennese, i tre Trii furono stampati tra il luglio e l'agosto del 1795 dall'editore Artaria, il quale anticipò al compositore duecentododici fiorini, con l'impegno a realizzare un'incisione chiara e ben curata, preceduta da un elegante frontespizio.

Ad un attento ascolto del Trio op. 1 n. 1 si può avvertire come Beethoven riesca ad imprimere una vivace ricchezza di dialogo al circoscritto quadro del trio settecentesco con pianoforte, così da aprire nuovi orizzonti a questa forma di musica da camera, in preparazione di traguardi più ambiti per dominare lo stile del quartetto d'archi, ritenuto sin d'allora la base di tutta la musica strumentale. In questo senso è significativo il modo come si sviluppano i vari movimenti, a cominciare dall'Allegro iniziale, vivace e brillante, ma anche elaborato nel passaggio da un tema all'altro e da una modulazione all'altra. Nell'Adagio cantabile si dispiega quella intensità lirica e quella interiorità espressiva che appartengono già alla sigla stilistica del grande Beethoven. Lo Scherzo, a volte indicato in qualche partitura come "Menuetto quasi allegro assai", e il Finale mostrano un compositore già maturo in fatto di invenzione tematica e di piglio ritmico, pur non distaccandosi del tutto dalla lezione autorevole di Haydn e di Mozart.

Ennio Melchiorre


(1) Testo tratto dal libretto allegato al CD AM 125/1-2 allegato alla rivista Amadeus
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 31 maggio 1995

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