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Trio per archi e pianoforte n. 5 in re maggiore, op. 70 n. 1 "Ghost Trio" (I fantasmi)

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Allegro vivace e con brio
  2. Largo assai (re minore)
  3. Presto
Organico: pianoforte, violino, violoncello
Edizione: Breitkopf & Härtel, Lipsia 1809
Dedica: Contessa Marie Erdödy

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Nel 1808, anno di straordinaria fertilità nel quale furono ultimate la Quinta e la Sesta sinfonia, Beethoven torna a scrivere un'opera completa e originale per archi e pianoforte, a quasi quindici anni di distanza dall'op. 1. Nascono così i Trii op. 70, due composizioni intensamente romantìche che, per il loro contenuto espressivo e la genialità inventiva che travalica anche le scelte dell'architettura formale, costituiscono, con il Trio «Arciduca», una delle punte più alte di tutta la produzione cameristica beethoveniana. Eseguiti in «prima» nel 1809 presso la casa della contessa Anna Maria Erdöty, una delle aristocratiche mecenati di Beethoven, i due Trii furono a lei dedicati suscitando, a quanto pare, un certo risentimento da parte dell'arciduca Rodolfo, a cui Beethoven dovette porre rimedio due anni dopo dedicandogli l'op. 97.

Il Trio n. 1, di soli tre movimenti, presenta un primo tempo (Allegro vivace e con brio) breve ma assai denso di contenuti, che si apre con un gioco di contrasti tipicamente beethoveniano tra due elementi nettamente distinti del primo gruppo tematico. Sulla scena irrompe un vigoroso stacco introduttivo dei tre strumenti, che si interrompe improvvisamente su una nota estranea alla tonalità (fa bequadro). Questa stessa nota viene raccolta dal violoncello, che la prolunga per due battute come un filo teso su una tonalità lontana, per poi riportarsi in re maggiore con una melodia cantabile e appassionata esposta dagli archi e poi sottoposta a elaborazioni modulanti. Una citazione dello stacco introduttivo si stempera quindi in un andamento ondulatorio degli archi che confluisce direttamente nel secondo tema, con il pianoforte che muove delicati accordi dal ritmo puntato. Nello Sviluppo Beethoven scompone il primo gruppo tematico in tre frammenti che, come per gemmazione, si dilatano dando forma a tutta la sezione centrale. Ecco quindi un breve intreccio imitativo del tema introduttivo, mentre della parte melodica del tema vengono rielaborati separatamente la prima e la seconda battuta.

Al termine, un ulteriore episodio contrappuntistico generato dal tema introduttivo porta alla Ripresa, nella quale l'autore sembra voler aggiungere all'ultimo momento un'ulteriore sezione di Sviluppo. Dopo quattro battute della parte melodica del primo gruppo tematico la riesposizione si arresta; torna nuovamente lo stacco introduttivo in modo minore, seguito da una nuova elaborazione modulante dello stesso tema melodico. Quando riascoltiamo la conclusione del ponte modulante e il secondo tema trasposto in tonalità di tonica, è segno che la Ripresa è tornata nel suo alveo tradizionale, portata a compimento da un'ulteriore coda conclusiva.

Il Largo assai ed espressivo, dal quale deriva il sottotitolo «Spettri», si apre in un'atmosfera soffusa, quasi irreale. Tre note cantate sottovoce dagli archi, seguite da un inciso con un abbellimento terzìnato del pianoforte, fanno da preambolo a un canto melanconico e struggente degli archi (secondo tema). Dopo un breve interludio pianistico, riappare lo spunto iniziale che Beethoven fa fiorire lentamente nella serenità del modo maggiore, con appassionate reiterazioni dell'inciso tezinato da parte degli archi. Un lungo e ostinato borbottìo del pianoforte porta a una citazione dei secondo tema, seguita da un intenso fortissimo basato sull'inciso terzinato; il percorso compiuto viene poi rivisitato con alcune consìstenti varianti. Nell'ultimo episodio vengono inoltre aiggiunti due nuovi elementi: un fìtto ribattuto degli archi e una scala cromatica discendente del pianoforte, mentre nella coda conclusiva Beethoven sorprende gli ascoltatori con una successione armonica inattesa, quasi quanto i tre accordi pizzicati finali.

Il primo tema del brillante Presto conclusivo è dato da due energici stacchi in crescendo (A), ai quali risponde un fraseggio più dolce ed espressivo (B). Un rapido saliscendi di arpeggi pianistici su cui dialogano gli archi è invece il ponte modulante che porta al secondo tema: un delizioso botta e risposta tra violino e violoncello, che si fa progressivamente più incalzante per poi cadenzare con un rapido movimento ascendente. Un accenno al primo tema e una seconda ascesa cadenzante lasciano spazio a un delicato filo di note della mano destra del pianoforte, che portano a un'ulteriore enunciazione del primo tema. Una vigorosa progressione di un frammento del primo tema, seguita da rapidi movimenti arpeggiati, conclude quindi l'Esposizione, che viene interamente rìtornellata. Lo Sviluppo si apre con un breve prolugamento degli arpeggi di fine Esposizione, che si stempera nel riecheggiare di un frammento del primo tema (B). Un pedale di dominante, sul quale il primo tema viene rielaborato a terzine, porta in crescendo a una Ripresa canonica (con il secondo tema nella tonalità d'impianto) e a una delicata coda conclusiva con accordi pizzicati degli archi, su ulteriori reiterazioni dì frammenti del primo tema.

Carlo Franceschi de Marchi

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Composto nel 1808, un anno produttivamente eccezionale che vide il completamento della Quinta e della Sesta Sinfonia, il Trio in re maggiore op. 70 n. 1 venne eseguito per la prima volta nella casa della contessa Marie Erdòdy, dedicataria dell'intera op. 70 (che comprende due Trii, il n. 1 in re maggiore e il n. 2 in mi bemolle maggiore). Il titolo "degli spettri", che indica questo Trio, si spiega probabilmente con la presenza di alcuni abbozzi del secondo movimento in un quaderno, di appunti insieme ad altri - sempre in re minore - di una progettata opera sul Macbeth di Shakespeare.

L'apertura dell'Allegro vivace e con brio è compressa in maniera inusuale: la sua compattezza è evidente già dalle battute iniziali in cui i due temi principali sono introdotti uno di seguito all'altro. Il contrasto abituale tra la prima idea (robusta e marziale) e la seconda (più cantabile) assume, così, una valenza espressiva accentuata, che rende esemplare l'avvio di questo Trio. Beethoven ha raggiunto, oramai, una perfetta uguaglianza di peso tra gli strumenti e, nello sviluppo, il gioco contrappuntistico diviene il principale fulcro espressivo.

L'andamento estremamente lento del Largo assai ed espressivo è accentuato dall'ingresso dei due archi all'ottava con note lunghe, a cui risponde il pianoforte con accordi ribattuti sotto voce. La funzione del pianoforte, in questo Largo, è quella di creare una sorta di fascia sonora attraverso una serie infinita di variazioni del tremolo su tutta l'ampiezza della tastiera.

Il Presto finale ci riporta all'aspetto solare del primo tempo, con un tema particolarmente incisivo e originale; di grande e studiata efficacia, infatti, l'accostamento tra lo slancio ritmico delle prime tre misure e la lunga corona sulla quarta. Il gioco dell'avvio precipitoso seguito dal brusco arresto provoca una forte tensione ritmica che esplode travolgendo gli strumenti in un continuo rincorrersi di scale, arpeggi e frammenti tematici.

Fabrizio Scipioni

Guida all'ascolto 3 (nota 3)

Scritti nel 1808 e pubblicati l'anno seguente, i due trii dell'op. 70 furono dedicati da Beethoven all'amica contessa Anne Marie Erdòdy, una delle pochissime donne che abbiano avuto influenza sulla sua vita. Il primo dei due trii, scritto nella tonalità di re maggiore, ha finito per essere denominato «Trio degli spinti» sia per l'atmosfera demoniaca da cui sarebbe animato, soprattutto nel secondo movimento, sia perché il tema di questo è il medesimo appuntato da Beethoven per un coro di streghe da inserire in un «Macbeth» su testo di Collin (lo stesso che scrisse il «Coriolano» per il quale Beethoven realizzò la stupenda ouverture e le musiche di scena op. 62) mai portato a termine. Un titolo del genere dette il via ad una serie illustre di interpretazioni, più o meno fantasiose, che recano le firme di un Hoffmann e perfino di un D'Annunzio. Il quale, ascoltando il trio «come dopo la morte», trovava che la sua musica spingeva «fino al cuore il fondo del calice della vita, quello che non ho assaporato ancora e che pregai che fosse tenuto lontano dalle labbra». A dar ragione a questi voli verbali dell'Immaginifico e di molti altri sta la straordinaria concisione del linguaggio dei due tempi estremi del trio, un allegro con brio ed un presto, ambedue di magistrale stringatezza e vigore. Al centro della composizione sta il celebre largo, basato sulla ripetizione di due elementi strutturali che creano effetti timbrici del tutto nuovi nella letteratura beethoveniana e non. L'esasperazione di questo movimento assorbe in sé sia gli elementi costitutivi dei movimenti lenti (nella frantumazione progressiva dei temi si può riconoscere la tecnica, ovviamente volta ad altro effetto, dell'abbellimento melodico), sia quelli dello scherzo. Il che spiega come Beethoven abbia adottato per questo trio la forma tripartita.

Bruno Cagli


(1) Testo tratto dal libretto inserito nel CD AM 125/2-2 allegato alla rivista Amadeus
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 20 Novembre 1992
(3) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 6 aprile 1977

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Ultimo aggiornamento 21 febbraio 2016
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