Glossario
Testo del libretto



Benvenuto Cellini, op. 23

opera semiseria

Musica: Hector Berlioz
Libretto: Testo: Léon de Wailly, Auguste Barbier, Alfred de Vigny

Opera completa in 3 atti (versione di Weimar)

Personaggi:
Organico: 2 flauti, 2 oboi, 2 corni inglesi, 2 clarinetti, 4 fagotti, 4 corni, 4 trombe, 2 Cornette, 3 tromboni, oficleide, timpani, piatti, triangolo, grancassa, 2 tamburelli, tamburo, 2 chitarre, arpa, archi
Prima rappresentazione a Parigi: Opéra Le Peletier, 10 Settembre 1838
Prima rappresentazione a Weimar: Hoftheater, 20 Marzo 1852 (considerata definitiva)
Dedica: à son Impériale et Royale Maria Pawlowna Grande Duchesse de Saxe-Weimar
Edizione: 1856 (spartito); 1886 (partitura)

L'opera composta in due atti nel 1834-1838 è stata profondamente rimaneggiata e trasformata in tre atti tra il 1852 ed il 1856 per le esecuzioni di Weimar e di Londra (1853, in italiano)

Introduzione

«In agosto avremo un’opera del signor Berlioz. Sarà trattato bene dalla stampa perché i lupi non si mangiano tra loro, e voi sapete che egli tiene lo scettro della critica ai ‘Débats’ [il ‘Journal des Débats’, di cui Berlioz era critico musicale dal 1834]. Da quelle colonne lancia anatemi contro Auber e contro di me, le sue due bestie nere. Auber tuttavia è in ottimi rapporti con lui in questo momento: era il suo turno di passare all’Opéra, dopo Halévy, e l’ha ceduto a Berlioz. È un colpo da maestro poiché farà risaltare ancor meglio la sua opera dopo l’inevitabile caduta della precedente». Queste parole alquanto velenose di Adolphe Adam, fecondo autore di opéras-comiques, la cui fama sarebbe tuttavia rimasta legata a un balletto come Giselle , definiscono assai bene i contorni dell’ambiente non certo idilliaco entro il quale nacque la prima opera del trentunenne Berlioz, infatuato dalla lettura della Vita del fiorentino «scritta da lui medesimo». Destinata all’insuccesso, fu accolta con un fiasco totale, come l’autore stesso registrò: «Si tributò all’ouverture un successo esagerato e si fischiò tutto il resto con un accordo e un’energia ammirevoli». Berlioz era consapevole che il suo cammino teatrale sarebbe stato irto di ostacoli: «Non osano venirmi a fischiare in una sala da concerto ma non mancano mai di farlo in un teatro vasto come l’Opéra. Questo succederà sempre». Sebbene trovasse in seguito un ammiratore incondizionato in Liszt, che lo rappresentò a Weimar nel 1852 (e fu in quell’occasione che Berlioz modificò l’opera ampliandola da due a tre atti), Benvenuto Cellini non divenne mai popolare, trovando solo in questi ultimi anni un suo posto nel repertorio, come si addice a un lavoro sperimentale che è allo stesso tempo documento di un’epoca e incunabolo della modernità.

Sinossi

Atti: L'azione si svolge a Roma durante il carnevale
  1. La casa di messer Giacomo Balducci
  2. Piazza Colonna, la sera del martedì grasso
  3. Lo studio di Cellini, il mercoledì delle ceneri, di prima mattina

Atto primo. La casa di messer Giacomo Balducci. È il crepuscolo del lunedì prima della quaresima. Il tesoriere del papa, Balducci, si lamenta con sua figlia Teresa perché Cellini ha ricevuto dal santo padre l’incarico di creare una statua in bronzo raffigurante Perseo che stringe la testa mozzata della Medusa. Egli avrebbe preferito che l’incarico fosse toccato a Fieramosca, scultore famoso, cui vorrebbe dare in sposa la figlia. Ma Teresa è segretamente innamorata di Cellini: preoccupata, si chiede se i diritti dell’amore debbono essere più forti dei doveri verso i genitori (cavatina "Entre l’amour et le devoir"). Entra Cellini. Durante il loro duetto ("O Teresa, vous que j’aime plus que ma vie"), entra non visto Fieramosca e sente le parole che Cellini rivolge a Teresa: le propone di fuggire a Firenze durante i festeggiamenti del carnevale. Perché ella lo possa riconoscere, Cellini si maschererà da frate con un saio bianco. Si sente Balducci tornare. Mentre Cellini riesce a fuggire, Fieramosca si nasconde nella stanza da letto di Teresa, dove viene scoperto: con sorpresa e indignazione, Balducci e Teresa chiamano a raccolta i vicini perché vengano a prelevare l’intruso e gli facciano fare un bel bagno nella fontana.

Atto secondo. Piazza Colonna, la sera del martedì grasso. Cellini, prima di essere raggiunto dai suoi amici artisti di Firenze nella piazza, medita sull’amore e sulla gloria (romanza "La gloire était ma seule idole"). Poi tutti insieme improvvisano una canzone, che tesse le lodi di tutti gli artisti orafi della Toscana. Entra Ascanio, per informare Cellini che il papa, pagando l’artista, pretende che la statua sia pronta per l’indomani. Intanto Fieramosca ha ordito un piano per sventare la fuga del rivale: indosserà il saio bianco come Cellini, in questo modo Teresa rimarrà completamente frastornata ("Ah, qui purrait me résister?"). Ha inizio il carnevale. Mentre gli attori invitano il pubblico ad assistere alla loro commedia (una pantomima architettata da Cellini, nella quale è facilmente riconoscibile la caricatura di Balducci), approfittando del frastuono generale Teresa cerca Cellini, ma si trova di fronte due frati bianchi che dicono entrambi di essere Cellini. Ne nasce un tafferuglio, nel corso del quale Cellini uccide involontariamente un amico di Fieramosca, credendolo il rivale. La folla lo circonda, ma proprio mentre le guardie stanno per portarlo via si ode un colpo di cannone da Castel Sant’Angelo. È mezzanotte: il carnevale è finito, inizia la quaresima, tutto il tripudio deve immediatamente cessare. Approfittando dell’improvviso sconcerto generale, Cellini fugge e al suo posto viene arrestato Fieramosca.

Atto terzo. Lo studio di Cellini, il mercoledì delle ceneri, di prima mattina. Ascanio ha trascinato Teresa fuori del tumulto della notte precedente e l’ha portata nello studio di Cellini. Mentre lo aspettano, sentono passare in strada la processione del mercoledì delle ceneri e si uniscono alla preghiera. Entra trafelato Cellini, che racconta come il travestimento gli abbia salvato la vita: ora potrà finalmente fuggire con Teresa a Firenze, e poco gli importa dell’impegno preso con il papa e che Ascanio gli ricorda. I due innamorati cantano esaltati la loro felicità ("Quand des sommets de la montagne"). Entrano Balducci e Fieramosca, accompagnati dal papa; ognuno espone le sue ragioni, ma su tutto preme una decisione: il papa vuole assolutamente la sua statua. Di fronte al gesto di Cellini, che afferra il martello e minaccia di sbriciolare lo stampo già pronto, tutti sono presi dal terrore. Si cerca una soluzione. Il papa è disposto a concedere il suo perdono e la mano di Teresa a Cellini a condizione che la statua sia subito terminata: altrimenti Cellini verrà impiccato. La fonderia di Cellini al Colosseo, la sera dello stesso giorno. Mentre gli artigiani preparano la fusione della statua, Cellini medita sulla sua sorte di artista e invidia una vita spensierata, leggera, come quella del pastore sulle montagne ("Sur les mont le plus sauvages"). Giunge il papa per essere presente alla fusione. Gli operai urlano e chiedono ancora metallo: quello di cui dispongono non è sufficiente a riempire lo stampo. Disperato, Cellini afferra tutti gli oggetti da lui creati fino a quel momento e li sacrifica al suo capolavoro, gettandoli nella fornace. Una terriblie esplosione annuncia l’avvenuta fusione e la statua si svela in tutto il suo splendore. Cellini ha vinto; ma nel suo trionfo c’è anche un’ombra di tristezza.

Commento (nota 1)

Benvenuto Cellini non è soltanto il primo tentativo in campo teatrale di un giovane musicista di grande talento ma è anche una sorta di ritratto dell’artista da giovane, se non della giovinezza in quanto tale. Ed è chiaro che l’artista in questione è Berlioz stesso, che si identifica con Cellini mutuandone non solo lo spirito (beffardo e intraprendente, isolato e pure bisognoso di riconoscimenti) ma anche gli ideali (artista vittorioso in un mondo di furbi e di imbelli). La sfida di Cellini, portata a termine nelle condizioni più inverosimili, è la sfida di Berlioz: riuscire a compiere il capolavoro anche a costo di sacrificare quanto fino a quel momento era riuscito a creare. E per l’autore, a tacer d’altro, della Sinfonia fantastica, non era ambizione da poco.

L’opera vive di questa frenesia fin dalla straordinaria ouverture, che costituisce l’anello di congiunzione tra il territorio sinfonico, già ampiamente esplorato e seminato, e quello teatrale, ancor tutto da scoprire. Ed è proprio nella scoperta di questo mondo che l’opera si avventura, in modo irriflesso e scatenato, quasi a voler conquistare il campo sbaragliando tutti i nemici, veri o presunti, senza troppo preoccuparsi di riuscire anche controllata e decadente. Ma di fronte a pagine come quelle che compongono la scena più famosa dell’opera, il carnevale che conclude il secondo atto, si ha la netta sensazione che con le sue fantasmagoriche bizzarrie Berlioz fosse consapevole non soltanto della sua sbalorditiva bravura di strumentatore ma anche della sua capacità di aprire strade nuove, di fatto saltando a pié pari tutto l’Ottocento: giacché qui il primo esempio di ‘teatro nel teatro’ di cui si abbia memoria si accoppia a soluzioni timbriche assolutamente novecentesche, in tutto degne di uno Stravinskij.

Certo, la partitura convince più nelle scene di massa, massimamente in quella finale della fusione, dove la musica letteralmente esplode mandando in frantumi ogni convenzione, che negli episodi lirici e solistici, peraltro intrisi di nobile effusione patetica; ed elettrizza nei momenti caricaturali e in quelli d’azione tanto quanto sembra mordere il freno quando si espongono ideali artistici contrapposti o si indugia in oasi di contemplazione, in episodi collaterali di gusto un poco accademico. Ma anche questo carattere è coerente con le intenzioni di Berlioz, volte per così dire a occupare militarmente il campo cimentandosi in tutti gli aspetti dell’opera, anche in quelli più legati alla tradizione. Per questo motivo non ha molto senso, in un lavoro sicuramente eterogeneo e discontinuo, separare le pagine più profetiche e innovatrici da quelle di ordinaria amministrazione: giacché le une sono in funzione delle altre, al fine di far risaltare per contrasto il nuovo dal vecchio. L’ironia che Berlioz riversa sull’avaro tesoriere del papa e sul concorrente Fieramosca si esprime necessariamente in forme accademiche o antiquate; tanto quanto l’esaltazione del protagonista e dei suoi giovani seguaci non conosce limiti nell’affermare le ragioni di una libertà incondizionata. Solo alla fine, quasi in un ripiegamento interiore prima dell’ultima sfida, dopo tanti eccessi ed ebbrezze, Berlioz sembra stendere sul suo eroe un velo di tristezza e interrogarsi egli stesso sul senso, se non dell’arte e della sua missione, almeno della vita. Ed è come se d’improvviso si spegnesse anche la spensieratezza della gioventù e con essa si facesse strada la coscienza dell’inarrestabile scorrere del tempo.


(1) "Dizionario dell'Opera 2008", a cura di Piero Gelli, edito da Baldini Castoldi Dalai editore, Firenze,

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Ultimo aggiornamento 29 agosto 2012
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