Glossario



Grande ouverture de Benvenuto Cellini

in sol maggiore per orchestra

Musica:
Hector Berlioz
Organico: 2 flauti (2 anche ottavino), 2 oboi, 2 clarinetti, clarinetto basso, 4 fagotti, 4 corni, 4 trombe, 2 cornette, 3 tromboni, oficleide, timpani, grancassa, piatti, triangolo, archi
Prima esecuzione: Parigi, Salle du Vauxhall, 6 Febbraio 1840
Dedica: Ernest Legouvé

Rielaborazione dell'ouverture di H76a

Guida all'ascolto (nota 1)

Di ritorno dal soggiorno romano, per il Prix de Rome, sentimenti contrastanti si intrecciavano nell'animo di Berlioz: da una parte l'infatuazione per le straordinarie bellezze e per la vitalità della città, dall'altra le trepidazioni di un artista irrequieto e insoddisfatto. Questo perenne conflitto di passioni e delusioni era, dopo tutto, tipico del carattere di Berlioz, che proprio perciò incarnava alla perfezione il ritratto dell'artista romantico.

L'autobiografia di Benvenuto Cellini, appena uscita in Francia nella traduzione di Farjasse, suscitò l'interesse del musicista che si specchiava nella vita esemplare dello scultore italiano. Alla ricerca di un soggetto adatto alle scene del suo primo melodramma pensò dì averlo individuato nell'episodio della fusione del Perseo, in cui Cellini si lascia irretire dall'atmosfera festosa del carnevale romano e, dopo aver rapito la figlia del tesoriere della Santa Sede, spende in baldorie il denaro destinato alla fusione del suo capolavoro: «Ero stato vivamente colpito da alcuni episodi della vita di Benvenuto Cellini; ebbi la disgrazia di credere che essi potessero offrire un valido soggetto per un'opera drammatica ed interessante, e pregai Leon De Wnilly e August Barbier dì farmene un libretto. Il loro lavoro, secondo il criterio dei nostri amici comuni, non contiene affatto gli elementi necessari per definirsi un dramma ben fatto. Nondimeno mi piaceva ed io ancora oggi non vedo ancora in che cosa è inferiore a tanti altri che si rappresentano quotidianamente». La prima rappresentazione, all'Opera di Parigi nel 1838, fu un fiasco colossale, al quale sembrò immune solo l'ouverture che apre il concerto di questa sera, come ricorda lo stesso autore nelle sue memorie: «L'ouverture ebbe un successo strepitoso, ma tutto il resto venne inesorabilmente fischiato, con un accordo e un'energìa ammirevoli».

Anche a distanza di molti anni Berlioz non riusciva a comprendere le ragioni di quell'insuccesso: convinto della freschezza inventiva della sua creazione, riscontrava nella partitura "un'ispirazione impetuosa ed uno scoppio di colorito musicale che avrebbe meritato una sorte migliore"; nel 1844 decise di rilanciare l'opera raccogliendo in una seconda ouverture le migliori intuizioni melodiche: nacque così Il carnevale romano, tuttora considerato un capolavoro ed eseguito frequentemente nelle sale da concerto.

Il paesaggio sonoro dell'Ouverture del Benvenuto Cellini è indubbiamente italiano, ed ispirato al colore locale romano in particolare; l'orchestrazione brillante è ancora una volta il tratto più evidente della composizione che dal punto di vista formale si rifa al modello tipico delle ouverture di Berlioz: un allegro di grande vitalità ritmica, estremamente breve e incisivo, seguito da un adagio cantabile e dalla ripresa, molto estesa ed elaborata, dell'allegro iniziale. Due importanti temi dell'opera compaiono nell'Ouverture: il tema solenne di Papa Clemente VII "A tous péchés pleine indulgence" e quello delicato dell'"Arìette d'Arlequin".

Emanuela Floridia


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 3 novembre 2001

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