Glossario



Concerto in re per pianoforte e orchestra, op. 13

Musica: Benjamin Britten
  1. Toccata
  2. Waltz
  3. Impromptu
  4. March
Organico: pianoforte solista, 2 flauti (2 anche ottavino), 2 oboi (2 anche corno inglese), 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, glockenspiel, piatti, Woodblock, grancassa, tamburo militare, tamburo basco, rullante, arpa, archi
Composizione: 7 febbraio - 26 luglio 1938 (revisione agosto 1945)
Prima esecuzione: Londra, Queen's Hall, 18 agosto 1938
Edizione: Boosey & Hawkes, Londra, 1939
Dedica: Lennox Berkeley

Guida all'ascolto (nota 1)

L'eccellente pianista Benjamin Britten fu il primo interprete di questo Concerto, il 18 agosto (piena stagione, in Inghilterra) del 1938, alla Queen's Hall di Londra. Ventisette anni più tardi lo ritroviamo sul podio, mentre dirige la English Chamber Orchestra; il pianoforte, questa volta, è occupato da Sviatoslav Richter, per un'incisione discografica destinata a rimanere non effimera.

Il titolo può trarre in inganno: certamente un Concerto, nel primo movimento, Toccata, organizzato secondo il buon principio antico della forma sonata; ma, nei tre successivi, opera costruita con libertà e divagazioni più consone ad una suite.

Musica "al quadrato", si è detto talvolta a proposito di Britten. Ripensata, con eclettismo e ironia, per smentire, negare la possibilità stessa di una classificazione: tonale, ma mai stanca - alla Brahms - di avventurarsi nelle modulazioni e capace, soprattutto nei lavori teatrali, di sfruttare il celeberrimo "totale cromatico". L'originale Britten, appunto: detestato dall'atonalismo, dall'espressionismo, dai post-wagneriani, dai weberniani.

Ma lo studio con Frank Bridge (del quale utilizzerà un tema per le "Variazioni" dell'op. 10) ha fornito al ragazzo chiarezza e solidità compositiva. Ripensiamo per un momento alla successione delle tonalità nelle "Soirées": nei cinque momenti della suite si procede dal si bemolle iniziale alla sua dominante (fa maggiore), alla dominante successiva (do maggiore), al sol, cioè alla dominante di do, se fosse in modo maggiore; è minore, invece: relativo minore del si bemolle del primo e dell'ultimo tempo. Il cerchio si è chiuso.

Analoghi processi e divagazioni ritroviamo nel Concerto in re che, nella prima versione del 1938, è contemporaneo alle "Soirées". Anche qui il cerchio si completa: re maggiore il primo tempo, re maggiore il finale della March; ma, per arrivarci, la strada è stata lunga, ghiotta di deviazioni e sorprese, come conviene alla Toccata iniziale, programmatica dichiarazione d'intenti. L'organico del concerto (due flauti, il secondo anche ottavino, due oboi, il secondo anche corno inglese, due clarinetti, in la e si bemolle, due fagotti, quattro corni in fa, due trombe in do, tre tromboni, tuba, timpani cromatici, percussioni, arpa e archi) viene spesso pensato come corteo che accompagna la marcia del solista. L'ammissione dell'autore è esplicita riguardo l'ultimo tempo: «L'idea era quella di sfruttare alcune rilevanti caratteristiche del pianoforte quali, ad esempio, la sua immensa estensione, la sua qualità percussiva, l'attitudine figurativa». Ma cos'è l'Impromptu se non un'ininterrotta divagazione/figurazione del solista? E nel finale del movimento, ritornando a tempo dopo un ff martellato, viene prescritto quasi cadenza ad libitum, con figure che richiamano la cadenza della Toccata.

Con discrezione, gli archi hanno sostenuto il pianoforte, i fiati gli si sono affiancati, l'arpa lo accompagna per un tragitto più lungo, costruendo un'incantevole rifrazione sonora, instabile, mutevole per intensità. Caratteristica ricorrente, quest'ultima, dell'intero movimento che appare, come la Toccata, il più risolto.

Troppi walzer ha, prima del '38, tentato il Novecento, a Vienna e Parigi, perché, possiamo accostarci con l'indispensabile verginità al Waltz britteniano, fedele alla formula A-B-A. Vivace ma tranquillo è detto l'episodio centrale, che una lunga corona dei legni e delle percussioni conduce all'Allegretto del tempo primo, ripreso con slancio e con un ff cantabile. Ma le tinte scure che, come ostacoli imprevisti, spezzano il lineare percorso della danza non sembrano raggiungere l'ossessiva intensità raveliana, né la disperata fragilità di Mahler, pur rendendo loro un innegabile tributo.

Diversa la March che chiude il Concerto, dall'omonimo brano d'apertura delle "Soirées". Più tentazioni hanno qui attratto Britten: perfino anticipazioni/echi stravinskiani (Circus Polka è del 1942, la revisione del Concerto di Britten del '45), tra sbandamenti monumentali e presenze drammatiche, nell'ostinato dei cimbali prima, poi dei tamburi che accompagnano l'esplorazione delle possibilità del pianoforte. Il movimento scorre impetuoso e sempre alla marcia, costruendosi attorno alle suggestive inquietudini, alle perentorie affermazioni, tra crescendo e martellati, del solista: virtuoso qui come all'inizio, per un'ulteriore chiusura del cerchio. E per la soddisfazione dell'autore e primo interprete.

Sandro Cappelletto


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 31 maggio 1992

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Ultimo aggiornamento 9 aprile 2014
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