Glossario



Quartetto per archi n. 3 in mi bemolle minore, op. 30

Musica: Petr Ilic Cajkovskij
  1. Andante sostenuto (mi bemolle minore). Allegro moderato. Andante sostenuto
  2. Allegretto vivo e scherzando (si bemolle maggiore)
  3. Andante funebre e doloroso, ma con moto (mi bemolle minore)
  4. Finale. Allegro non troppo e risoluto (mi bemolle maggiore)
Organico: 2 violini, viola, violoncello
Composizione: gennaio - Mosca, 1 marzo 1876
Prima esecuzione: Mosca, Bolscioj Sal Konservatorii, 30 marzo 1876
Edizione: Jurgenson, Mosca, 1876
Dedica: in memoria di Ferdinand Laub

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Il terzo e ultimo Quartetto fu abbozzato da Ciaikovskij a Parigi nel 1876, ove, sia detto di passata, il nostro musicista restò letteralmente fanatizzato da Carmen uscita allora di fresco. (Fino agli ultimi giorni della sua esistenza il compositore russo pensò di trovare o inventare per il teatro «un soggetto non fantastico» - così diceva - «qualcosa nello stile di Carmen e di Cavalleria rusticana»). Il quartetto in parola fu terminato a Mosca nello stesso anno e dedicato alla memoria del famoso violinista Ferdinand Laub, che era stato l'esecutore dei suoi precedenti quartetti: ciò spiega l'Andante funebre, pagina cui è dovuta, in gran parte, la popolarità dell'opera 30.

La prima esecuzione, avvenuta privatamente in casa di Nicola Rubinstein, malgrado l'entusiasmo suscitato negli invitati, lasciò insoddisfatto l'autore. «Mi sembra - scriveva al fratello Modesto - che comincio a ripetermi; non trovo più idee nuove. Sarebbe dunque possibile che il mio canto sia finito, e che non possa andare più lontano?». A parte la insoddisfazione e il tormento del dubbio che afflissero quasi costantemente Ciaikovskij  uomo e  artista,  si riconosce al Quartetto in mi bemolle minore non solo la supremazia sugli altri due, ma anche un notevole valore intrinseco, sia inventivo che formale. Sotto questo secondo aspetto diremo che, come in altre delle sue più reputate opere sinfoniche e strumentali, nel terzo quartetto Ciaikovskij non si rivela quello che s'usa dire un «costruttore» vero e proprio, certo però uno «sceneggiatore» ingegnoso, un abile ammministratore delle proprie idee, che, alla fine, non sono né scadenti né poche. Si veda in proposito l'Andante sostenuto del primo movimento.  Inizio  cromatico,  preludio  dolente,  attesa  su «pizzicati»: infine lo sgorgare del primo canto, immerso nel malinconioso colore del minore con sei bemolli. Tutta questa parte, che cela il pericolo di un rapido esaurirsi in se stessa, viene accortamente impiegata da Ciaikovskij in funzione soltanto di prologo. Con l'Allegro moderato entriamo nel vivo del racconto: nasce qui il tema principale (affine, però, allo spunto iniziale dell'Andante) e poco dopo, in tonalità di si bemolle, un secondo motivo. Ambedue, congiuntamente, ascendono a un bel pieno lirico. Dopo la ripresa, caratterizzata da un ritorno quasi insistente della seconda idea travasata in altre tonalità mercé fitti raccordi imitativi, veniamo ricondotti ai motivi del prologo (Andante sostenuto), che fa riapprodare gli strumenti a quell'atmosfera triste e rassegnata donde in precedenza era sembrato volessero, talvolta, evadere.

La vivacità ritmica, con pennellate dello slavismo ciaikovskiano, e soprattutto la brillantezza strumentistica sia dell'Allegro (un A-B-A) quanto del Finale (del tipo Rondò), servono mirabilmente a riquadrare, a contrasto, la «marcia funebre» del terzo movimento (Andante funebre), espressione di quel copioso emozionalismo, tanto rimproverato al maestro russo; il quale, da questo punto di vista, rappresenta se vogliamo la forma tutta femminilizzata (siamo verso lo scadere del secolo XIX) di quel «dolore del mondo» cui accennammo di recente a proposito di Brahms. In Ciaikovskij quel dolore si configurò appunto in una «pungente dolcezza del piangere», per usare una espressione a lui cara.

Giorgio Graziosi

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

I tre Quartetti per archi (opere 11, 22 e 30; rispettivamente del 1871, 1874, 1877) rappresentano il fulcro della esigua produzione cameristica di Cajkovskij. Cresciuto con una solidissima formazione accademica, Cajkovskij concepì ben presto una profonda venerazione verso la musica del classicismo viennese e imparò già negli anni di studio a cimentarsi nella difficilissima scrittura quartettistica, soprattutto attraverso l'esempio dei musicisti "eredi" del classicismo, Mendelssohn e Schumann. La formazione del quartetto d'archi appariva dunque probabilmente al compositore un termine assoluto di riferimento; il confronto con il quartetto non era quello con un genere vivo ed attuale, ma con un genere in disuso e di somma difficoltà. Di qui l'attenzione privilegiata, all'interno della cameristica, verso il quartetto; una attenzione che, peraltro, andava in senso contrario agli interessi prevalenti del compositore, e gli poneva il delicato problema di una "attualizzazione" del genere.

Ne consegue l'atteggiamento ambivalente che Cajkovskij assume nei suoi tre Quartetti. Da una parte troviamo il rispetto della tradizione; non solo i principi basilari della forma vengono ricalcati - seppure a tratti con qualche licenza - ma è evidente lo sforzo di conseguire un superiore equilibrio nei rapporti fra gli strumenti, un intreccio continuo nella polifonia; appunto uno sforzo tecnico che nega quel soggettivismo che innerva così intimamente la produzione sinfonica del compositore. Dall'altra parte Cajkovskij cerca di rendere appunto "attuale" il quartetto, e quindi di rapportarlo alla corrente nazionalistica russa, con l'adozione frequente di materiale tematico di ascendenza folklorica. Inoltre in molte occasioni il compositore avverte l'esigenza di ricercare sonorità prossime all'orchestra, con il frequente impiego delle doppie corde sui singoli strumenti.

Il Quartetto op. 30 venne composto dopo un viaggio europeo, nel febbraio 1876, poco dopo la Terza Sinfonia e il celeberrimo Primo Concerto per pianoforte. Eseguito il 13 marzo nella casa di Nicolai Rubinstein, ottenne un caloroso successo, e tuttavia l'autore scrisse al fratello Modest: «Mi sembra di essere un po' logoro. Comincio a ripetermi e non trovo idee nuove». E invece il brano è forse il più personale dei tre Quartetti, per coerenza d'impianto ed altezza d'invenzione, nonché per l'equilibrio fra il "camerismo" della scrittura e un più pronunciato soggettivismo. Dedicata all'amico violinista Ferdinand Laub (che aveva guidato le esecuzioni dei due primi Quartetti), la composizione esprime il sentimento di cordoglio (già la tonalità di si bemolle minore è considerata adatta a situazioni "funebri") nei tempi dispari, opponendovi però, con una discussa ambiguità, il carattere di divertissement di quelli pari. L'atmosfera elegiaca che percorre l'intero movimento si impone fin dalla introduzione lenta, con un tema di marcia esposto, dopo poche battute, dal primo violino accompagnato da pizzicati. L'Allegro moderato, in forma sonata, si basa su due idee contrastanti (rispettivamente impetuosa e cantabile) ma sempre di ambientazione affine; è notevole soprattutto la riapparizione, al termine del movimento, del tema di marcia iniziale, come postludio elegiaco. Segue lo Scherzo che, nella sua brevità, oppone il vivace gioco strumentale dell'incipit all'intensa malinconia della viola nel Trio; la scrittura della pagina è raffinatissima, e la contrapposizione ben calibrata.

Tuttavia, l'equilibrio della composizione gravita sul tempo lento, Andante funebre e doloroso ma con moto; non si tratta di una marcia funebre vera e propria, ma di una delle espressioni più personali del pessimismo cajkovskijano; si alternano una sezione percorsa da un ritmo lento ma incalzante, e un episodio di intensa cantabilità, in cui si avvicendano primo violino e violoncello. Brusco è il contrasto con il Finale, dove un motivo scattante dà origine a un'elaborazione polifonica di esuberante vitalità, acuita dal carattere russo del materiale tematico; il risultato è quello di un gioco brillante e raffinato, al termine del quale la rapida riapparizione del tema dell'introduzione, in pizzicato, riafferma con coerenza il messaggio di cordoglio dell'intero Quartetto.

Arrigo Quattrocchi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana;
Roma, Teatro Eliseo, 23 marzo 1961
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 6 febbraio 1998

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Ultimo aggiornamento 24 gennaio 2013
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