Glossario



Sonata in sol maggiore per pianoforte, op. 37 "Grande Sonate"

Musica: Petr Ilic Cajkovskij
  1. Moderato e risoluto (sol maggiore)
  2. Andante non troppo, quasi moderato (mi minore)
  3. Scherzo. Allegro giocoso (sol maggiore)
  4. Finale. Allegro vivace (sol maggiore)
Organico: pianoforte
Composizione: Clarens, 13 marzo - Kamenka, 7 agosto 1878
Prima esecuzione: Mosca, Società Musicale Russa, 21 ottobre 1879
Edizione: Jurgenson, Mosca, 1879
Dedica: Karl Klindworth

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

La produzione pianistica di Cajkovskij accompagna il compositore russo nell'intero arco della sua attività creativa: quasi quarant'anni separano, infatti, Anastas'ja, un valzer in fa maggiore composto a quattordici anni nell'agosto 1854 e dedicato alla sua governante Anastas'ja Petrova, dai Dix-huit Morceaux op. 72 scritti nell'aprile-maggio del 1893, sei mesi prima della sua morte prematura. In questo ampio lasso di tempo videro la luce circa un centinaio di brani, tutti prevalentemente nella forma del pezzo breve da salotto, dai tipici titoli in francese. Uniche eccezioni in questo panorama di Impromptus, Chants sans paroles, Romances, Réveries, Feuillets d'album e Méditations sono i due esperimenti nel più impegnativo genere della Sonata portati a termine, rispettivamente, nel 1865 e nel 1878. In un periodo, cioè, in cui, dopo la già conflittuale ma fertile esperienza romantica seguita all'imponente esempio beethoveniano e culminata nelle tre Sonate del ventenne Brahms (1852-53) e nella rivoluzionaria Sonata di Liszt (1853), la Sonata per pianoforte era stata messa in disparte dai grandi compositori tedeschi, al punto che fra i pochissimi lavori del genere degni di nota nella seconda metà dell'Ottocento si possono annoverare due opere giovanili come la Sonata op. 7 di Grieg (1865), e la Sonata op. 5 composta a sedici anni da Richard Strauss (1880-81).

In Russia, dove a cavallo tra i due secoli la Sonata per pianoforte conoscerà una nuova, importante stagione (Skrjabin portò a termine la sua Prima Sonata nel 1892, Prokof'ev e Rachmaninov nel 1907), dopo la Sonata op. 9 scritta nel 1841 dal "Cameade" Josif Josifovic Genishta, che fu recensita e perfino apprezzata da Schumann, le cose non andarono molto meglio: a parte il tentativo intrapreso da Balakirev nel 1855 e portato a termine nel 1905 e quelli non completati da Musorgskij fra il 1858 e il 1862, vale la pena ricordare solo le quattro Sonate pubblicate da Anton Rubinstein fra il 1855 e il 1878, e, appunto, le due Sonate di Cajkovskij: la Sonata in do diesis minore, composta nel 1865 all'epoca degli studi con Anton Rubinstein al Conservatorio moscovita e pubblicata postuma solamente nel 1901 come op. 80 (e per questo talvolta indicata come Sonata n. 2), e la ben più matura Sonata in sol maggiore scritta nel 1878.

L'anno compreso fra la metà del 1877 e la metà del 1878 fu decisivo nella vita di Cajkovskij: lo sciagurato matrimonio organizzato sconsideratamente dal compositore nella speranza di arginare i pettegolezzi sulla sua omosessualità lo portò in poche settimane a un tracollo nervoso totale - «alla fin fine la morte è senz'altro il più prezioso dei beni e io la invoco con tutta la forza dell'anima. [...] il mio unico pensiero è trovare il modo di fuggire da qualche parte. Ma come e dove? E impossibile, impossibile, impossibile!» - culminato in un goffo e perciò ancor più tragico tentativo di suicidio: non volendo compiere un gesto che avrebbe gettato scandalo sui suoi parenti, in una notte d'autunno si immerse a lungo nelle gelide acque della Moscova «fermamente convinto di essere condannato a morire di polmonite o di una malattia simile».

Sfortunato anche nel cercare la morte, Cajkovskij, grazie all'aiuto dei suoi fratelli e al generoso sostegno economico della sua benefattrice Nadezda Filaretovna von Meck, potè sbloccare questa tragica situazione abbandonando la donna che aveva sposato e la Russia per trovare rifugio e ristoro in Occidente, fra la Svizzera e l'Italia. Nel giro di pochi mesi ritrovò la tranquillità e la voglia di vivere e di lavorare, al punto da poter guardare al recente passato con lucido distacco: «Grazie alla regolarità della mia vita, a volte noiosa ma sempre indisturbata e tranquilla, e soprattutto grazie al tempo che lenisce ogni ferita, sono completamente guarito dalla pazzia. Indubbiamente per alcuni mesi sono stato un po' pazzo e soltanto ora che sono completamente rinsavito, ho imparato a considerare obiettivamente tutto ciò che ho fatto nel breve periodo della mia follia. Quell'uomo che in maggio si è messo in testa di sposare Antonina Ivanovna, in giugno ha scritto un'opera intera come se niente fosse successo, in luglio si è sposato, in settembre è fuggito da sua moglie, in novembre se l'è presa con Roma e così via, non ero io, ma un altro Pètr Il'ic, del quale adesso rimane soltanto la misantropia, che, peraltro, è poco probabile passerà mai».

Per la riconquista della serenità e della lena fu fondamentale la pace di Clarens, la località sul lago di Ginevra divenuta da allora uno dei rifugi preferiti di Cajkovskij: «Non posso immaginarmi località (fuori dalla Russia) che possegga più di Clarens la capacità di calmare lo spirito. Non puoi staccare gli occhi da questo lago turchese circondato dalle montagne. Ho ordinato un pianoforte per me e voglio far musica. Da quando ho lasciato la Russia, ho avuto occasione soltanto a Vienna di suonare qualche volta a quattro mani, per il resto non ho toccato il pianoforte».

Ottenuto il pianoforte, il compositore iniziò a lavorare con entusiasmo prima alla Sonata e subito dopo a un Concerto per violino per il suo amato allievo Josif Kotek che lo aveva raggiunto in Svizzera: «Sono molto occupato con la Sonata e il Concerto. Per la prima volta in vita mia mi è capitato di cominciare una cosa nuova senza aver terminato la precedente. Fino ad ora avevo sempre seguito la regola ferrea di non accingermi a un nuovo lavoro prima di aver terminato il vecchio. Ma questa volta è successo che non ho potuto vincere la voglia di buttar giù l'abbozzo di un Concerto, quindi di dedicarmici lasciando da parte la Sonata, alla quale, tuttavia, tornerò a poco a poco». In una lettera piena di gratitudine alla von Meck Cajkovskij sembra completamente trasformato rispetto a pochi mesi prima, al punto da usare il termine per lui davvero insolito di «felicità» per descrivere il suo nuovo stato d'animo: «Sto così bene, sono così sereno, contento di me stesso perché il lavoro procede nel migliore dei modi, la mia salute è in stato eccellente, in futuro c'è così poco da cui essere angustiati o minacciati che posso chiamare senza esitazione le mie condizioni presenti: felicità. Di fronte a questo, posso dimenticare a chi devo tutto ciò e chi è la causa della mia capacità di respirare a pieni polmoni e - a dispetto di Schopenhauer - di sentirmi pervaso da una sensazione di amore per la vita e la natura in ogni momento della giornata? Essendo un po' superstizioso e ricordando che ancora qualche tempo fa la felicità mi pareva una cosa del tutto impossibile, a volte ho paura e il pensiero di una felicità effìmera mi attraversa la mente con la velocità di un lampo; ma subito mi ricordo di Voi e nell'anima ritornano la gioia e la serenità».

La Sonata in sol maggiore, iniziata a Clarens il 13 marzo, fu terminata il 7 agosto del 1878 in un'altra oasi di quiete, la tenuta di sua sorella Aleksandra Davydov a Kamenka, in Ucraina, e poi eseguita in pubblico per la prima volta da Nikolaj Rubinstein il 21 ottobre del 1879 a Mosca.

Cajkovskij non era presente, ma in una lettera alla von Meck, facendo riferimento a un'audizione privata, si disse «meravigliato della forza e della qualità artistica con cui Rubinstein aveva eseguito quest'opera un po' arida e complessa». Nonostante questo, al momento di pubblicarla la dedicò a Karl Klindworth, un pianista tedesco che era stato allievo di Liszt a Weimar e che in quel periodo era professore al Conservatorio di Mosca. Pubblicata a Mosca nel 1879 da Jurgenson come op. 37, la Sonata, si trova spesso indicata come op. 37a per distinguerla meglio dai dodici pezzi caratteristici per pianoforte Le stagioni, contrassegnati dallo stesso numero d'opera e indicati perciò come op. 37b.

Lavoro ampio e monumentale in cui spesso si avverte una forte influenza schumanniana la Sonata, pur non essendo priva di qualche ripetizione e lungaggine, contiene pagine di grande bellezza; soprattutto nel vasto primo movimento (Moderato e risoluto), costruito sul contrasto fra un maestoso primo tema in accordi in ritmo puntato e un secondo tema in mi minore dal carattere rapsodico, da cui emerge inaspettato un terzo, splendido tema teneramente cantabile, basato sul motivo medievale del Dies irae che di lì a pochi anni sarebbe divenuto una sorta di corrente carsica nella musica di Sergei Rachmaninov. Dopo la sospensione lirica dell'Andante non troppo, quasi moderato (prescritto «con molto sentimento e marcato la melodia») e il breve intermezzo di un vivace Scherzo (Allegro giocoso) dal sapore fortemente schumanniano, la Sonata si chiude con un luminoso Finale (Allegro vivace) dove la lezione di Schumann si fonde singolarmente con il melos russo e con i leggeri colori orchestrali cajkovskiani.

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Quando Ciaikovsky entra nella Società Musicale Russa (che poi diventerà Conservatorio) nel 1861, frequenta, fra l'altro, la classe di pianoforte di Anton Rubinstein, la cui formazione pianistica è da collegarsi a Mendelssohn e Schumann. Per quanto la vocazione ciaikovskyana sia orientata verso la produzione teatrale e orchestrale, nelle liriche vocali e nella musica pianistica assistiamo ad un continuo approfondimento stilistico, mentre risulta forse ancora più evidente la tendenza alla immediatezza e alla effusione. Di rado il musicista affronta però, in quest'ultimo settore, delle strutture complesse: si tratta per lo più di pezzi brevi, romanze, marce, valzer, scherzi, improvvisi, in un arco di tempo che va dal 1854 (il musicista aveva 14 anni) al 1893, l'anno della morte.

E' una produzione oggi poco nota, con alcune cose preziose, come ad esempio i Pezzi op. 19, ma quando si parla del pianoforte in Ciaikovsky, il pensiero corre immediatamente ai primi due Concerti, soprattutto al primo in si bemolle minore. Le forme più impegnative per pianoforte solo sono invece costituite dalle due Sonate: quella in do diesis minore op. 80 (postuma), scritta nel 1865, e quella in sol maggiore op. 37, del 1878. Non sarà inopportuno ricordare che, per il caso che ci interessa da vicino, il 1878 è anche l'anno della IV Sinfonia, del Concerto per violino e dell'Onieghin.

La gestazione della Sonata op. 37 non è delle più facili e la biografia ce ne documenta in modo abbastanza significativo. Ciaikovsky nel 1878 si trova spesso a viaggiare, dall'Italia a Clarens, a Losanna, a Vienna e lo vediamo portarsi appresso questa mastodontica sonata. Il musicista, nonostante i Concerti citati e altri pezzi pianistici, non si sentiva particolarmente a suo agio di fronte allo strumento. Nadeshda von Meck ci parla delle enormi difficoltà incontrate dal compositore, il quale aveva espressamente dichiarato a lei che anche per le idee più insignificanti era costretto a spremersi il cervello, fermandosi a riflettere su ogni misura. All'ascolto questo travaglio oggi si sente qua e là perché l'impressione che si ricava è invece spesso opposta, di uno spontaneismo di scrittura, concepito sulla tastiera, come del resto facevano spesso i pianisti-compositori nel secolo scorso.

La critica non è mai stata molto benevola nei confronti di questo lavoro, evidenziando soprattutto un certo antipianismo e una incapacità di controllare la forma. Ciò è vero solo in parte e in ogni caso è quanto mai interessante notare come dietro a tante soluzioni pianistiche si avverta il respiro sinfonico, sia presente quasi potenzialmente l'orchestra, come anche risulta evidentissima la natura ciaikovskiana di questa pagina, fra impennate drammatiche e cedimenti sentimentali, angoscia e patetismo.

Del resto, quando Anton Rubinstein la eseguì la prima volta il 2 novembre 1879 alla Società Musicale Russa, la Sonata fu accolta assai bene e il pianista progettò subito di riprenderla altrove nella stagione. Solo come curiosità ricordiamo quanto scrisse il critico del «Moskovskiye Vyedomisti», affermando che Ciaikovsky si trovava qui ad un bivio: «Egli è pauroso e succube del wagnerismo, ma al tempo stesso sente, a dispetto di se stesso, la irriconoscibile forza dei tempi».

Il primo tempo («Moderato e risoluto») è il più lungo e impegnativo di tutta la Sonata. Il tono è subito magniloquente, con quel primo inciso di valori puntati che ritornerà più avanti (anche negli altri tempi) come elemento caratterizzante di tutta la Sonata. Il primo tema, in sol maggiore, è composto di due elementi diversificati (il secondo sul movimento di terzine della mano sinistra) e vive in un clima appassionato. Un ponte di 10 battute conduce al secondo tema, più dolce e riflessivo, in un mi minore che appare quasi di sfuggita, e ancora con una doppia struttura. Lo sviluppo, molto vistoso, inizia con la riproposta del primo tema in do maggiore. La ripresa, lievemente variata all'inizio, si svolge poi con regolarità e ci porta ad una lunga coda conclusiva.

Il secondo tempo («Andante non troppo quasi moderato») è la pagina forse più tipicamente ciaikovskiana della Sonata, fra abbandoni patetici e toni lirici. La struttura è tripartita con una prima parte divisa a sua volta in due sezioni: la prima contraddistinta da un si ribattuto iniziale sulla linea cromatica discendente del basso; la seconda da un movimento più articolato e spezzato. La parte centrale è un «Moderato con animazione» in do maggiore, nello spirito di intermezzo. Il movimento continuo a terzine che lo caratterizza rimarrà poi elemento di sfondo e di atmosfera, disteso in arpeggi, sul quale si riprende il tempo primo. Ma la ripresa porterà di lì a presso un'altra novità: un fitto e serrato movimento ad accordi puntati di un pathos sinfonico verso una coda di singolare espressività, su un movimento sincopato destinato a perdersi nel nulla.

In 6/16 lo Scherzo («Andante giocoso») ha una linea classica: ancora una struttura tripartita con un certo distacco tonale (sol maggiore, mi bemolle maggiore) fra la prima e la seconda parte, ma con una vivacità che rimane ininterrotta. Il Finale è un «Allegro vivace»: il colore dominante sta essenzialmente nelle prime battute, che per qualche verso ci ricordano l'inizio del primo tempo. Con, il loro impulso ritmico e armonico costituiscono l'elemento propulsivo dell'intero tempo che appare tuttavia tratteggiato a tinte diverse, spesso contrastanti: dal gioco fluido di semicrome, alle idee successive, nell'area del mi minore, fra ampie concessioni liriche, in un procedere spesso rapsodico fino a quella pagina finale che, iniziando con ampi arpeggi sforzati, si porta al lunghissimo pedale di tonica dove si è abbandonata ogni volontà trionfalistica.

Renato Chiesa

Guida all'ascolto 3 (nota 3)

La letteratura pianistica russa cominciò a baluginare nella storia circa quarantanni dopo che s'erano sviluppate le letterature viennese-tedesca e inglese, e cominciò ad affermarsi quando la letteratura inglese era bell'e scomparsa e la letteratura viennese-tedesca aveva già raggiunto l'apogeo. Il primo compositore russo di musica pianistica, che conquista una fama internazionale molto solida, è Anton Rubinstejn, il quale si affaccia in scena all'incirca insieme con Brahms. Brahms, uomo di sentire neoclassico, attentissimo al recupero di valori che il romanticismo aveva accantonato, inizia la sua attività creativa, ventenne, con tre sonate. La sonata, la forma prediletta da Beethoven, è il mito che deve rivivere, e che rivive con Brahms. Ma poi Brahms, negli altri quarantanni della sua attività quale creatore di musica per pianoforte, di sonate non ne scriverà più nemmeno una, fermandosi in questo genere a un numero, tre, che è lo stesso toccato da Schumann e da Chopin. Né Liszt scriverà altre sonate dopo la sua unica, rivoluzionaria Sonata in si minore del 1852-53. Né la letteratura francese, che risente sia degli outsiders Chopin e Liszt che dei tedeschi, metterà in vetrina una sonata prima dell'inizio del Novecento.

Questa quercia rinsecchita che nella seconda metà dell'Ottocento è la sonata per pianoforte solo, questo organismo destinato a diventare un fossile da laboratorio, Anton Rubinstejn lo trapianta in Russia, lo cura lui stesso, lo fa curare dal suo allievo Cajkovskij, lo rende gradevole agli occhi di Balakirev e di Musorgskij; e la quercia inverdisce a fine secolo con Skrjabin, si innalza poi con Prokof'ev, si sviluppa con rami e rametti che si chiamano Rachmaninov, Medtner, Glazunov, Miaskovskij, Feinberg, Stravinsky, Sostakovic.

La prima Sonata di Cajkovskij, in do diesis minore, risale al 1865. È un lavoro di scuola, uno di quei lavori (fughe, quartetti, cantate, saggi di strumentazione) che l'insegnamento accademico alla tedesca, adottato nel Conservatorio di San Pietroburgo, reputava indispensabili. L'atteggiamento di Cajkovskij è quello del buon allievo, al quale viene spiegato con dovizia di esempi illustri la storia della forma-sonata da Mozart a Schumann, e che viene invitato a provarcisi anche lui. Da Mozart a Schumann, con una certa attenzione anche verso un sonatista, Schubert, non in odore di santità presso i professori di composizione più ligi al mestiere, e con l'appendice di Anton Rubinstejn.

Tredici anni dopo aver composto questo brillante saggio scolastico (che viene lasciato nel cassetto e che sarà pubblicato postumo), Cajkovskij scrive una più vasta e più ambiziosa Sonata per pianoforte solo, l'op. 37 in sol maggiore. Nel 1878 Cajkovskij è artista ormai affermato, autore di quattro opere, un balletto, quattro sinfonie, un concerto per pianoforte. Sinfonie e concerti sono tipi di composizioni che vanno come il pane in tutto il mondo; altrettanto dicasi delle sonate per violino e pianoforte e per violoncello e pianoforte. La sonata per pianoforte solo è invece quanto mai fuori moda, ma Cajkovskij la sceglie e compone un lavoro in quattro tempi, monumentale, a cui non nuoce affatto di essere toccato dall'ombra di una grande sonata romantica, l'op. 11 di Schumann, e che presenta tratti di estrema originalità, come l'inizio, che introduce un inatteso contrasto drammatico nel corpo stesso del primo gruppo tematico.

Cajkovskij vince indubbiamente, con la Sonata, la scommessa con se stesso. Non la vince con il mondo, che di nuove sonate per pianoforte solo proprio non vuol saperne, tutto teso com'è a divorare le appassionate e le chiaro di luna e ad assaggiare le 11O e le 111. La Sonata di Cajkovskij venne eseguita da Nikolaj Rubinstejn, fratello di Anton, il 21 ottobre 1879, ma fu poi ripresa molto di rado, sebbene da alcuni grandissimi pianisti (d'Albert, Igumnov, Elly Ney, Friedmann, e Prokof'ev, che la presentò anche negli Stati Uniti).

La vera riscoperta fu opera di Sviatoslav Richter che, si potrebbe dire come Bruno Walter diceva di Eugène d'Albert interprete dell'Imperatore di Beethoven, la Sonata non la interpretava neppure, ma la «impersonava». Nella visione che Richter ci propose della storia c'era una tesi: la civiltà classica emigra dalla Germania in Russia e vi trova una nuova età dell'oro con Prokof'ev. Al principio di questo cammino che culmina in Prokof'ev, Richter non collocò la Sonata op. 41 di Anton Rubinstejn, come forse sarebbe stato giusto, ma l'op. 37 di Cajkovskij. E la suonò con una fierezza che vorremmo definire nazionalistica: ecco, sembrò dirci, quel che un russo sapeva fare con un vecchio stampo, quando tutti gli altri lo giudicavano inutilizzabile. Ci faceva un po' rabbia, ma aveva ragione. E dopo di lui la Sonata, senza mai diventare veramente popolare, il suo posto nel repertorio se lo conquistò.

La Sonata op. 37 è in quattro tempi, di taglio complessivamente molto tradizionale ma non senza caratteri, anche formali, assai inconsueti. Ad esempio, il primo gruppo tematico del primo tempo, come già abbiamo accennato, è una canzone tripartita (primo tema, secondo tema, primo tema) con un forte contrasto interno, e in conseguenza di ciò il secondo gruppo tematico è episodico, non contrapposto al primo. Nella riesposizione, poi, il primo gruppo tematico viene ripresentato in forma bipartita (secondo tema, primo tema), e questi caratteri eterodossi, sia pur parziali, conferiscono alla struttura un aspetto formale insolito, che sorprende e stupisce l'ascoltatore avvezzo alle quadrature e alle simmetrie della cultura tedesca.

Nel secondo tempo Cajkovskij articola la tradizionale struttura tripartita in modo molto originale. Invece di un semplice primo tema espone un gruppo tematico (tema A, tema B, tema A sviluppato e variato, coda); al centro colloca un secondo tema che funge da intermezzo; nella terza parte riespone il primo gruppo tematico, ma con importanti variazioni e con un taglio formale diverso; la conclusione è una coda che deve svanire nel nulla (dolcissimo, più che pianissimo con tre p, poi con quattro p, morendo e perdendosi) .

Formalmente tradizionalissimo è invece lo Scherzo, molto originale ritmicamente e scritto in un modo - quartettistico - che mette a dura prova il pianista perché richiede un'estrema precisione di attacco e di accento.

La struttura del finale è quella tipica del rondò, ma con un andamento tonale inconsueto (sol maggiore - si minore - sol maggiore - mi bemolle maggiore - sol maggiore - si minore - sol maggiore). Più che l'impianto tonale si nota però il carattere ballettistico dei temi. L'anno prima Cajkovskij aveva scritto la Sinfonia n. 4 ma aveva anche visto rappresentato per la prima volta il Lago dei cigni, e dopo la Sonata op. 37 avrebbe composto la Suite n. 1 op. 43 per orchestra, di carattere più 'leggero' di quello delle sinfonie. Anche in una composizione pianistica di grande impegno, qual è la Sonata op. 37, si avverte dunque il riflesso di una svolta ideologica che possiamo oggi considerare rivoluzionaria: Cajkovskij è il primo compositore di alte ambizioni e aspirazioni con cui la musica di balletto entri nella sfera dell'arte.

Piero Rattalino


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 21 novembre 1997
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 11 gennaio 1989
(3) Testo tratto dal programma di sala del Concerto del Maggio Musicale Fiorentino,
Firenze, Teatro Comunale, 4 maggio 1988

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Ultimo aggiornamento 7 aprile 2016
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