Glossario



Médée, ouverture

Musica: Luigi Cherubini
Organico: 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, timpani, archi
Composizione: 1797
Prima rappresentazione: Parigi, Théâtre Feydeau, 13 marzo 1797
Edizione: Le Duc, Parigi, 1797

Guida all'ascolto (nota 1)

Nei trentanni all'incirca fra il 1780 e il 1810 la musica strumentale ha assunto una importanza sconosciuta ai decenni precedenti: spirito del tempo e singole personalità (citando solo le vette: i Mozart Haydn Clementi e Beethoven) soffiano nella stessa direzione, come avviene solo nelle fortunatissime stagioni artistiche; con la forma-sonata la Classicità viennese si è costituita un linguaggio perfetto e autonomo, con l'istituto del concerto pubblico, il progresso tecnico degli strumenti, l'industria della stampa ha irradiato il suo stile in tutta Europa penetrando con la sua autorevolezza anche dentro il genere teatrale. Ma anche il teatro musicale conosce allo stesso tempo un salutare scossone, in particolare per la fortuna del suo genere più dinamico: l'opéra-comique che sotto la spinta dell'energia innovativa degli anni rivoluzionari alza la sua temperatura emotiva dedicandosi a fatti avventurosi, situazioni vere e accadute, riflesse con una agilità di cronaca sconosciuta alla vecchia struttura dell'"opera seria".

Curiosamente, questo genere operistico non ha più il suo centro nel canto, ma si connota per le sue ricerche nel terreno sinfonico, in un nuovo linguaggio drammatico dove prendono rilievo settime diminuite, scale cromatiche, tremoli minacciosi, improvvisi unisoni e andamenti in ottave, accenti "sforzati" che preparano inattesi colpi di scena: come si vede nel teatro musicale di Cherubini, che Beethoven riterrà il "primo compositore drammatico" del suo tempo, Méhul, Mayr, Spontini; e dal teatro un'ondata sinfonica rifluisce verso le sale da concerto, influenzando la concezione sonora e il "passo ritmico" di Sinfonie e Sonate sempre meno rispettose delle forme classiche.

Luigi Cherubini trentenne nel decennio 1790-1800 compone inni e marce rivoluzionarie e porta sulle scene tre lavori che lo impongono primo musicista di Parigi, Lodoìska (1791), Médée (1797), Les deux journées (1800); pochi anni dopo, nel 1802, tutte le tre opere sono rappresentate a Vienna, dove Beethoven, tutto preso dalle "brillanti e seducenti opere francesi", mette da parte il Fuoco di Vesta a cui stava lavorando e cerca anche lui un libretto (che diventerà poi il Fidelio) basato su un fatto realmente accaduto.

L'Ouverture di Médée è una grande pagina sinfonica che colpisce per l'impeto passionale non meno che per la furente concisione; il tema d'attacco, in un compatto fa minore a tutta orchestra con rulli di timpani, è il padrone assoluto dell'intero brano, perché le poche idee secondarie che si fanno avanti non sono che frammenti estratti dal suo blocco e dal suo sbalzo ritmico. Alla prima pausa, annunciata da uno stacco di viole e fagotti, gli archi fanno sentire una figura melodica che si apre una strada verso il profondo, un'idea che Beethoven svilupperà nell'Ouverture Egmont; non c'è il tempo per veri temi cantabili, solo gesti e allusioni cantabili, come brevi intenerimenti, quando la frase si chiude nella sua cadenza; ogni tanto si aprono stalli armonici, ma resi dinamici da patetici rigonfiamenti, e anche gli spettrali pianissimi in cui la musica ogni tanto si ritrae servono a preparare, attirandoli come una calamita, i ritorni del primo e unico tema, con la sua forza scabra e rettilinea.

Giorgio Pestelli


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 17 ottobre 2015

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Ultimo aggiornamento: 14 novembre 2015
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