Glossario



Due notturni per pianoforte, op. 55, BI 152, CI 122/123

Musica: Fryderyk Chopin
  1. fa minore: Andante
  2. mi bemolle maggiore: Lento, sostenuto
Organico: pianoforte
Composizione: 1843
Edizione: Schlesinger, Parigi, 1844
Dedica: Jane W. Stirling

Guida all'ascolto (nota 1)

Il merito dell'invenzione del Notturno pianistico in realtà non va attribuito a Chopin, ma all'irlandese John Field, allievo di Muzio Clementi. Prendendo le mosse da Field e dalla sua allieva ed emula polacca Maria Szymanowska, Chopin aveva composto il suo primo Notturno a diciassette anni, nel 1827 (quello in mi minore, pubblicato postumo, nel 1855, come op. 72 n. 1), e seguitò a scriverne per tutta la vita fino ai 2 Notturni op. 62 del 1846, facendo compiere in vent'anni un'evoluzione inimmaginabile al genere del Notturno.

Composti probabilmente nell'estate del 1843, i due Notturni op. 55 furono pubblicati nel 1844 - da Breitkopf & Härtel a Lipsia e da Schlesinger a Parigi e nel 1845 da Wessel a Londra - con dedica a Jane Wilhelmine Stirling, l'allieva scozzese che negli ultimi anni aiutò molto Chopin, anche a livello economico, e che poi svolse un ruolo importante nella diffusione della sua opera.

Il Notturno in fa minore op. 55 n. 1 si apre con una delicata melodia dal vago sapore slavo che nella sua composta malinconia scorre (il tempo è Andante) ripetendosi più volte, sempre sostenuta sommessamente da un regolare andamento di marcia in quattro tempi, simile a quello già usato da Chopin nel primo Notturno dell'op. 37 e dell'op. 48 e che tornerà ancora nel penultimo Notturno, Top. 62 n. 1. Unico elemento di cambiamento nelle ultime due ripetizioni del tema è l'intensificazione espressiva ottenuta sostituendo le figurazioni ritmiche originali (tre semiminime seguite da un duplice croma-punto-semicroma) con delle terzine di crome, scorrevoli a livello ritmico quanto sinuose a livello melodico. E sono proprio delle sonore terzine all'unisono fra le due mani, contrapposte per quattro volte a solenni accordi, ad aprire la breve parte centrale (Più mosso) e a renderla poi più concitata. Al suo ritorno, la spleenetica melodia iniziale (Tempo primo) è increspata fin dall'inizio dalle terzine che, mentre il tempo si va animando (molto legato e stretto), salgono al registro acuto e ne scendono cromaticamente come foglie secche sollevate e poi fatte cadere più in là da piccoli mulinelli di vento. La sinistra finalmente termina la sua ritmica marcia e si ferma su un lunghissimo accordo di fa minore, mentre le luminose terzine della destra, sempre più veloci e sempre più acute, portano a un'autentica «dissolvenza sonora» del brano (per dirla con Casella), che si chiude su dei sonori accordi arpeggiati di fa maggiore.

Queste ultime battute del Notturno in fa minore ci hanno introdotto in un nuovo universo sonoro, che solo per un attimo viene contraddetto bruscamente dall'incipit del Notturno mi bemolle maggiore op. 55 n. 2, il primo dell'intera serie (e l'unico, insieme al successivo op. 62 n. 1) ad aprirsi sonoramente con un forte. Inizialmente sembrerebbe non essere cambiato troppo dalla scrittura adottata da Chopin sedici anni prima nel suo Notturno di esordio: un'intensa melodia affidata alla mano destra sostenuta incessantemente dalla sinistra con un oscillante tappeto di crome. Ma già alla quarta battuta fa la sua comparsa una terza voce intermedia che d'ora in avanti si farà sentire frequentemente, con un discreto commento alle altre due che spesso si serve di leggeri gruppi irregolari di tre, quattro, sette e otto note e che, poco prima della fine del brano, mentre la melodia rimane confinata alle dita estreme della mano destra, si trasforma in una vibrazione indistinta con un lungo trillo; nel frattempo il regolare sostegno offerto dalla mano sinistra si colora di sfumature armoniche sempre nuove, mentre anche la melodia - come già nel Notturno precedente - subisce talvolta un'intensificazione espressiva mediante la sostituzione delle figurazioni ritmiche originali. Questo fantastico distillato di sapienza polifonica, sensibilità armonica, fantasia ritmica e ricerca timbrica tocca il suo vertice nelle ultime dieci battute, che introducono direttamente al mondo sonoro dell'imminente Berceuse: sull'omogeneo e cullante tappeto delle terzine della sinistra, la mano destra discende con calma dal registro acuto prima a gruppi di quattro note poi a gruppi di cinque, con un'originale sovrapposizione ritmica durante la quale si spengono gli ultimi sommessi echi di melodia. Il brano si conclude serenamente con una serie di placidi accordi, interrotti solo per un attimo da un'estrema, lievissima comparsa delle terzine che attraversano leggere la tastiera dal grave all'acuto.

Carlo Cavalletti


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 13 dicembre 2000

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Ultimo aggiornamento 7 dicembre 2013
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