Glossario



Ballata in fa diesis maggiore per pianoforte, op. 19

Musica: Gabriel Fauré Organico: pianoforte
Composizione: 1877 - 1879
Edizione: Hamelle, Parigi, 1881
Dedica: Camille Saint-Saëns

Guida all'ascolto (nota 1)

Musicista dai tratti singolarissimi, uscito dalla scuola di Niedermeyer, Gabriel Fauré ricevette sicuramente degli influssi da Gounod per quanto riguardava il trattamento della melodia e da Saint-Saëns per la scelta di un rigore che lo difendesse da ogni soluzione troppo facile e di effetto immediato. Ma per il resto il suo linguaggio si sviluppa solitario. La sua musica è stata definita, di volta in volta, elegante, fragile, intima, aristocratica; Cortot in particolare ha riscontrato in lui una sincerità quasi autobiografica che conferisce alle sue opere un carattere indefinibile di umana tenerezza e di squisita sensibilità. Giò avviene in maniera più continua e ispirata nel centinaio di liriche da camera, alle quali egli si dedica per tutto l'arco della vita, così come nell'abbondante produzione pianistica che, dopo la prova isolata delle Trois Romances sans paroles del 1863, parte proprio dalla Ballata nel 1881, per quarantanni ininterrotti di un'attività che annovera, fra i generi più ricorrenti, barcarole, notturni, improvvisi, valzer-capriccio. Per comprendere più a fondo il pianismo di Fauré, oltre a ricordare che egli stesso fu un ottimo pianista, bisognerebbe considerare anche che il pianoforte è parte integrante di tutta la lirica vocale ed entra spesso nella prodazione di musica camera con un ruolo primario.

Per quanto il programma di questa sera abbia previsto in prima posizione il Notturno n. 6, inizieremo a parlare della Ballata op. 19 che è di qualche anno precedente e che inizia, come si è detto sopra, la lunga parabola creativa di Fauré in questo settore specifico. Il primo periodo, dei tre nei quali si suole dividere il suo arco creativo, include anche i primi notturni, i primi improvvisi e le prime barcarole. Il modello è Chopin ma appare una cura sempre maggiore dei fenomeni della risonanza. Non vi sono novità particolari ma la scrittura è distinta da un virtuosismo elegante, non esasperato, che è fatto di grazia e di serenità al tempo stesso.

La Ballata, dedicata a Camille Saint-Saëns è concepita dapprima per solo pianoforte, sarà poi realizzata in una versione per pianoforte e orchestra, ma nel lavoro di trascrizione la parte strumentale rimarrà decisamente secondaria. Formalmente il lavoro si distacca dalla tradizione espressiva della ballata, il cui carattere dominante era stato soprattutto quello della passionalità e dei sentimenti tumultuosi. Qui tutto diventa più trasparente e leggero e almeno in parte può essere accolta l'ipotesi avanzata da Joseph de Marliave, secondo il quale Fauré avrebbe scritto la Ballata sotto l'impressione della scena della foresta del Sigfrido. L'accentuato cromatismo, oltre a qualche richiamo tematico, in ogni caso stanno a dimostrare un accostamento a Wagner.

La Ballata si apre con un Andante cantabile in fa diesis maggiore di ampio respiro melodico, ripreso, entro la stessa introduzione, in canone all'ottava a distanza di semiminime. Segue l'Allegro moderato, in mi bemolle minore (che è anarmonicamente il relativo minore di fa diesis) con l'esposizione del primo tema in linea discendente, derivato da un frammento dell'introduzione.

Il secondo tema, in un cadenzato 6/8, presenta una natura più curiosa: consta di due elementi basilari, e cioè due misure di un dolce Andante che si alternano più volte ad un guizzo virtuosistico a due mani in un gioco veloce di terzine, di gusto concertante. Lo sviluppo vero e proprio, molto esteso, si pone in un Allegro in cui appare sfruttato particolarmente il primo tema, fino a sfociare nella ripresa delle due misure iniziali del secondo tema, alle quali si aggancia una vera cadenza da concerto. La parte conclusiva è un Allegro moderato che, ancora in 6/8, si avvale coerentemente prima di precisi richiami al secondo tema e poi dell'intero impianto tematico con un apporto nuovo, quello suggerito dall'insistente proposta di un trillo doppio in terze che ci accompagna fino alla conclusione.

Renato Chiesa


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 14 febbraio 1990

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Ultimo aggiornamento 28 marzo 2013
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