Glossario
Testo del libretto



Giulio Cesare in Egitto, HWV 17

Dramma musicale in tre atti

Musica:
Georg Friedrich Händel
Libretto: Nicola Francesco Haym, da Gianfrancesco Bussarli

Ruoli:

Organico:  2 flauti dolci, flauto traverso, 2 oboi, 2 fagotti, 4 corni, tromba, 2 violini, viola, basso continuo (violoncello, contrabbasso, fagotto, clavicembalo)
Sulla scena: 2 oboi, 2 violini, viola, arpa, viola da gamba, tiorba, violoncello, fagotto
Composizione: 1723 (revisione 1724 e 1729)
Prima rappresentazione: Londra, King's Theatre, 20 febbraio 1724
Edizione: J. Cluer e B. Breake, Londra, 1724

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

A cinque anni dalla fondazione della Royal Academy of Music, Händel era ancora impegnato nella competizione con il compositore Giovanni Bononcini, il quale nella stagione 1723-24 presentò due nuove opere, Farnace e Calfurnia. La risposta del musicista tedesco fu Giulio Cesare in Egitto, che riscosse un così grande successo da spingere Bononcini ad abbandonare il suo incarico nella stagione successiva. Il libretto porta la firma di Nicola Francesco Haym, segretario italiano dell’Academy, e si ispira al Giulio Cesare in Egitto di Giacomo Francesco Bussani, presentato nel 1677 a Venezia con musiche di Antonio Sartorio. L’elaborazione del libretto originale implicò come di consueto la redazione di nuovi testi per le arie e la riduzione dei recitativi, che risultavano di difficile comprensione per il pubblico inglese. Dopo le 13 rappresentazioni del 1724, Giulio Cesare fu ripreso l’anno seguente e ancora nel 1730 e nel 1732. Tra le modifiche apportate nel 1725 vi è quella legata alla parte di Sesto, che in quell’occasione fu affidata al tenore Francesco Borosini: solo due arie furono semplicemente trasposte di un’ottava, mentre le altre tre vennero completamente riscritte in relazione alla nuova voce. Nireno e Curio, personaggi secondari che interpretavano soltanto recitativi, furono eliminati. L’opera riscosse un grande successo anche fuori dell’Inghilterra: tra il 1725 e il ’37 fu presentata più volte in Germania, a Braunschweig e Amburgo, dove ebbe ben quaranta repliche. Giulio Cesare fu tra le prime opere presentate nel nostro secolo: a Göttingen, nella versione elaborata da Oskar Hagen (nel 1922, dopo Rodelinda e Ottone); nel ’27 fu rappresentato a Darmstadt in un allestimento d’avanguardia con la regia di Arthur Maria Rabenalt, mentre nel ’30 fu interpretato dalla London Festival Opera Company al Teatro alla Scala. In seguito il personaggio di Cleopatra è stato interpretato da celebri cantanti quali Joan Sutherland e Montserrat Caballé.

L’episodio storico alla base dell’opera è la campagna d’Egitto di Giulio Cesare nel 48-47 a. C.: Cesare giunge in Egitto per inseguire il nemico Pompeo, in fuga dopo la sconfitta di Farsalo. Cornelia, moglie di Pompeo, e suo figlio Sesto invocano clemenza e il condottiero promette una riappacificazione, ma essi ignorano che il re d’Egitto Tolomeo ha fatto uccidere il fuggitivo nella speranza di entrare nelle grazie di Cesare. Questi, però, quando il comandante egiziano Achilla gli porta la testa del nemico, è sdegnato di fronte a un gesto così empio. Achilla riferisce al re la reazione di Cesare e si impegna a ucciderlo in cambio della mano di Cornelia, di cui è innamorato. Cleopatra, sorella di Tolomeo, vede in Cesare un prezioso alleato per conquistare il trono d’Egitto, cui aspira in quanto primogenita; dapprima cerca di sedurre il condottiero romano presentandosi come Lidia, una fanciulla del suo seguito, ma poi si innamora davvero e rivela la propria identità. Nello scontro tra romani ed egiziani la sorte arride inizialmente a Tolomeo: Cornelia e Sesto cadono nelle mani nemiche dopo che il giovane ha tentato di uccidere il re, Cleopatra viene imprigionata e pare che Cesare sia perito in mare. In verità egli è salvo e sconfigge le truppe di Tolomeo con l’aiuto di Sesto e di Achilla, che ha abbandonato il suo re perché gli ha negato la mano di Cornelia e muore sul campo di battaglia. Tolomeo, ancora ignaro dell’esito dello scontro, cerca di conquistare Cornelia ma viene ucciso da Sesto che riesce finalmente a compiere la sua vendetta. Cesare affida a Cleopatra il regno d’Egitto e tutti festeggiano il ritorno della pace.

Händel si riservò un periodo di tempo insolitamente lungo per la composizione, iniziata nell’estate del 1723 e terminata a ridosso della ‘prima’ nel febbraio successivo. Come spesso accadeva in quell’epoca, il musicista apportò notevoli modifiche alla sua composizione dopo aver appreso i nomi degli interpreti: nella prima versione del primo atto Cornelia era un soprano, Sesto un contralto e Tolomeo un tenore. Ancora a pochi giorni dalla ‘prima’ il compositore continuò a rivedere e rielaborare la sua opera, spostando le arie da un atto all’altro o riscrivendone alcune, tanto che il copista dovette preparare una seconda partitura. Il libretto, estremamente complicato, rientra pienamente nella tipologia premetastasiana per l’intreccio di vicende amorose e intrighi di corte che si succedono in rapidi cambi di scene. Händel approfondì le situazioni drammatiche in una partitura estremamente ricca e variegata, scrivendo quella che ancor oggi è considerata una delle sue migliori opere di soggetto eroico. I ruoli di Cesare e Cleopatra, affidati al castrato Senesino e a Francesca Cuzzoni e comprendenti ben otto arie e due recitativi accompagnati per ciascuno, sfruttano pienamente le doti vocali ed espressive dei due interpreti dando luogo a personaggi a tutto tondo; Cornelia e Sesto risultano invece più statici poiché sono colti nel loro affetto fondamentale, l’una addolorata per la morte del marito e costretta a difendere la sua virtù dagli assalti di Achilla e Tolomeo, l’altro impegnato a vendicare la morte del padre. Cleopatra è il personaggio più sfaccettato: se inizialmente si vale delle sue astuzie femminili per sedurre Cesare e conquistare il trono d’Egitto, ben presto la storia d’amore cominciata per opportunità politica diviene un sentimento autentico. Questa trasformazione è rispecchiata puntualmente dalla musica: quando comprende che Cesare è in pericolo e poi pensa addirittura che sia morto, Cleopatra intona due arie di grande intensità drammatica, “Se pietà di me non senti” (II,8) e “Piangerò la sorte mia” (III,3). Per esemplificare il carattere sensuale che attraversa tutta l’opera si può citare invece l’aria “V’adoro, pupille”, in cui Cleopatra, nelle vesti di Lidia,compare a Cesare circondata dalle muse del Parnaso (II,2); questo brano impiega due orchestre, di cui una è un ensemble sulla scena comprendente archi con sordino, oboe, tiorba, arpa, fagotti e viola da gamba concertante.

Una delle pagine più note del Giulio Cesare in Egitto è il recitativo accompagnato del protagonista “Alma del gran Pompeo” (I,7), assente nel libretto originale di Bussani, che contiene alcune riflessioni di carattere filosofico sulla precarietà della vita umana. Händel adotta qui l’insolita chiave di sol diesis minore, che alla fine approda enarmonicamente al la bemolle minore passando attraverso audaci modulazioni (secondo il giudizio ammirato di Burney, «non vi è quasi nessun accordo che l’orecchio possa prevedere»). In questo e altri recitativi, come “Che sento? oh Dio!” di Cleopatra e “Dall’ondoso periglio” di Cesare, il compositore impiega una ricchezza musicale del tutto inconsueta per un recitativo.

Un altro effetto squisitamente musicale è impiegato nell’aria “Al lampo dell’armi” (II,8), in cui il protagonista giura di difendere se stesso e Cleopatra dalle trame della corte di Tolomeo: l’effetto drammatico è amplificato dall’intervento del coro dei congiurati alla fine dell’aria (“Morà, morà, Cesare morà!”) che, in mancanza del coro vero e proprio, veniva allora interpretato dall’ensembledei solisti fuori scena. È da osservare poi la grande ricchezza dell’orchestrazione (che comprende anche flauti, corni e trombe – aggiunte nella versione del 1725 – e il citato ensemble sulla scena), che viene sfruttata con effetti mirabili anche nelle pagine strumentali di carattere guerresco.

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Londra, capitale dell'opera italiana

Nell'autunno del 1709, nell'apprestarsi a concludere il suo viaggio in Italia, Händel giunse trionfalmente a Venezia; qui, grazie alla protezione del porporato Vincenzo Grimani fece rappresentare, nello splendido Teatro S. Giovanni Crisostomo (di proprietà dello stesso Grimani), la sua seconda opera italiana, l'Agrippina (la prima era stata il Rodrigo composta a Firenze nell' autunno del 1707).

L'opera, che il 26 dicembre 1709 inaugurava la stagione di carnevale, fu accolta da acclamazioni di "viva il Sassone" e 27 repliche ne suggellarono lo straordinario successo.

La fama valse al compositore la carica di maestro di cappella dell'Elettore di Hannover ma le cose dovevano mutare rapidamente. Nell'autunno del 1710 Händel ottenne dal suo "protettore" una dispensa per fare un viaggio a Londra, forse su invito dell'ambasciatore d'Inghilterra conosciuto a Venezia, o forse allettato dalla proposta di un collaboratore del Queen's Theatre di Haymarket, fohann Jakob Heidegger, con il quale egli era già in contatto dal 1709. Il desiderio di entrambi, in ogni caso, era quello di trapiantare l'opera italiana a Londra e Händel, dopo il travolgente successo veneziano di Agrippina, era la persona ideale per questo scopo. Poche settimane dopo il compositore ricevette l'incarico ufficiale di scrivere un'opera "italiana" proprio per il Queen's Theatre e il 24 febbraio 1711 andò in scena Rinaldo. Fu un trionfo.

La "fame" di opere italiane era grande e nel 1719 un gruppo di nobili decise di fondare una società di concerti "ad hoc" per sostenere con fondi stabili e adeguati le rappresentazioni: organizzato a sottoscrizione il sodalizio prese il nome di Royal Academy of Music poiché fra i mecenati vi era lo stesso sovrano. Segretari furono nominati Paolo Rolli e Nicola Francesco Haym che assunsero anche la funzione di librettisti; Händel venne nominato "master of orchestra" con il compito di scritturare i migliori cantanti del "belpaese" e gli furono affiancati - in una sorta di cogestione artistica - altri due compositori (naturalmente anch'essi italiani), Attilio Ariosti e Giovanni Bononcini (con il quale peraltro si stabilì una fortissima competizione che portò anche ad episodi poco piacevoli).

La prima stagione della Royal Academy si aprì il 2 aprile 1720 con il Numitore di Giovanni Porta seguito il 27 aprile da Radamisto di Händel. Nei successivi 20 anni Händel scrisse per i teatri londinesi oltre trenta opere, tutte su testo italiano: da Amadigi al Giulio Cesare, dal Tamerlano all'Arianna in Creta, dall'Alcina al Serse.

Insomma Londra era ormai la capitale dell'opera italiana.

Giulio Cesare: successo di un'opera

Händel inizia a scrivere la sua opera dedicata alla figura di Giulio Cesare probabilmente nell'estate del 1723. Il libretto viene affidato all'amico Nicola Francesco Haym (nato a Roma da genitori di origine tedesca) con cui il compositore aveva avviato una proficua collaborazione fin dai tempi del fortunato Teseo del 1713; il sodalizio aveva poi portato a Radamisto nel 1720, Ottone Re di Germania nel '22, Flavio Re de' Longobardi nel '23 e - dopo il Giulio Cesare - proseguirà con Tamerlano (1724), Rodelinda Regina de' Longobardi (1725), Siroe e Tolomeo del 1728, anno precedente alla scomparsa del librettista.

La caratteristica di Haym era quella di lavorare su testi poetici italiani antecedenti, secondo una prassi molto comune all'epoca: fonti per i libretti händeliani erano quindi già stati Domenico Lalli (Radamisto), Benedetto Pallavicino (Ottone), Matteo Noris (Flavio) e, dopo il 1724, lo furono Agostino Piovene per il Tamerlano, Antonio Salvi per Rodelinda e Metastasio per il Siroe. Per il Giulio Cesare in Egitto la matrice fu il fortunatissimo libretto di Giacomo Francesco Bussani musicato nel 1676 da Antonio Sartorio per il Teatro di San Salvatore a Venezia; come era avvenuto anche nei lavori precedenti Haym cerca di adattare il materiale originale al nuovo contesto linguistico e culturale sia inserendo nuove arie sia, soprattutto, riducendo i recitativi, che risultavano di difficile comprensione per il pubblico inglese.

L'opera va in scena il 20 febbraio 1724: Giulio Cesare / in Egitto. / Drama / Da rappresentarsi / Nel Regio Teatro / di Hay-Market. / Per / La Reale Accademia di Musica. / In Londra: per Tomaso Wood nella Piccola Bretagna. M.DCC.XXLV.

Il cast della "prima" è assolutamente straordinario: il Senesino nel ruolo di Giulio Cesare e la "primadonna" Francesca Cuzzoni in quello di Cleopatra; Margherita Durastanti (già scelta da Händel per l'Agrippina e il Radamisto) nella parte di Sesto e in quella di Tolomeo il castrato Gaetano Berenstadt (al quale - a causa della sua "smisurata e goffa figura" venivano negate le interpretazioni femminili preferendogli quelli da consoli, padri e soprattutto "malvagi"); ad Anastasia Robinson (già presente nell'Amadigi) infine fu affidato il ruolo di Cornelia e al basso Giuseppe Maria Boschi quello di Achilia; chiudevano il cast un altro castrato - Giuseppe Bigonzi nel ruolo di Nireno - e il basso John Lagarde in quello di Curio.

Il successo fu travolgente: il diplomatico Friedrich Ernst von Fabrice il 10 marzo 1724 scrive al Conte Fleming: "La stagione d'opera è in pieno svolgimento e vi è un'opera nuova di Händel, chiamata Giulio Cesare, nella quale Senesino e Cuzzoni brillano al di là di ogni dubbio. Il teatro è tutto esaurito, alla settima replica come alla prima"; e difatti lo spettacolo viene replicato per ben 13 volte, fino all' 11 aprile.

"Goda il Nilo in questo dì": l'arrivo di Cesare in Egitto

ATTO PRIMO - Il preambolo dell'azione è l'episodio storico della campagna d'Egitto del 48-47 a. C: Giulio Cesare giunge sull'altra sponda del Mediterraneo per inseguire il nemico Pompeo, in fuga dopo la sconfitta di Farsalo. E l'opera inizia proprio da qui: una baldanzosa ouverture orchestrale (Adagio - Allegro) prepara il trionfale sbarco di Cesare salutato da un coro inneggiante ("Viva, viva il nostro Alcide").

Accolto dal suo luogotenente Curio, il condottiero romano è deciso a chiudere finalmente la partita con il rivale senza altro spargimento di sangue, concedendo - da vincitore ("Presti omai l'Egizia terra") - quella tregua invocata anche dalla moglie di Pompeo, Cornelia e dal figlio Sesto. Ma il destino assume perentoriamente un'altra strada: il regnante Tolomeo (fratello di Cleopatra e "ufficialmente" suo marito), al fine di ingraziarsi il potente romano, gli fa recapitare un inaspettato omaggio: la testa del "nemico" Pompeo.

Il dramma si palesa quindi immediatamente costringendo i personaggi a calarsi subito nei rispettivi lineamenti emotivi: la disperata Cornelia, il vendicatore Sesto, il crudele Tolomeo, la calcolatrice Cleopatra, il "giusto" Cesare. E proprio quest'ultimo, sconvolto dall'accaduto, si scaglia contro Achilia, il "generale" del re egizio, con uno spietato "Empio dirò tu sei": un'aria di "furia" virtuosistìca (capace di evidenziare senza indugio la straordinaria bravura del Senesino) sostenuta da una decisa e vigorosa orchestra all'unisono.

L'affranta Cornelia cerca di uccidersi con una spada ma Curio la ferma e, con un tempismo a dire il vero un po' imbarazzante, coglie l'occasione di svelarle il proprio amore; la nobildonna gli risponde con il bellissimo lamento "Priva son d'ogni conforto" addolcito dalla presenza di un flauto traverso concertante.

Il primo "funesto" quadro dell'opera si conclude con i propositi di vendetta di Sesto: un'altra stupenda aria di "furia", "Svegliatevi nel core", nella inquietante tonalità di do minore, che solo nella sezione centrale (in mi bemolle maggiore) si placa nel doloroso ricordo del padre ucciso (con il canto anche qui addolcito da due flauti).

Dopo questo inizio travolgente, l'azione prosegue nella reggia di Cleopatra la quale, vedendo in Cesare un prezioso alleato per la conquista del trono, confida a Nireno le sue intenzioni "seduttive"; Tolomeo, sentite tali rivendicazioni, gli ricorda acidamente che le donne non devono "trattar di scettro" ma "d'ago e fuso" e lei, senza perdersi d'animo, commenta con l'arietta impertinente "Non disperar, chi sà? se al regno non l'avrai / avrai sorte in amor". Ci pensa Achilia, entrato a riferire la rabbiosa reazione di Cesare al "dono" regale, a ricondurre la situazione in un clima bellicoso: in cambio della mano di Cornelia egli si offre di uccidere l'insolente "latino". Tolomeo acconsente con la marziale (Allegro e staccato) "L'empio, sleale, indegno".

La scena torna al campo romano dove si sta svolgendo il rito funebre di Pompeo ("Alma del gran Pompeo'): trenta battute di un recitativo accompagnato assolutamente visionario che costituisce una delle pagine più alte di tutta l'opera. L'intima riflessione testuale sulla precarietà della vita umana è resa da Händel con arditissime e sospese concatenazioni armoniche che dalla insolita tonalità di sol diesis minore alla fine approdano enarmonicamente al la bemolle minore (secondo il giudizio ammirato di Burney "non vi è quasi nessun accordo che l'orecchio possa prevedere").

Alla fine di questa parentesi - che per certi versi si colloca in una dimensione filosofica più che operistica - giunge Cleopatra la quale, travestita da una Lidia qualsiasi, inizia a mettere in atto la sua strategia di adescamento: Cesare vi soccombe subito ("Non è sì vago e bello") con grande soddisfazione della signora ("Tutto può donna vezzosa" con un intrigante oboe concertante a cui segue poco dopo sullo stesso stile "Tu la mia stella sei"). La riapparizione di Cornelia, accompagnata da una lenta e cupa introduzione strumentale (sol minore) che sfocia nel doloroso "Nel tuo seno, amico sasso", è seguita da quella del figlio Sesto che assapora l'imminente vendetta nell'aria "Cara speme" la cui forte valenza introspettiva è resa mirabilmente dall'essenzialità musicale del rapporto voce-basso (violoncello concertante e cembalo).

Nel palazzo dei Tolomei giunge infine Cesare per le trattative nella gestione dei poteri ma, da entrambe le parti, si tramano ritorsioni e il significativo utilizzo del corno solista sottolinea la potenza allusiva dell' "astuto cacciator".

La rabbia repressa del sovrano egizio si sfoga sul giovane Sesto, che viene imprigionato, e su Cornelia, concessa contro la sua volontà ad Achilia; "Tu sei il cor di questo cor", la prima delle tre arie riservate a questo personaggio, è caratterizzata dal vigore sonoro dei fagotti. Madre e figlio piangono la loro sorte nello splendido duetto "Son nata a lagrìmar": una pagina di intensa commozione che si imprime all'istante nella memoria e nei cuori degli ascoltatori.

Armi e amori sul Parnaso

ATTO SECONDO - Il secondo atto si apre con uno degli scenari più suggestivi dell'intero lavoro: Cleopatra, sempre nelle vesti di Lidia, compare a Cesare circondata dalle muse del Parnaso ("Qui s'apre il Parnasso e vedesi in trono la Virtù assistita dalle nove Muse" come da didascalia del libretto). Qui Händel si inventa la "meraviglia" del teatro nel teatro: due orchestre di cui una, formata da archi con sordino, oboe, tiorba, arpa, fagotti e viola da gamba concertante, circonda la cantante in palcoscenico accompagnando la dolcissima e sensuale serenata "V'adoro, pupille".

Ormai l'amore è scoccato e anche la scaltra regina si lascia andare alla passione: il condottiero-corteggiatore le palesa la sua eccitazione in una briosa allegoria sull'"augelletto" che, in una virtuosistica sfida con un violino solista, si "nasconde" in un "fiorito e ameno prato".

Dalla felicità degli amanti si passa subito dopo alla mestizia della schiava-Cornelia che si duole della propria condizione ("Deh piangete o mesti lumi") in una raffinata modalità intimistica affidata ad una sola linea del basso (simile alla precedente aria di Sesto "Cara speme"). Achilia rivendica con forza i diritti sulla "sua" proprietà ("Se a me non sei crudele") ma non si avvede che anche Tolomeo aspira senza successo al cuore della "romana" ("Sì spietata").

Ancora una volta Händel sceglie i flauti per raddoppiare la voce tremante di Cornelia ("Cessa ornai di sospirar") nell'atto di suicidarsi; sopraggiunge in tempo Sesto che, nel salvare la madre, si rinsalda nel suo desiderio di rivolta contro il tiranno. La sonorità compatta e possente di tutta l'orchestra simile ad un fiume in piena fa di "L'angue offeso" una pagina di eccezionale intensità.

L'idillio di Cesare e Cleopatra sembra intanto procedere nel migliore dei modi ("Venere bella") ma improvvisamente piomba sui due il grido di Curio: Tolomeo ha deciso di muovere guerra al comandante romano. La bella regina decide a questo punto di palesare la propria identità e Cesare giura di difendere lei e se stesso: la vorticosa "Al lampo dell'armi" è una pagina caleidoscopica dove si confondono in una mirabile scrittura musicale le agilità vocali con i giochi strumentali; l'effetto drammatico è poi amplificato alla fine dall'intervento del coro dei congiurati ("Mora, mora, Cesare mora!").

L'angoscia di Cleopatra si snoda fra un recitativo accompagnato e una delle arie più incantevoli e commuoventi di tutta l'opera, "Se pietà di me non senti".

Mentre Tolomeo si rilassa nel suo harem, le sue guarnigioni sembrano prevalere sui romani: Achilia annuncia al re la scomparsa di Cesare in mare. Cornelia e Sesto sono sconvolti dalla notizia ma il giovane riesce a fuggire verso il campo dei soldati dove il sovrano egizio si sta recando. L'atto si chiude su una nuova violenta invettiva di Sesto, "L'aure che spira".

La vittoria di Cesare "il giusto"

ATTO TERZO - Mentre Achilia decide di abbandonare il suo re perché gli ha negato la mano di Cornelia ("Dal fulgor di questa spada") una "bellicosa Sinfonia" fa da sfondo alla battaglia fra i soldati di Cleopatra e quelli di Tolomeo; questi ultimi hanno la meglio e la regina finisce prigioniera. Il maligno fratello la umilia mettendola in catene ("Domerò la tua fierezza") e lei medita sulla precarietà del proprio destino intonando, in una ricercata fusione con il flauto traverso e il violino, "Piangerò la sorte mia", la meravigliosa pagina che assurse ad emblema del capolavoro händeliano.

Naturalmente Cesare non è affatto morto: una complessa sequenza di intermezzi strumentali, recitativi accompagnati e ariosi disegna il prodigioso momento in cui l'eroe emerge fortunosamente dalle acque ("Dall'ondoso periglio"). Nel porto giace Achilia agonizzante che svela ad un Sesto travestito da soldato il modo di penetrare nella reggia di Tolomeo e di vendicare il torto subito. Cesare, avvicinandosi, si fa riconoscere dal suo giovane amico, e con rinnovata speranza si avviano verso la vittoria finale ("Quel torrente che cade dal monte" e "La giustizia ha già sull'arco").

Gli ultimi fatti si susseguono velocemente: nell'appartamento di una disperata Cleopatra irrompe Cesare con i suoi fedelissimi e la gioia del ritrovato amore viene celebrato dalla esuberante aria "Da tempeste il legno infranto". Tolomeo, ancora ignaro di ciò che sta succedendo, cerca di conquistare Cornelia ma viene ucciso da Sesto che riesce finalmente a compiere la sua vendetta.

Nel porto di Alessandria, in un tripudio di "trombe e timpani" (in realtà corni e oboi nella prima versione; Händel aggiungerà una tromba nell'edizione del 1725) Cesare affida a Cleopatra il regno d'Egitto e tutti festeggiano il loro trionfo ("Ritorni omai nel nostro core").

Laura Pietrantoni


(1) "Dizionario dell'Opera 2008", a cura di Piero Gelli, edito da Baldini Castoldi Dalai editore, Firenze
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 26 ottobre 2006

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Ultimo aggiornamento 16 settembre 2016
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