Glossario



Concerto grosso in re minore, op. 6 n. 10, HWV 328

Musica: Georg Friedrich Händel
  1. Ouverture: Maestoso. Allegro. Lentement (re minore)
  2. Aria: Lento (re minore)
  3. Allegro moderato (re minore)
  4. Allegro con fuoco (re minore)
Organico: 2 violini concertatnti, 2 violini, viola, violoncello, basso continuo
Composizione: 22 ottobre 1739
Edizione: J. Walsh, Londra, 1740

Guida all'ascolto (nota 1)

Quest'anno [1985 n. d. r.] si celebra il terzo centenario della nascita di Haendel, di Bach e di Domenico Scarlatti ed è l'occasione per onorare tre altissime personalità della musica che hanno recato un contributo importante e determinante per lo sviluppo e il progresso dell'arte dei suoni. Secondo un criterio più storiografico che estetico-musicale il nome di Haendel viene abitualmente associato a quello di Bach, in quanto ambedue i musicisti sono considerati i più autorevoli esponenti dell'età barocca tedesca e riassumono nella loro molteplice e monumentale opera secoli di esperienze musicali, sia tecniche che linguistiche. Tutti e due affondano le radici della propria cultura nella Germania luterana, ma le loro caratteristiche biografiche e artistiche sono diverse e a volte divergenti. Bach non varcò mai i confini della Germania: la sua formazione umana e musicale, pur con qualche breve puntata verso il nord, si svolse entro i confini della nativa Turingia e della Sassonia, naturalmente non trascurando autori e musiche provenienti della Francia, dall'Italia e dalla Germania meridionale. Haendel, invece, ebbe la possibilità di viaggiare molto sin da giovane e conoscere direttamente musicisti di varia estrazione stilistica, a volte gli stessi di cui Bach aveva soltanto letto e studiato qualche manoscritto. Egli venne in Italia ed ebbe modo di rendersi conto personalmente della struttura e della funzionalità del nostro melodramma, specie per quello che riguardava il ruolo della voce in rapporto allo strumentale. Attraversò in lungo e in largo tutta la Germania, per approdare poi in Inghilterra e in Irlanda, dove alla fine incontrò benessere e gloria.

La fama di Haendel è legata essenzialmente ai suoi trentatrè oratori, dei quali alcuni continuano a resistere all'usura del tempo, in virtù della chiarezza e scorrevolezza melodica e della grandiosità e luminosità del discorso corale. Ma ciò non toglie che egli sia stato un musicista eclettico e abbia lasciato una produzione vastissima in ogni campo: dal melodramma allo strumentale e al cameristico. In particolare, per quello che riguarda la produzione strumentale, una larga popolarità hanno sempre avuto i dodici Concerti grossi dell'op. 6 per orchestra d'archi e basso continuo, scritti tra la fine di settembre e il 20 ottobre 1739, nello stesso periodo in cui apparvero le vigorose architetture oratoriali del Saul e dell'Israel in Aegypt. Questi lavori, insieme ai sei Concerti grossi op. 3 per due oboi, due fagotti, due flauti, archi e basso continuo, un po' meno eseguiti degli altri, ma ricchi ugualmente di straordinaria inventiva melodica e armonica, costituiscono il contributo più significativo di Haendel alla letteratura del concerto grosso di stile barocco che si richiama principalmente all'esempio di Arcangelo Corelli, un musicista conosciuto dall'autore del Messiah nel corso del suo primo viaggio in Italia (1709) e da lui molto stimato. Però lo schema della sonata da chiesa che Corelli trasferisce al concerto, basato sull'orchestra d'archi a quattro voci in contrapposizione ad un piccolo gruppo solistico, assume in Haendel forme più elaborate e robuste, sia nei movimenti di maggiore vivacità armonica e sia nei passaggi più articolati sotto il profilo contrappuntistico. L'austerità pensosa del modello diventa più calda e vigorosa nella linea solenne della ouvertures e nel virile accento ritmico degli allegri, mentre si avverte un lirismo più intenso nei momenti distesi, un'arguta stilizzazione nei tempi di danza e una sottile vena malinconica nelle cullanti siciliane.

Lo strumentale, che si articola in due gruppi - il tutti chiamato anche "ripieno" e il "concertino" - denota una indubbia abilità e sicurezza di orchestratore nel musicista sassone, che ebbe sempre vivo il senso della costruzione architettonica realizzata con ricchezza e varietà di armonie e alternando lo stile chiesastico all'operistico e al madrigalesco. Questa sigla haendeliana è possibile coglierla nel Concerto grosso in re minore op. 6 n. 10 scritto per archi e clavicembalo, in cui spiccano soprattutto i tempi allegri per il loro luminoso splendore strumentale. Tolta l'Aria del secondo movimento tenuta su un tono molto lento e pensoso, il resto del Concerto viene espresso con quello stile vivace e concitato così tipico del linguaggio barocco e proteso a realizzare un clima musicale di solare serenità, come avvertì a suo tempo lo stesso Goethe, quando parlò di Haendel come di un genio mediterraneo, attratto dal fascino della chiarezza e della lucentezza del cielo della nostra penisola.


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 30 marzo 1985

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Ultimo aggiornamento 11 ottobre 2014
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