Glossario
Testo del libretto



Dixìt Dominus Domino meo, HWV 232

Concerto sacro per soli, coro, archi e basso continuo

Musica: Georg Friedrich Händel
Testo: Salmo 109
  1. Dixit Dominus, Domino meo (sol minore)
    Coro, 2 violini, 2 viole, e basso continuo
  2. Virgam virtutis tuae (si bemolle maggiore)
    Aria per contralto e basso continuo
  3. Tecum principium (la bemolle maggiore)
    Aria per soprano, 2 violini, 2 viole e basso continuo
  4. Juravit Dominus - Grave (la bemolle maggiore)
    Coro, 2 violini, 2 viole e basso continuo
  5. Secundum ordinem Melchisedech (si bemolle maggiore)
    Coro, 2 violini, 2 viole e basso continuo
  6. Dominus a dextris tuis - Allegro (re minore)
    Coro, 2 violini, 2 viole e basso continuo
  7. De torrente ini via bibet (do minore)
    Coro, 2 violini, 2 viole, violoncello e basso continuo
  8. Gloria Patri et Filio (sol minore)
    Coro, 2 violini, 2 viole e basso continuo
Organico: soprano, contralto, coro misto, 2 violini, 2 viole, basso continuo
Composizione: Aprile 1707
Prima esecuzione: Roma, S. Ma­ria  in Monte Santo, probabilmente 6 luglio 1707
Edizione: Deutsche Händelgesellschaft, Lipsia, 1889

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

"Dal seno dell'aurora, a te viene la rugiada della tua gioventù" (Salmo 110)

La stesura del Dixit Dominus va ascritta alla primavera del 1707, a pochi mesi dall'arrivo del giovane Händel, ventiduenne, in Italia. Fino a quel momento il compositore si era cimentato soprattutto nel repertorio profano con una serie di Cantate, da Aminta e Fillide a Donna che in ciel, dal Delirio Amoroso a Diana cacciatrice fino all'ammiccante Udite il mio consiglio (scritta il 18 marzo a Civitavecchia sulla brigantina del marchese Francesco Maria Ruspoli in occasione di un banchetto con i governatori della città per un "consiglio" di guerra).

Il mese di aprile si apre invece con due lavori a carattere sacro: la Cantata Nella stagione di viole e rose eseguita il 3 aprile a Massa per la Domenica-Laetare (Festa della Rosa) e il grandioso mottetto Dixit Dominus la cui datazione è confermata dallo stesso autografo handeliano: "S[olo] D[eo] G[loria] / G. F. Hendel / 1707/ li [...] d'aprile / Roma".

Nel 1959 lo studioso James Hall ipotizzò che tale lavoro fosse stato commissionato - insieme al Laudate pueri (HWV 236) e il Nisi Dominus (HWV 238) - dal Cardinale Carlo Colonna per la grande festa di Nostra Signora del Monte Carmelo a Santa Maria di Monte Santo, che egli patrocinava ogni 16 luglio in Piazza del Popolo.

Ma sia il notevole lasso di tempo fra la scrittura e l'esecuzione (tre mesi, nel Settecento, rendevano un lavoro già "vecchio" e certamente non sarebbe stato prestigioso per un personaggio del calibro di Colonna proporre un'opera chiusa da tempo in un cassetto), sia il carattere "bellicoso" del testo suscitarono parecchi dubbi in proposito, aprendo la strada ad una più convincente ipotesi della musicologa Ursula Kirkendale.

La studiosa infatti suppone che il Dixit Dominus sia stato invece eseguito il 1° maggio a Frascati per l'onomastico del re Filippo V celebrato dagli spagnoli.

L'ambasciatore spagnolo si era infatti recato in quella città qualche giorno prima ("Partì hoggi alla villeggiatura di Frascati con la duchessa e tutta la sua famiglia il duca d'Uceda, ambasciatore di Spagna, e credesi non sia per ritornare così presto, ma che tratterrassi per vedere dove vadano a terminare le presenti contingenze e la minacciata invasione del regno di Napoli", Valesio, Diario di Roma, mercordì 20 aprile 1707) e il primo maggio aveva organizzato presso la propria dimora una grande festa ("Celebrandosi hoggi la festa de' ss. apostoli Filippo e Giacomo, il nome del primo de' quali ritiene il re Filippo V di Spagna, l'ambasciatore cattolico, che si trattiene a Frascati, fece lauto pasto, essendovisi portati di Roma gl'auditori di Rota Molines et Omagna spagnoli e Polignac francese con gli cardinali Del Giudice e Tremoglie", Valesio, Diario di Roma, domenica 1 maggio 1707).

È quindi possibile che lo stesso ambasciatore, o uno dei suoi illustri ospiti, abbia voluto omaggiare il regnante anche con un grande evento musicale scritto dal "pupillo" dei potenti romani del momento (non dimentichiamo che Händel era al servizio del Marchese Francesco Maria Ruspoli e godeva dei favori dei cardinali Benedetto Pamphilj, Pietro Ottoboni - vicecancelliere della Chiesa -, Carlo Colonna).

La scelta del Salmo reale 110 che ha per sottotitolo "Una voce profetica riafferma la futura vittoria del Messia sulle nazioni" e citazioni quali "finché io renda i tuoi nemici sgabello per i tuoi piedi!" ben si presta quindi all'imperiosa solennità della ricorrenza.

E il Dixit, lungi dall'essere una prova di gioventù, rivela una straordinaria potenza e perizia compositiva: strutturato in 9 sezioni, è pervaso da un'energia formidabile e dall'uso sapiente di una teatralità drammatica solo superficialmente celata dal carattere sacro del componimento. L'organico - composto da coro a cinque voci (con due soprani), orchestra d'archi (con due parti reali di viola) e basso continuo - è sottoposto a prove di agilità, precisione, declamazione vigorosa e grande espressività nei passaggi lirici.

Grazie a tutto ciò, il Salmo libera un brio ed un'esuberanza da lasciare senza fiato, quasi come se il giovane Händel, arrivato da poco in una nazione, l'Italia, di cantanti e strumentisti virtuosi, avesse lanciato loro una sfida portando tutte le voci indistintamente ai limiti estremi dei rispettivi registri e incanalandole in trattamenti armonici sprezzanti delle regole. Insomma un lavoro che trasuda di un entusiastico genio "giovanile" che nulla avrà da invidiare alle composizione della maturità.

"Lungo la via berrà al torrente, per questo rialzerà la testa" (Salmo 110)

Il testo utilizzato da Händel è quello del Salmo 110 (o 109 della numerazione greca utilizzata nella Vulgata) che appartiene al gruppo dei Salmi regali e riveste un'importanza particolare per la lettura messianica che ne è stata fatta e per la nuova interpretazione datane nel Nuovo Testamento. È diviso in due parti ognuna delle quali si apre con una formula d'introduzione di un oracolo profetico: "Oracolo del Signore" e "L'ha giurato il Signore" seguito da un detto nello stile della prima persona divina (lo stile caratteristico dei profeti): una dichiarazione cioè sulla linea di condotta del Signore rispetto all'interessato.

L'ampia composizione händeliana divide il testo in 8 sezioni (più la dossologia finale) tutte precedute da una breve introduzione strumentale.

Si tratta di un lavoro assolutamente ricco di suggestioni e citazioni stilistiche: dal cantus firmus gregoriano al rigido contrappunto, dall'aria lirica solistica alle polifonie concertanti, dagli effetti drammatici alle raffinate sottolineature degli "affetti" barocchi. Insomma Händel da qui sfoggio delle proprie competenze e capacità ricercando ogni mezzo musicale per la compiuta resa di uno dei testi più importanti della tradizione sacra cristiana.

Il lavoro si apre con le visionarie parole salmodiche Dixit Dominus "Siedi alla mia destra, finché io renda i tuoi nemici sgabello per i tuoi piedi" e il rivestimento musicale ha il compito di trasmetterne tutta la potenza profetica; ecco quindi il grandioso intervento del tutti corale e strumentale all'interno del quale l'alternante emersione delle linee solistiche vocali sottolinea con maggior vigore (una sorta di grida sopra la folla) le parole dell'oracolo del Signore.

Subito dopo però ecco che le parole del testo assumono un tono più confidenziale, con il compito di spiegare meglio i contenuti della profezia. Händel sceglie di farne due Arie solistiche: Virgam virtutis tuae ("Lo scettro del tuo potere") per alto e violoncello concertante e Tecum principium ("Il tuo popolo si presenta") per soprano, archi e continuo. Il clima cambia e, malgrado il carattere "dominatore" delle enunciazioni testuali, si passa ad un'atmosfera nettamente "teatrale" caratterizzata dalla ricerca di sensualità sonore e melodiche: vocalizzi, dialoghi concertanti - con il basso nel primo caso e con i violini nel secondo - plasmano una magia sonora che senza soluzione di continuità scivola dalla gloria "divina" a quella "umana".

Il coro è di nuovo protagonista nel successivo Juravit Dominus enunciazione della seconda formula profetica: la pagina alterna i momenti ieratici della citazione solenne "Il Signore l'ha giurato" (ribadito due volte) a sezioni di allegro intreccio polifonico, volte ad esprimere la gioia che tale promessa non sarà smentita. E il contenuto di questo patto, Tu es sacerdos, è illustrato con una delle pagine più belle dell'intera opera nella quale sopra una linea di cantus firmus dei bassi si sviluppa un coltissimo esempio di contrappunto fugato.

La sesta e settima sezione ritrovano invece la struttura iniziale del coro con interventi solistici: nel Dominus a dextris tuis le entrate successive in imitazione prima dei due soprani, poi di alto e tenore, e da ultimo del basso solo preparano la presenza del coro al completo che, nella potenza dell'unione sonora - sopra un basso rutilante e ossessivo -, enuncia la vendetta divina ("egli schiaccerà i re nel giorno della sua ira"). Subito dopo però la dolce apertura dello Judicabit affidata alle voci femminili lascia indulgere alla speranza di una salvezza riservata ai giusti anche se rimane indispensabile la consapevolezza che il Signore "colpirà alla testa su vasta terra": e sarà riservata proprio a questa terribile parola, conquassabit, resa magnificamente in modo quasi "onomatopeico" con un martellante ribattere di note, la conclusione della sezione.

Ma la grandezza del Signore sta nel volere renderci partecipi delle bellezze divine ed ecco quindi che la strada indicataci - De torrente in via ("Lungo la via berrà al torrente, per questo rialzerà la testa") - ci avvolge in un'atmosfera angelica e misteriosa: la porta del cielo si sta lentamente aprendo lasciandoci intravedere le meraviglie dell'Eterno.

Il Gloria della dossologia conclusiva si riallaccia ai temi iniziali in un ultimo trascinante gioco fra soli e tutti: la dovuta chiusura insomma, grandiosa e trionfale, di un lavoro di geniale inventiva che annuncia solennemente sia la parola divina che il futuro di uno dei più grandi compositori della storia della musica.

Laura Pietrantoni

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Energia, intensità, forza inventiva, originalità. Capacità di creare quadri cangianti e mutevoli in grado di restituire affetti del tutto contrastanti che definiscono momenti di esaltazione ed entusiasmo alternati altri dedicati alla solennità della celebrazione; e ancora, improvvise digressioni dedicate a dimensioni soggettive di riflessione intimistica e poi, d'improvviso, aperture alla più disincantata levità e leggerezza, sino a poter quasi "gustare" il profumo della gioia più intensa. Quanti sono i caratteri che il giovanissimo ventiduenne Georg Friedrich Händel, giunto ospite in Italia, ci vuol far "provare" attraverso la sua splendida musica?

Nel Dixit Dominus troviamo, elargite a piene mani, queste bellezze, dentro una partitura plastica e rigogliosa, scritta da un giovane entusiasta e ricco di vitalità: come se il compositore si sentisse, in un certo senso, messo "alla prova" nella patria eletta del bel canto e della melodia. L'intero organico, anche strumentale, è sottoposto a forti sollecitazioni, tanto che si richiede a tutti una notevolissima precisione esecutiva, così come doti di espressività, agilità e leggerezza. Le voci, portate ai limiti nei rispettivi registri e nella resa tecnica, testimoniano di un Händel quasi ostentatamente incurante delle regole. Come a sfidare e a dimostrare qualcosa di speciale agli altri e a se stesso: ottenendo alla fine una pittura veramente esuberante e pregnante.

Nel Dixit Dominus d'apertura gli archi disegnano sinuose e rotonde figure su arpeggi, scale e progressioni sostenute da veloci successioni armoniche e improvvise risoluzioni, mentre le linee, impetuose, preparano il terreno per l'arrivo del coro. Così quando entra l'ensemble vocale sulle visionarie parole «Siedi alla mia destra, finché io renda i tuoi nemici sgabello per i tuoi piedi» eccoci catapultati, nel grandioso intervento del Tutti, dentro una musica trascinante e tumultuosa. In mezzo a questo mare magnum in grado di rappresentare perfettamente i sentimenti di una folla agitata, si stagliano, in rilievo, le parole pronunciate dalle voci soliste, che descrivono l'intervento dell'oracolo del Signore: una rappresentazione emozionante di un quadro vivo di popolo.

In Virgam virtutis tuae, mite e pacata aria per contralto e basso continuo con cembalo e violoncello concertante, sono spiegati i contenuti della profezia nelle parole: «Virgam virtutis tuae emittet Dominus ex Sion: dominare in medio inimicorum tuorum» (Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: "Domina in mezzo ai tuoi nemici"), mentre in Tecum principium per soprano, archi e continuo, nonostante il carattere ancora intenso e minaccioso delle parole - «Tecum principium in die virtutis tuae splendoribus sanctorum: ex utero ante Luciferum genui te» (A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell'aurora, come rugiada io ti ho generato) - Händel sceglie di rivisitare in chiave umana il messaggio di Dio, allestendo un'atmosfera dai toni operistici, con dolcezze e meraviglie distribuite su vocalizzi, espressività, dialoghi concertanti: come su «splendoribus», dove la melodia del soprano si arrotonda, letteralmente, sopra eleganti impalcature in progressione: che echeggiano, ripetono, replicano simbolicamente all'infinito, nel tempo, restituendoceli realmente magnificenti - negli abbellimenti sonori, nella massa degli archi che si riflette nella dolcezza del canto - gli splendori divini.

Grave e Allegro si alternano per due volte in Juravit Dominus, dove la citazione solenne del giuramento divino - "il Signore l'ha giurato" - è arditamente pronunciata sopra appuntiti e minacciosi accordi dissonanti di settima che poi si diluiscono in un meraviglioso intreccio polifonico («Et non paenitebit eum», "E non si pente"). Qui protagonista è la massa del popolo, cioè il coro con gli archi, intenti a sottolinearci musicalmente, negli echeggiamenti, nelle imitazioni, nel nitore e nella precisione del melos, ovvero in esibite sfumature musicali asseverative, che tale promessa sarà veramente realizzata. E quanto è ribollente e burrascoso nel suo contrappunto fugato - intrecciato e denso sopra il tratto del robusto cantus firmus dei bassi - Tu es sacerdos, il quinto numero del Dixit Dominus, in cui si definisce il contenuto del patto («Tu es sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedech», "Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedech").

Un'increspata introduzione orchestrale in modo minore apre il numero successivo, con entrate progressive: prima dei due soprani, poi di contralto e tenore, infine del basso. Anticipa l'arrivo, irruento e potente, della massa corale. Nel testo - «Dominus a dextris tuis, confregit in die irae suae reges», "Il Signore è alla tua destra, annienterà i re nel giorno della sua ira" - si annuncia il sopraggiungere della vendetta divina. Musicalmente è resa come il limaccioso arrivo di una piena d'acqua, un fiume sonoro su note lunghe, dissonanti, pungenti, mentre il basso, reiterato e ossessivo, è una minacciosa realtà che cresce. Un piccolo stacco introduce il testo «Judicabit in nationibus, implebit ruinas» ("Giudicherà i popoli in mezzo ai cadaveri"), dove sorprendentemente Händel ammorbidisce i toni, simulando nella sua sgargiante orchestrazione la speranza di una salvezza per i giusti; mentre con il «Conquassabit capita in terra multorum» ("ne stritolerà la testa su vasta terra") vediamo la martellante, ritmica onomatopea che restituisce nel tutti d'assieme il senso della forza del Signore.

Dopo la tempesta, la quiete emotiva. Nel settimo e penultimo quadro, il testo riporta a un sentimento emotivo di speranza: «De torrente in via bibet, propterea exaltabit caput» ("Lungo il cammino si disseta al torrente, per questo potrà rialzare la testa"). Si tratta di un Adagio di straordinaria soavità, dove le voci soliste di soprano e contralto, partendo da nuclei dissonanti di ritardi, appoggiature o di pungenti settime, distendono lunghe linee che lentamente si snodano, contrappuntate dalle altre voci, come sciogliendo ogni preoccupazione e pensiero. Il tempo si ferma, mentre gli archi sostengono una trama che scorre lenta come una fonte sorgiva. Sembra davvero di veder scorrere, limpida, l'acqua di un torrente, simbolicamente un torrente di fede, mentre un'atmosfera magica e misteriosa fa intravvedere le bellezze dell'eternità. Nel Gloria Patri / Sicut erat in principio, infine, la grandiosa e solenne proclamazione sopra fastose corone sonore inanellate dalle voci impegnate in squillanti progressioni melodico armoniche, sino al scintillante gioco reiterativo su «saecula saeculorum» che riesce magnificamente a restituirci l'immagine dell'infinitezza divina.

Marino Mora


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 9 dicembre 2007
(2) Testo tratto dal libretto inserito nel CD allegato al n. 301 della rivista Amadeus

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Ultimo aggiornamento 10 gennaio 2015
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