Glossario



Oh Numi eterni (La Lucrezia), HWV 145

Cantata per soprano e basso continuo

Musica:
Georg Friedrich Händel
Testo: cardinal Benedetto Pamphili
  1. Oh Numi eterni!
    Recitativo per soprano e basso continuo
  2. Già superbo del mio affanno - Adagio (fa minore)
    Aria per soprano e basso continuo
  3. Ma voi forse nel cielo
    Recitativo per soprano e basso continuo
  4. Il suol che preme - Allegro (do minore)
    Aria per soprano e basso continuo
  5. Ah! che ancor nell'abisso
    Recitativo per soprano e basso continuo
  6. Alla salma infedel porga la pena - Larghetto (sol minore)
    Arioso per soprano e basso continuo
  7. A voi, padre, consorte
    Recitattivo per soprano e basso continuo
  8. Già nel seno comincia - Furioso (do minore)
    Arioso per soprano e basso continuo
Organico: soprano, basso continuo
Composizione: 1706 - 1707
Edizione: Deutsche Händelgesellschaft, Lipsia, 1887

Guida all'ascolto (nota 1)

Nel 1706 il ventunenne Händel iniziava quel viaggio in Italia che ogni musicista d'oltralpe cercava di intraprendere per completare i propri studi e ampliare le proprie conoscenze sulla civiltà musicale che dettava legge in tutta Euroa. Nei tre anni di permanenza nella penisola il maestro sassone si dedicò alla composizione di opere, oratori, serenate, e soprattutto di circa un centinaio di Cantate da camera, che si rivelarono una straordinaria scuola di perfezionamento nella scrittura vocale.

Diffusissima all'inizio del XVIII secolo, la Cantata da camera era un genere compositivo destinato ad un ristretto pubblico aristocratico, che si compiaceva dell'arte dei cantori solisti e della ricerca stilistica dei compositori, volta a rivestire con soluzioni sempre diverse un numero estremamente limitato di situazioni affettive ispirate a un personaggio eroico o mitologico; nella forma più diffusa la Cantata si componeva di tre arie col "da capo" collegate da recitativi e si affidava a una voce sopranile - femminile o, più spesso, di castrato - accompagnata dal semplice basso continuo.

Di questa arte preziosa e esclusivistica la Cantata Lucrezia è un esempio insigne; essa fu composta nel 1707 a Firenze, probabilmente la prima tappa del viaggio italiano di Händel, ed è considerata il capolavoro del genere nella produzione del maestro. Il personaggio prescelto per incarnare la consueta successione di affetti contrastanti è quello della moglie di Collatino che, sedotta da Sesto Tarquinio, invoca l'ira dei Numi sul capo del romano e sceglie poi il suicidio per salvaguardare il proprio onore e quello della famiglia.

Nel trattare un contenuto così fortemente drammatico Händel si applicò con una straordinaria fantasia alla forma della Cantata, arrivando a una prefigurazione delle grandi scene operistiche della maturità; ma da queste Lucrezia si distingue per l'esiguità dei mezzi impiegati (essenziali al fascino cameristico della Cantata) e, di conseguenza, per la straordinaria duttilità che questi mezzi vengono ad assumere. Il contenuto armonico è arditissimo, la linea vocale piega i rapidi salti e le colorature verso una eccezionale espressività e, soprattutto, la tradizionale frattura fra aria e recitativo viene sorprendentemente attenuata; il recitativo assume movenze di arioso ("...Alla salma infedel porga la pena"), la terza aria (dopo una prima elegiaca e una seconda di furore) non propone la forma tripartita e non si discosta dall'ambientazione del recitativo. Il compositore, insomma, si muove all'interno della forma consacrata - e abusata - con la sicura libertà che gli detta l'esuberanza giovanile del genio.

Arrigo Quattrocchi

Testo

1 – Recitativo
O Numi Eterni!
O Stele, stelle!
Che fulminate empi tiranni,
Impugnate a’ miei voti
Orridi Strali:
Voi con fochi tonanti
Incenerite il reo Tarquinio e Roma.
Dalla superba chioma
Omai trabocchi il vacillante alloro
S’apra il suolo in voragini
Si celi, con memorando esempio
Nelle viscere sue l’indegno e l’empio.

2 - Aria
Già superbo del mio affanno
Traditor dell’onor mio
Parte l’empio, lo sleal.
Tu punisci il fiero inganno
Del fellon, del mostro rio
Giusto Cie, parca fatal!
Già superbo, etc.

3 - Recitativo
Ma voi forse nel cielo
Per castigo maggior del mio delitto,
State oziosi, o provocati Numi:
Se son sorde le stelle
Se non mi odon le sfere
A voi Tremende Deità
Deità dell’abisso mi volgo
A voi, a voi spetta
Del tradito onor mio far la vendetta.

4 - Aria
Il suol che preme,
L’aura che spira
L’empio romano
S’apra, s’infetti.
Se il paso move,
Se il guardo gira,
Incontri larve,
Riune aspeti.
Il suol che preme, etc.

5 - Recitativo
Ah! Che ancor nell’abisso
Dormon le furie,
I Sdegni e le vendette.
Giove dunque per me non ha saette.
E pietoso l’Inferno?
Ah! Ch’io già son in odio al Ciel, a Dite:
E se la pena non piomba sul mio capo
A’ miei rimorsi è rimorso
Il poter di castigarmi.
Furioso
Questi la disperata anima mia puniscan, sì
Adagio
Ma il ferro che già intrepida stringo
Aria
Alla salma infedel porga la pena.

6 - Recitativo
A voi, a voi, padre, consorte, a Roma,
Al mondo presento il mio morir;
Mi si perdoni il delitto esecrando
Ond’io macchiai involontaria il nostro onor,
Un’altra più detestabil colpa,
Di non m’aver uccisa pria del misfatto,
Mi si perdoni.

7 - Arioso
Già nl seno comincia a compir
Questo fero i duri ufficzi
Sento ch’il cor si scuote
Più dal dolor di questa caduta invendicata
Che dal furor delle vicina morte.

8 - Furioso
Ma se qui non m’è dato castigar il tiranno
Opprimer l’empio con più barbaro esempio
Per ch’ei sen cada estinto
Stringerò a’ danni soi mortal saetta.
E furibonda e cruda nell’Inferno farò
La mia vendetta.


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 4 novembre 1987

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Ultimo aggiornamento 11 maggio 2016
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