Glossario
Testo del libretto



Te Deum in re maggiore, HWV 283

Inno per la vittoria di Dettingen

Musica: Georg Friedrich Händel
  1. We praise thee, o God - Allegro (re maggiore)
    Coro, 2 oboi, fagotto, 2 trombe, timpani, 2 violini, viola, organo, basso continuo
  2. All the earth doth worship thee - Allegro (re maggiore)
    Contralto, coro, 2 oboi, fagotto, 2 trombe, timpani, 2 violini, viola e basso continuo
  3. To thee all angels cry aloud - Larghetto e piano (si minore)
    Coro, 3 violini, viola, violoncello e organo
  4. To thee Cherubim and Seraphim - Andante (re maggiore)
    Coro, 2 oboi, fagotto, 2 trombe, timpani, 2 violini, viola, organo e basso continuo
  5. The glorious company - Andante, non presto. Grave. A tempo ordinario (sol maggiore)
    Coro, 2 oboi, fagotto, 2 violini, viola e basso continuo
  6. Thou art the King of Glory, o Christ (re maggiore)
    Basso, coro, 2 oboi, fagotto, 2 trombe, timpani, 2 violini, viola e basso continuo
  7. When thou tookest upon thee - Larghetto e piano un poco (la maggiore)
    Aria per basso, 2 violini, viola e basso continuo
  8. When thou hadst overcome the sharpness of death / Thou didst open the Kingdom - Grave. Allegro (sol minore)
    Coro, 2 oboi, fagotto, 2 trombe, timpani, 2 violini, viola e basso continuo
  9. Thou sittest at the right hand of God - Andante. Adagio (si bemolle maggiore)
    Contralto, tenore, basso, 2 oboi, 2 violini, viola e basso continuo
  10. Symphonie: Adagio (re maggiore)
    2 trombe
  11. We therefore pray thee (sol minore)
    Soprano, contralto, coro, 2 oboi e basso continuo
  12. Make them to be number's with thy Saints - Largo (si bemolle maggiore)
    Coro, 2 oboi, fagotto, 2 violini, viola e basso continuo
  13. Day by day we magnify thee - Allegro non presto (re maggiore)
    Coro, 2 oboi, fagotto, 2 trombe, timpani, 2 violini, viola e basso continuo
  14. Vouchsafe, o Lord - Largo e piano
    Recitativo per basso, 2 violini, viola e basso continuo
  15. Lord, in thee have I trusted (re maggiore)
    Contralto, coro, 2 oboi, fagotto, 2 trombe, timpani, 2 violini, viola e basso continuo
Organico: contralto, tenore, basso, coro, 2 oboi, fagotto, 3 trombe, timpani, 3 violini, viola, violoncello, contrabbasso, organo, basso continuo
Composizione: 17 - 29 luglio 1743
Prima esecuzione: Londra, Chapel Royal, St. James's Palace, 27 novembre 1743
Edizione: J. Walsh, Londra, 1763

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Händel fu testimone di molti avvenimenti storici del suo tempo e in più di un'occasione fu scelto come portavoce musicale per celebrare ricorrenze e fatti lieti e tristi, legati in prevalenza a personaggi della monarchia inglese. Sotto questa etichetta di composizioni celebrative si raccolgono le Odi, gli anthems (termine inglese per indicare una musica a più voci nella Chiesa anglicana, cioè antifona o mottetto) e i Te Deum, in quanto non era concepibile in Inghilterra e in America esaltare un re o un condottiero senza ricordarsi della divinità. Del resto anche in Francia il fiorentino Giovanni Battista Lulli, immigrato a Parigi come Händel a Londra, era stato incaricato più volte da Luigi XIV di scrivere musiche celebrative, tanto da diventare la personificazione della musica francese e dello spirito del grand-siècle con il nome di Jean-Baptiste Lully. Ciò non significa che Lully non abbia scritto in queste occasioni pezzi più che validi, oltre che concepiti secondo un linguaggio corale e orchestrale degno della massima considerazione. Non per nulla l'arte di corte di Luigi XIV fece epoca nelle case principesche grandi e piccole di tutta l'Europa. I balletti, le rappresentazioni teatrali, le opere, i Te Deum e i mottetti per le festività furono divulgati e copiati ovunque, a cominciare dall'Inghilterra, dove la musica, per così dire, di corte assunse un carattere proprio sotto il profilo moralistico, ideologico e religioso che, pur ispirato e legato alla classe aristocratica e al re, si preoccupava di sottolineare come la Gran Bretagna fosse una comunità storica basata sulle libertà civili. Ed Händel seppe esprimere in musica quest'anima anglicana, servendosi dello stile religioso barocco che puntava su grossi complessi corali e strumentali e imprimendo un tono grandioso e imponente, ma sempre sincero e comunicativo, agli anthems e ai Te Deum, in cui il coro svolge un importante ruolo da protagonista.

In questo quadro si collocano i quattro anthems per l'incoronazione di Giorgio II (1727), l'anthem per lo sposalizio della principessa Anna (Wedding Anthem for Princess Anne, 1734), una pagina festosa per doppio coro, il Funeral Anthem per la regina Carolina (1737), il Te Deum di Utrecht (1713) e il Te Deum di ringraziamento per la vittoria militare inglese a Dettingen nel 1743, conosciuto abitualmente come "Te Deum di Dettingen". Questo Te Deum fu composto nell'estate del 1743 e la prima esecuzione ebbe luogo il 18 novembre dello stesso anno nella cappella reale, alla presenza di Giorgio II e della sua corte: la musica così marziale e monumentale ebbe grande successo e fu subito osservato che si trattava di una cantata da concerto in stile barocco, a gloria di Dio e della monarchia inglese. È formato da tredici brani dominati dalla presenza del coro, in cui si dispiega con abilità e straordinaria capacità inventiva l'arte di Händel, e con alcune arie e ariosi per soprano, contralto e basso. Molto interessante è il modo in cui il compositore riesce a collegare con pochi tratti essenziali coro e orchestra al testo: un esempio eloquente in tal senso è il sesto brano "Du bist der Ehren König, o Christ", dove il basso solista accompagnato da un basso continuo e da una tromba concertante intona il motivo ripreso dal coro e sorretto adeguatamente dalla parte strumentale. Al di là di ogni osservazione su questo o quel brano del Te Deum che è in re maggiore, la tonalità preferita dalle trombe, va riconosciuta al musicista una padronanza della scrittura vocale, sia corale che solistica, sicuramente inarrivabile nella sua epoca. Servendosi della polifonia Händel era consapevole della natura universale della musica corale e della suggestione che avrebbe prodotto nell'animo del pubblico, anche nei momenti cerimoniali e celebrativi e non soltanto nei poderosi affreschi oratoriali.

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Oltre che a spopolare campagne e a devastare città e stati, le guerre che funestarono l'Europa fino al secolo scorso dettero un valido contributo alla produzione musicale (quelle del nostro secolo non riuscirono nemmeno a tanto). Come infatti ben sa ogni spettatore di «Tosca», ciascun annuncio di vittoria era seguito, da parte del vincitore presunto, da solenni «Te Deum» di ringraziamento. Lo stesso inno celebrava firme di trattati, convegni e congressi. Quando poi la vittoria era contestata si dava anche l'occasione di un doppio «Te Deum» celebrato dall'una e dall'altra parte, e sarà il caso, ricordato da Tolstoj, della battaglia di Borodino. Nel 1743, nel corso della guerra di successione austriaca (1740-1748), la «Prammatica Armata», una delle tante coalizioni che si formavano e scioglievano nel breve volgere di uno o due anni (comprendente nel caso specifico Austria, Gran Bretagna, Sassonia e Savoia), batté l'esercito francese a Dettingen. Questo episodio fu all'origine di due importanti composizioni sacre dell'ultimo Haendel e precisamente l'Anthem «The King shall rejoice» e il grande Te Deum che fu eseguito a Londra il 22 novembre 1743 alla presenza del Re. Nella sua attività, Haendel aveva dovuto già altre volte utilizzare l'inno di ringraziamento. Trent'anni prima, nel 1713, aveva scritto il grande Te Deum di Utrecht, in re maggiore come lo sarà l'ultimo, e in seguito aveva scritto altri due importanti Te Deum, uno dei quali in doppia versione. Il Te Deum di Dettingen usa naturalmente il testo inglese in uso presso la Chiesa Anglicana. La partitura, a sua volta, impiega un coro a cinque voci, tre solisti (soprano, contralto e tenore) e un'orchestra comprendente tre trombe, due oboi, timpani, fagotto e archi. La suddivisione è quella dei versetti dell'inno, scandita da grandiosi episodi corali, come per il primo e il secondo versetto, questo con un assolo del contralto. Pure per coro, ma a quattro parti, è il breve terzo versetto, larghetto e piano. Di grande efficacia è il sesto, preceduto da un assolo del basso con accompagnamento di tromba. A questo segue una vera e propria aria solistica del basso. Dopo un altro coro a cinque voci, il nono versetto è definito «trio» ed è infatti suddiviso in tre sezioni, una prima a tre voci, andante, una seconda, pure a tre voci, adagio, e una terza a cinque voci, largo. Nelle due sezioni estreme agli archi si aggiungono gli oboi, mentre in quella centrale vi sono le sole trombe con il basso continuo. Dopo due nuovi episodi corali, e prima del finale, il penultimo versetto è ancora affidato al basso solista con un arioso accompagnato dai soli archi. Il Te Deum si conclude con un nuovo coro introdotto dal soprano solista. Tutta la composizione rispetta l'intento celebrativo e, per la sua ricchezza e magnificenza, può essere considerata uno dei lavori più riusciti del genere. D'altra parte per Haendel la celebrazione dei fasti regali e di quelli religiosi nell'oratorio dimostra una matrice comune, come del resto comune è l'assunzione dei testi biblici e liturgici.

Bruno Cagli

Guida all'ascolto 3 (nota 3)

Assia, 27 giugno 1743. Sul campo di battaglia di Dettingen, una battaglia inutile come tante altre, giacciono soldati con la divisa francese e inglese. La brutalità dello scontro frontale delle fanterie ha risparmiato, come sempre, generali e regnanti. Giorgio II di Hannover, re d'Inghilterra, colui che risulterà essere l'ultimo re a condurre le truppe in battaglie campali per questo paese, torna in patria da vincitore. I francesi hanno perso a causa dell'inettitudine del duca di Noailles e del generale Grammont. A Londra festeggiamenti attendono Giorgio II; la famiglia reale decide di commissionare un fastoso Te Deum di ringraziamento al compositore di corte. Costui altri non è che Georg Friedrich Händel, il quale vive nella capitale inglese da molti, molti anni.

La prima parte del 1743 aveva riservato al musicista alterne vicende: nel corso del mese di marzo era stata messa in scena la prima londinese del Messiah al Covent Garden, ma il mese di aprile aveva recato gravi tribolazioni al compositore: una paralisi lo aveva infatti colpito nuovamente, dopo i guai passati nel 1737. Non poteva però essere che lui l'autore del Dettingen Te Deum, e cosi egli si mise al lavoro il 17 luglio, un mercoledì, non una domenica come sempre indicato dagli studiosi. Non conosciamo la data in cui Händel concluse il Te Deum, poiché l'ultima pagina dell'autografo non è sopravvissuta all'ingiuria del tempo: gli studiosi collocano però questo termine entro il mese dello stesso luglio. Le prove per la rappresentazione del Te Deum e per l'Anthem intitolato The King shall rejoice in thy strength, come ci informa il London Evening Post, cominciarono il 20 settembre presso la Cappella Reale di St. James alla presenza della principessina. È il Daily Advertiser a informarci che i lavori continuarono presso la Whitehall Chapel a partire dal 9 novembre. Si giunse infine alla prima esecuzione ufficiale, che avvenne il 27 novembre 1743 presso la Cappella Reale a St. James alla presenza dello stesso Giorgio II. Il Daily Advertiser del giorno seguente ci informa che: «Sua Maestà fu alla Cappella Reale a St. James, e ascoltò un sermone recitato dal rev. Dr. Thomas; allora il nuovo Te Deum e il seguente Anthem, entrambi messi in musica dal signor Handel, composti in ringraziamento dell'incolumità di sua Maestà, furono eseguiti dì fronte alla famiglia reale».

Il lavoro di Händel presenta una organizzazione formale di notevole impegno. Gli undici numeri nei quali la composizione è suddivisa si succedono secondo un piano tonale di voluta circolarità. I primi tre numeri sono infatti imperniati sulla successione di re maggiore - si minore - re maggiore, esattamente come gli ultimi tre, mentre nei movimenti centrali la tonalità d'impianto di re maggiore ritorna strategicamente nel IV, V e VII movimento. L'ottava sezione apre una parentesi in tonalità lontane da quella d'impianto, formando un nuovo trittico in si bemolle maggiore - re minore - si bemolle maggiore che introduce direttamente la sezione finale. Tutto ciò va a bilanciare una diversa distribuzione dei pesi nell'assegnazione dei soli e degli interventi corali, posti con ordinata asimmetria. Infatti i due unici veri assoli della composizione, assegnati al basso, sono rappresentati dal numero VI e dal numero X. Nell'elaborazione del materiale musicale Händel si rifece a un Te Deum scritto dal milanese Francesco Antonio Urio (1631/32 - dopo il 1719) probabilmente intorno al 1682. Da quest'opera il Sassone trasse qualche idea fondamentale, citandola con completezza ed elaborandola in modo raffinato. Händel aveva già attinto alla composizione di Urio, utilizzandola anche nel corso della stesura di Israel in Egypt. Una copia del lavoro del musicista milanese è oggi conservata presso la British Library: essa proviene dalla biblioteca privata di Händel. Vedremo nel corso di questa guida quali sono i punti di maggior contatto circa le citazioni effettuate da Händel e come egli le utilizzò al fine di completare la sua opera.

We praise thee, o God

Il primo movimento, di notevoli dimensioni, si apre con una fanfara di grande impatto intonata da tutta l'orchestra all'unisono. Senza soluzione di continuità prende avvio una sezione di grande brillantezza pensata in stile imitativo: così a una prima idea assegnata dapprima agli oboi ai quali rispondono le trombe I e II, ne viene opposta una seconda caratterizzata da un iniziale arpeggio discendente, seguito da una vivace linea di sedicesimi. Sono ancora gli oboi a proporre l'idea e a essi rispondono prima le trombe e quindi i violini: Händel riprende però quasi subito elementi della fanfara iniziale, combinandoli abilmente con il secondo soggetto esposto. L'orchestra conduce così all'impressionante ingresso del coro, che si presenta con due poderosi accordi di re maggiore e procede di seguito con un andamento granitico, raddoppiato dalla sezione dei fiati, giungendo alla dominante e ridiscendendo di seguito alla tonica: in questo modo Händel ottiene un forte impatto sonoro e un inequivocabile senso di sicurezza e stabilità. La vivacità della pagina è data dagli archi, che spezzano gli accordi in arpeggi di sedicesimi. L'introduzione del coro si placa, e si presenta così un solo dell'alto, al quale risponde la tromba I. Si apre una pagina di carattere fugato, dove la testa del tema è cavata dal secondo soggetto esposto nell'introduzione strumentale: il coro e tutta l'orchestra si uniscono all'alto e alla tromba dopo solo quattro battute. Ma improvvisamente il coro riprende un andamento accordale, mentre gli strumenti contrappuntano il canto con figurazioni virtuosistiche in sedicesimi. Tutto ciò conduce a un ritorno del clima presentato al momento dell'ingresso del coro: Händel modula nella tonalità di si maggiore, in modo da allontanarsi per breve momento dalla tonalità di base, per giungere a sol maggiore e far rientrare così l'orchestra in piene forze. È il primo soggetto esposto nell'introduzione strumentale a divenire il perno ora delle parti d'orchestra. Esse sostengono il coro, che prosegue il suo cammino con andamento accordale. Händel decide quindi di far riaffiorare la fanfara nell'orchestra, che accompagna il coro fino alla coda strumentale. Quest'ultima è aperta in successione dai due soggetti esposti nell'introduzione ed è conclusa dalla fanfara, in maniera perfettamente circolare. La coda strumentale conclude la prima parte del movimento. Esso prosegue ora in un clima più rarefatto e sereno: i due violini intonano un delizioso tema, tratto letteralmente dal lavoro di Urio, che prelude all'ingresso dell'alto solo. Il coro e tutta l'orchestra si annunciano con accordi ribattuti di tonica e dominante, lasciando però ben presto spazio ai soli. Essi vengono commentati da frammenti del tema esposto in avvio, che diviene così strutturale. Il ritorno del tutti conduce direttamente al termine di questo primo movimento: il tema di Urio è ripetutamente citato, amplificato particolarmente in prossimità della chiusa finale.

To thee all angels cry aloud

Un profondo cambiamento di clima ci porta al pianto degli angeli: il secondo movimento, in si minore, si presenta con una figurazione puntata assegnata agli archi che nella mestizia della sua movenza e nell'articolarsi dell'andamento armonico non può che richiamare lo scorrere delle lacrime. Influssi vivaldiani non sono esenti da queste note. Gli archi riprendono in modo ostinato l'andamento puntato, figura tipica d'altronde della retorica musicale settecentesca, nel corso di tutto il movimento. I soprani soli annunciano le lacrime d'invocazione degli angeli con una frase di tormentata dolcezza, mentre le voci maschili ne commentano il dolore: Händel abilmente gioca sulla possibilità di interpretare nella lingua inglese il verbo «to cry», che può aver valore sia nell'accezione dell'italiano urlare sia nell accezione piangere. Il dialogo si svolge con ordinata simmetria sino alla conclusione.

To thee Cherubim and Seraphim

Il terzo movimento ci riporta alla tonalità solare di re maggiore, chiudendo così circolarmente il trittico iniziale. Una fanfara non accompagnata delle due trombe, un'altra citazione tratta dal lavoro di Urio, introduce solennemente il ritorno del coro, che dialoga inizialmente con gli archi e in seguito con gli oboi. Si apre quindi una pagina di straordinaria perizia contrappuntistica: Händel infatti assegna alternativamente a una voce del coro - o anche a più voci contemporaneamente, in seguito - un cantus firmus che viene commentato dalle altre voci con una figurazione quasi perpetua, che dipinge la parola «continually». Questa glande sezione centrale confluisce nello spettacolare finale, dove elementi di fanfara si sovrappongono all'andamento accordale del coro.

The glorious company

Il movimento seguente ci conduce nel cuore del Te Deum. Il compositore si allontana dalla tonalità d'impianto e presenta ora un sereno sol maggiore: l'introduzione strumentale, affidata agli archi, è sostenuta da un basso andante che inevitabilmente richiama la processione di apostoli, profeti e martiri citati nel testo. Essi sono solennemente annunciati dal basso, mentre le altre voci ne rivelano l'atto di devozione nei confronti dell'Onnipotente. Soprano, alto e tenore sono raddoppiati da oboi e fagotto, mentre sono gli archi a dialogare con il basso. Le voci si riuniscono infine in modo simbolico nel momento di intonare «Holy Church»: questo breve momento introduce l'ingresso del coro, che si presenta dapprima maestosamente per sottolineare il senso del testo e quindi con una sezione in stile imitativo, che conduce la tonalità da si minore al conclusivo la maggiore.

Thou art the King of Glory

Un solo di tromba è ora dichiarazione della gloria di Cristo: alla tromba si unisce presto il basso solo al quale è assegnata una linea melodica ben ornata. Il coro entra insieme all'orchestra tutta per ribadire in modo possente il senso del testo, dapprima con andamento verticale e accordale, quindi con una pagina mossa dai melismi e dal contrappunto a sei parti. Il coro e l'orchestra infine si riuniscono in prossimità della chiusura del movimento.

When thou tookest upon thee

Il movimento seguente, Larghetto e piano un poco, è pensato in contrasto con il precedente. Si tratta infatti di un solo del basso, accompagnato dagli archi: l'introduzione strumentale rivela già il clima raccolto e sereno, leggero in un 3/8 quasi scherzoso, silenzioso dopo solo due battute, in una pausa carica di aspettative. Il basso interviene riprendendo la testa del soggetto espresso dal violino I in apertura: da questo momento, archi e voce dialogano senza sosta, evitando di sovrapporre le loro intenzioni se non in prossimità della breve cadenza finale, subito seguita dalla coda strumentale.

When thou hadst overcome

Cinque accordi in sol minore staccati, improvvisi, cupi, spazzano la tonalità di la maggiore e la leggiadria del movimento precedente:essi annunciano l'ingresso del coro, che si arresta sospeso sull'accordo di dominante dopo due misure. Esplode quindi il tutti orchestrale, con il ritorno delle trombe e dei timpani: la scrittura è vividissima e riccamente ornata, ed esalta la gioia espressa dal testo per l'apertura delle porte del Reame.

Thou sittest at the right hand of God

Il movimento seguente è di grande importanza strutturale, articolato in tre sezioni secondo lo schema armonico si bemolle maggiore - re minore - si bemolle maggiore e dunque dichiaratamente circolare. L'introduzione strumentale è dolce, senza trombe, e presenta l'idea portante di questa prima parte, una progressione di delicata fermezza. Essa è infatti ripresa nel momento dell'ingresso dei soli, avviati dall'alto; il soprano in questa sezione tace, e il colore si fa quindi più scuro. Le voci, dopo aver dialogato, si riuniscono in un Adagio accompagnato dal solo basso continuo: è la spettrale nudità dell'attesa del Giudizio. Due le trombe che ne proclamano l'avvento, senza null'altro che le circondi: esse, scomparendo, concedono al coro di esprimere un'invocazione estrema d'aiuto, nel triste tono di re minore. Nel silenzio emergono i soprani soli, che intonano la preghiera ultima. La richiesta di salvezza per il popolo del Signore è accorata, ed è affidata ora nuovamente al coro, nella più dolce tonalità di si bemolle maggiore. Ma Händel ne increspa l'intonazione con modulazioni subitanee e utilizzando una figura ascendente per modellare le parole «and lift them up».

Day by day we magnify thee

Un assolo di tromba ristabilisce il clima festoso e inaugura il trittico di chiusura; il nuovo movimento prosegue con l'ingresso del coro, che dà vita a una sezione imitativa utilizzando il soggetto espresso dalla tromba in avvio, una chiara triade ascendente di re maggiore. La pagina prosegue imperniando il suo fluire su una figurazione ribattuta di una croma seguita da due semicrome, che permea tutte le parti d'orchestra e coinvolge anche il coro. La sezione si apre quindi su un fugato in 3/2, Allegro non presto, al quale si aggiungono le trombe e i timpani nella coda finale, in modo di solenne fanfara.

Vouchsafe, o Lord

Si apre ora uno splendido arioso dedicato al basso solo accompagnato dagli archi: la scrittura si fa intensa, la ricerca armonica rivela la mano del maestro. È un percorso tortuoso, questo, e tragico in un tempo: il terreno sembra scomparire sotto i nostri piedi, un senso di instabilità si insinua nell'ascoltatore. Eppure tutto fluisce in modo naturale, l'intento melodico è congruente all'armonia ma non cessa di catturarci nella sua linea.

Lord, in thee have I trusted

È il giusto preludio del maestoso movimento finale che, abbandonata la tonalità di si minore, ci riconduce a un rassicurante re maggiore. Il brano è aperto ancora una volta da un'introduzione strumentale all'interno della quale grande rilievo assumono le trombe; essa è seguita da un delicato solo dell'alto. Il coro fa quindi la sua apparizione, sorretto dall'intera orchestra, per dar vita a un fastoso finale. La composizione si chiude con quattro misure in Grave, possente formula cadenzale di consapevole certezza per far esplodere il testo «let me never be confounded».

Franco Pavan


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 16 febbraio 1986
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 3 novembre 1976
(3) Testo tratto dal libretto inserito nel CD allegato al n. 122 della rivista Amadeus

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Ultimo aggiornamento 7 febbraio 2017
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