Glossario
Guida all'ascolto



L'Isola disabitata

Azione teatrale in due parti, Hob:XXVIII:9

Libretto dell'opera

ATTO UNICO

Parte Prima.

Sinfonia

Scena Prima

(Parte amenissima di picciola e disabitata isoletta a vista del mare, ornata distintamente dalla natura di strane piante, di capricciose grotte e di fioriti cespugli. Gran sasso molto innanzi dal destro lato, sul quale si legge impressa un'iscrizione non finita in caratteri europei. Costanza, vestita a capriccio di pelli, di fronde e di fiori, con elsa e parte di spada logora alla mano, in atto di terminare l'imperfetta iscrizione)

n. 1 - Recitativo
COSTANZA
 Qual contrasto non vince l'indefesso sudor!
 Duro è quel sasso,
 l'istromento è mal atto, inesperta la mano;
 e pur dell'opra eccomi al fin vicina.
 Ah sol concedi ch'io la vegga compita,
 e da sì acerba vita poi mi libera, o ciel.
 Se mai la sorte
 ne' dì futuri alcun trasporta a questo
 incognito terreno, dirà quel marmo almeno
 il mio caso funesto e memorando.

(legge l'iscrizione)

«Dal traditor Gernando Costanza abbandonata,
 i giorni suoi in questo terminò lido straniero.
 Amico passeggero, se una tigre non sei
 o vendica o compiangi... i casi miei.»

Questo sol manca. A terminar s'attenda
dunque l'opra che avanza

(torna al lavoro)

Scena Seconda

(Silvia frettolosa ed allegra, e detta)
SILVIA
 Ah germana! Ah Costanza!
COSTANZA
 Che avvenne, o Silvia? Onde la gioia?
SILVIA
 Io sono fuor di me di piacer.
COSTANZA
 Perché?
SILVIA
 La mia amabile cervetta,
 in van per tanti dì pianta e cercata,
 da sé stessa è tornata.
COSTANZA
 E ciò ti rende lieta così?
SILVIA
 Poco ti pare? È quella la mia cura,
 il sai pur, la mia compagna,
 la dolce amica mia. M'ama, m'intende,
 mi dorme in sen, mi chiede i baci, è sempre
 dal mio fianco indivisa in ogni loco:
 la perdei; la ritrovo; e ti par poco?
COSTANZA
 Che felice innocenza!

(torna al lavoro)
SILVIA
 E ho da vederti
 sempre in pianti, o germana?
COSTANZA
 E come il ciglio mai rasciugar potrei?
 Già sette volte e sei
 l'anno si rinnovò da che lasciata
 in sì barbara guisa, da' viventi divisa,
 di tutto priva e senza speme, oh dio!
 Di mai tornar su la paterna arena,
 vivo morendo: e tu mi vuoi serena?
SILVIA
 Ma per esser felici che manca a noi?
 Qui siam sovrane. È questa
 isoletta ridente il nostro regno;
 sono i sudditi nostri
 le mansuete fiere. A noi produce
 la terra, il mar. Dalla stagione ardente
 ci difendon le piante, i cavi sassi
 dalla fredda stagion; né forza o legge
 qui col nostro desio mai non contrasta.
 Or di', che basterà, se ciò non basta?
COSTANZA
 Ah tu del ben, che ignori,
 la mancanza non senti. Atta del labbro
 a far uso non eri,
 o del pensiero,
 quando qui si approdò;
 né d'altro oggetto
 che di ciò che hai presente
 serbi le tracce in mente. Io, ch'era allora
 quale or tu sei, paragonar ben posso,
 Oh memoria molesta!
 con quel ben che perdei, quel che mi resta.
SILVIA
 Spesso esaltar t'intesi
 le ricchezze, il saper, l'arti, i costumi,
 le delizie europee; ma con tua pace
 questa assai più tranquillità mi piace.
COSTANZA
 Silvia, v'è gran distanza
 dall'udire al veder.
SILVIA
 Ma pur le belle contrade che tu vanti
 d'uomini son feconde; e questi sono
 la specie de' viventi
 nemica a noi. Tu mille volte e mille
 non mi dicesti...
COSTANZA
 Ah sì, tel dissi, e mai
 non te 'l dissi abbastanza. Empii, crudeli,
 perfidi, ingannatori, d'ogni fiera peggiori,
 che sia pietà non sanno;
 non conoscon, non hanno
 né amor, né fé, né umanità nel seno.

(piange)
SILVIA
 E ben, da lor qui siam sicure almeno.
 Ma... tu piangi di nuovo! Ah no, se m'ami,
 non t'affligger così. Che far poss'io,
 cara, per consolarti?

(la prende per mano)

 Brami la mia cervetta? Asciuga il pianto,
 e in tuo poter rimanga.
COSTANZA
 Ah troppo, o Silvia mia, giusto è ch'io pianga.

(abbracciandola)
n. 2 - Aria
COSTANZA
 Se non piange un'infelice,
 da' viventi separata,
 dallo sposo abbandonata,
 dimmi, oh dio, chi piangerà?
 Chi può dir ch'io pianga a torto,
 se né men sperar mi lice
 questo misero conforto d'ottener l'altrui pietà.

(parte)

(Alla replica dell'aria si vede passar di lontano a vele gonfie una nave, dalla quale scendono sul palischermo Gernando ed Enrico in abito indiano che sbarcan poi sul lido)

Scena Terza

(Silvia sola)

n. 3 - Recitativo
SILVIA
 Che ostinato dolor!
 Quel pianger sempre mi fa sdegno e pietà.
 Prego, consiglio,
 sgrido, accarezzo, ed ogni sforzo è vano.
 Ma l'enigma più strano è che, qualora
 consolarla desio,
 il suo pianto s'accresce, e piango anch'io.
 Seguiamo almeno i passi suoi...

(nel voler partire s'avvede della nave)

 Ma... quale
 sorge colà sul mar mole improvvisa?
 Uno scoglio non è. Cangiar di loco
 un sasso non potrebbe.

E un sì gran mostro come va sì legger!
 L'acqua divisa fa dietro biancheggiar!
 Quasi nel corso allo sguardo s'invola:
 porta l'ali sul dorso, e nuota, e vola!
 A Costanza si vada:
 ella saprà se un conosciuto è questo
 abitator dell'elemento infido; e almen...

(nel partire vede non veduta Gernando ed Enrico)

 Misera me! Gente è sul lido.
 Che fo? Chi mi soccorre?
 Ah... di spavento così... son io ripiena...
 che a fuggir... che a celarmi... ho forza appena.

(si nasconde fra' cespugli)

Scena Quarta

(Gernando, Enrico in abito indiano dal palischermo, e Silvia in disparte)
ENRICO
 Ma sarà poi, Gernando,
 questo il terren che cerchi?
GERNANDO
 Ah sì; nell'alma
 dipinto mi restò per man d'Amore,
 e co' palpiti suoi l'afferma il core.
SILVIA
(Fra sè)
 Potessi almen veder quei volti.
ENRICO
 È molto facile errar.
GERNANDO
 No, caro Enrico; è desso:
 riconosco ogni sasso. Ecco lo speco
 dove in placido oblio con Silvia in braccio
 lasciai l'ultima volta la mia sposa, il mio ben,
 l'anima mia, e mai più non la vidi.
 Ecco ove fui da' pirati assalito:
 qua mi trovai ferito, là mi cadde l'acciaro.
 Ah caro amico, ogn'indugio è delitto;
 andiam. Tu da quel lato, da questo io cercherò.
 L'isola è angusta; smarrirci non possiam.
 Poca speranza ho di trovar Costanza;
 ma l'istesso terreno ch'è tomba a lei,
 sarà mia tomba almeno.

(parte)

Scena Quinta

(Enrico, e Silvia in disparte)
SILVIA
(Fra sè)
 Nulla intender poss'io.
ENRICO
 Tenero in vero
 è il caso di Gernando. Appena è sposo,
 dée con la sua diletta
 fidarsi al mar. Fra gl'inquieti flutti
 languir la vede; a ristorarla in questa
 spiaggia discende; ella riposa, ed egli
 da barbari rapito,
 tratto a contrade ignote,
 in servitù vive tant'anni, e senza
 notizia più del sospirato oggetto.
SILVIA
(Fra sè)
 Pur si rivolse al fin. Che dolce aspetto!
ENRICO
 Parla a ciascun l'umanità per lui,
 l'obbligo a me. La libertà gli deggio,
 primo dono del ciel. Spietato ogni altro
 sarebbe; ingrato io sono
 se manco a lui. D'abborrimento è degna
 ogni anima spietata;
 ma l'orror de' viventi è un'alma ingrata.

n. 4 - Aria
ENRICO
 Chi nel camin d'onore
 stanco sudando il piede,
 per riportar mercede
 d'un nobil sudor,
 non palpita, non langue,
 per lui spargendo il sangue,
 e cento rischi, e cento
 va lieto ad affrontar.

(parte)

Scena Sesta

(Silvia sola)

n. 5a - Recitativo
SILVIA
 Che fu mai quel ch'io vidi!
 Un uom non è: gli si vedrebbe in volto
 la ferocia dell'alma. Empii, crudeli
 gli uomini sono, e di ragione avranno
 impresso nel sembiante il cor tiranno.
 Una donna né pure: avvolto in gonna
 non è come noi siam. Qualunque ei sia,
 è un amabile oggetto. Alla germana
 a dimandarne andrò... Ma il piè ricusa
 d'allontanarsi. Oh stelle!
 Chi mi fa sospirar? Perché sì spesso
 mi batte il cor? Sarà timor. No; lieta
 non sarei, se temessi. È un altro affetto
 quel non so che, che mi ricerca il petto.

n. 5b - Aria
SILVIA
 Fra un dolce deliro
 son lieta e sospiro:
 quel volto mi piace,
 ma pace non ho.
 Di belle speranze
 ho pieno il pensiero;
 e pur quel ch'io spero
 conoscer non so.

(parte)

Parte Seconda

Scena Settima

(Gernando solo affannato, indi Enrico)

n. 6 - Recitativo
GERNANDO
 Ah presaga fu l'alma di sue sventure.
 In van m'affretto; in vano cerco,
 chiamo, m'affanno: un'orma, un segno
 dell'idol mio non trovo. Ov'è l'amico?
 Forse ei più fortunato... Enrico... Enrico?
 Cerchisi... Oh dio, non posso:
 oh dio, m'opprime la stanchezza e il dolor!
 Là su quel sasso si respiri e si attenda...

(nell'appressarsi Gernando vede l'iscrizione)

 Come! Note europee? Stelle! Il mio nome!
 Chi ve l'impresse e quando?

(legge)

«Dal traditor Gernando
 Costanza abbandonata, i giorni suoi
 in questo terminò lido straniero...»
Io manco.

(s'appoggia al sasso)
ENRICO
 Ah mi conforta!
 Sai Costanza ove sia?
GERNANDO
(appoggiato al sasso)
 Costanza è morta.
ENRICO
 Come!
GERNANDO
 Leggi.

(accennando l'iscrizione)
ENRICO
 Infelice!

(legge piano le prime parole, e poi esclama.)

«I giorni suoi in questo terminò lido straniero.
 Amico passeggero, se una tigre non sei
 o vendica o compiangi...» Appien compita
 l'opra non è.
GERNANDO
 Non le bastò la vita.

(cade piangendo sul sasso)
ENRICO
 Oh tragedia funesta! Ah piangi, amico;
 le lagrime son giuste. Io t'accompagno,
 t'accompagnano i sassi.
 Unico in tanto dolor, ma gran conforto,
 è che rimorsi
 almen non hai.
 Facesti quanto da un uom richiede
 e l'amore e la fede, e la ragione e l'onestà.
 Non piacque al ciel di secondarti.
 Or non ti resta che piegar,
 come pio, la fronte umìle
 ai decreti supremi; e, come saggio,
 abbandonar questa crudel contrada.
GERNANDO
 Abbandonarla! E dove vuoi ch'io vada?
 Ove speri ch'io possa più riposo trovar!
 Questo è il soggiorno che il ciel mi destinò.
ENRICO
 Ma che pretendi?
GERNANDO
 Respirar, fin ch'io viva,
 sempre quell'aure istesse
 che il mio ben respirò; di questi oggetti
 nutrire il mio tormento;
 tornare ogni momento
 questo sasso a baciar; viver penando;
 compire il mio destino
 col suo nome fra' labbri, a lei vicino.
ENRICO
 Ah Gernando, ah che dici!
 E la patria? e gli amici?
 E il vecchio genitor?...
GERNANDO
 L'ucciderei,
 se in questo stato io mi mostrassi a lui.
 Va'; per me tu l'assisti:
 mi fido di te.
 Se del mio caso ei chiede,
 raddolcisci narrando il caso mio.
ENRICO
 E tu speri ch'io possa...
GERNANDO
 Amico, addio.

n. 7 - Aria
 
Non turbar quand'io mi lagno,
 caro amico, il mio cordoglio:
 io non voglio altro compagno
 che il mio barbaro dolor.
 Qual conforto in questa arena
 un amico a me saria?
 Ah la mia nella sua pena
 renderebbesi maggior!

(parte)

Scena Ottava

(Enrico solo)

n. 8 - Recitativo
ENRICO
 Non s'irriti fra' primi
 impeti il suo dolor. Merita il caso
 questo riguardo; e s'ei persiste, a forza
 quindi svellerlo è d'uopo. Olà. Dovrebbe
 colà sul palischermo alcun de' nostri
 trovarsi pure.

(escono due marinari)
ENRICO
 Olà. Conviene, amici, rapir Gernando.
 Ei, di dolore insano,
 non vuol con noi partir.
 V'è noto il sito dove colà fra' sassi
 scorre limpido un rio?
 Selvoso è il loco, e all'insidie opportuno.
 Ivi nascosti, ch'egli passi aspettate,
 e alla nave il traete. Udiste? Andate.

(partono i marinari)

Scena Nona

(Enrico innanzi dalla sinistra, Silvia indietro dal medesimo lato, avanzandosi verso la destra senza vederlo)
SILVIA
 Dov'è Costanza? Io non la trovo.
 A lei tutto narrar vorrei.
ENRICO
(la sente e si rivolge)
 Che miro! Ascolta, bella ninfa.
SILVIA
 Ah di nuovo tu sei qui!

(in atto di fuggire)
ENRICO
 Perché fuggi? Odi un momento.
SILVIA
(dalla scena)
 Che vuoi da me?
ENRICO
 Solo ammirarti, e solo teco parlar.
SILVIA
 Prometti di parlarmi da lungi.
ENRICO
 Io lo prometto.

(Fra sè)

 Che sembiante gentil!

(scostandosi)
SILVIA
(avvicinandosi, fra sè)
 Che dolce aspetto!
ENRICO
 Ma di tanto spavento qual cagione in me trovi?
 Al fin non sono un aspide, una fiera.
 Un uomo al fine
 render non ti dovria così smarrita.
SILVIA
(turbandosi)
 Un uom sei dunque?
ENRICO
 Un uom.
SILVIA
(fugge spaventata)
 Soccorso! Aita!
ENRICO
 Ferma.

(la raggiunge e la trattiene)
SILVIA
(inginocchiandosi)
 Pietà, mercé! Nulla io ti feci:
 non essermi crudel.
ENRICO
(la solleva)
 Deh sorgi, o cara:
 cara, ti rassicura. Ah mi trafigge
 quell'ingiusto timore.
SILVIA
(Fra sè)
 Ch'io mi fidi di lui mi dice il core.
ENRICO
 Di', se cortese sei come sei bella:
 la povera Costanza dove,
 quando restò di vita priva?
SILVIA
 Costanza?
 Lode al ciel, Costanza è viva.
ENRICO
 Viva!
 Ah Silvia gentil, ché al sito, agli anni
 certo Silvia tu sei, corri a Costanza.
 A Gernando io frattanto...
SILVIA
 Ah dunque è teco
 quel crudel, quell'ingrato?
ENRICO
 Chiamalo sventurato, ma non crudele.
 Ah, non tardar:
 sarebbe tirannia differir le gioie estreme
 di due sposi sì fidi.
SILVIA
 Andiamo insieme.
ENRICO
(in atto di partire)
 No; se insieme ne andiam,
 bisogna all'opra tempo maggior.
 Va. Qui con lei ritorna;
 con lui qui tornerò.
SILVIA
 Senti: e il tuo nome?
ENRICO
(come sopra)
 Enrico.
SILVIA
(con affetto)
 Odimi. Ah troppo non trattenerti.
ENRICO
 Onde la fretta, o cara?
SILVIA
 Non so. Mesta io mi trovo
 subito che mi lasci; e in un momento
 poi rallegrar mi sento allor che torni.
ENRICO
 Ed io teco vivrei tutti i miei giorni.

(parte)

Scena Decima

(Silvia sola)
SILVIA
 Che mai m'avvenne!
 Ei parte e mi resta presente?
 Ei parte, ed io pur sempre
 col pensier lo vo seguendo?
 Perché tanto affannarmi? Io non m'intendo.

n. 9 - Aria

 Come il vapor s'ascende
 in aria a poco a poco,
 così l'ardente foco
 s'accresce nel mio cor.
 Ohimè, che fuoco orribile,
 che fiera smania è questa;
 tiranno Amor, t'arresta,
 non tanta crudeltà.

(parte)

Scena Undicesima

(Costanza sola)

n. 10 - Aria
COSTANZA
 Ah che in van per me pietoso
 fugge il tempo e affretta il passo:
 cede agli anni il tronco, il sasso;
 non invecchia il mio martir.
 Non è vita una tal sorte;
 ma sì lunga è questa morte,
 ch'io son stanca di morir.

(finita la seconda parte dell'Aria, s'abbandona a sedere sopra un tronco alla sinistra, e ripete sedendo la prima parte)

n. 11 - Recitativo

 Giacché da me lontana l'innocente germana
 mi lascia in pace, al doloroso impiego
 torni la man.

(torna al lavoro)

Scena Dodicesima

(Gernando e detta)

n. 12 - Arietta e recitativo
GERNANDO
(senza veder Costanza)
 Giacché il pietoso amico
 lungi ha rivolto il passo,
 quell'adorato sasso
 si torni a ribaciar.
GERNANDO
(la vede)
 Ma... Chi è colei?
 Donde venne? Che fa?
COSTANZA
 Tu sudi, e forse resterà sempre ignoto,
 infelice Costanza, il tuo lavoro.
GERNANDO
 Costanza! Ah sposa!

(l'abbraccia: Costanza si rivolge e lo riconosce)
COSTANZA
 Ah traditore! Io moro.

(sviene sopra il sasso)
GERNANDO
 Mio ben!... Non ode. Oh dio!
 Perdé l'uso de' sensi. Ah qualche stilla
 di fresco umor... dove potrei...
 Sì; scorre non lungi un rio; poc'anzi il vidi...
 E deggio l'idol mio così solo abbandonar?
 Ritornerò di volo.

(parte in fretta)

Scena tredicesima

(Enrico, e Costanza svenuta)
ENRICO
 Ignora il caro amico le sue felicità.
 Da me s'asconde; rinvenirlo non so...
 ma su quel sasso una ninfa riposa!

(s'appressa e l'osserva)

 Silvia non è; dunque è Costanza.
 Oh come ha pien di morte il volto!
COSTANZA
(comincia a rinvenire)
 Ahimè!
ENRICO
 Costanza?
COSTANZA
(senza guardarlo)
 Lasciami.
ENRICO
 Ah del tuo sposo vivi all'amor verace.
COSTANZA
(come sopra)
 Lasciami, traditor, morire in pace.
ENRICO
 Io traditor! Non mi conosci.
COSTANZA
 Oh stelle!

(si rivolge e lo guarda con ammirazione e spavento)

 Gernando ov'è? Tu non sei più l'istesso?
 Ho sognato poc'anzi, o sogno adesso?
ENRICO
 Non sognasti e non sogni.
 Il tuo Gernando vedesti,
 a quel che ascolto: di lui l'amico or vedi.
COSTANZA
 E mi ritorna innanzi?
 Ei che ha potuto lasciarmi in abbandono!
ENRICO
 Ah l'infelice non ti lasciò, ma fu rapito.
COSTANZA
 Quando?
ENRICO
(accennando la grotta)
 Quando immersa nel sonno tu colà riposavi.
COSTANZA
 Chi lo rapì?
ENRICO
 Di barbari pirati un assalto improvviso.
 Ei si difese, ma, nella man ferito, perdé l'acciaro;
 il numero l'oppresse, e restò prigionier.
COSTANZA
 Ma sino ad ora...
ENRICO
 Ma sino ad or non ebbe libero che il pensiero;
 e a te vicino col suo pensier fu sempre.
COSTANZA
 Oh dio, qual torto, mio Gernando, io ti feci!
ENRICO
 Eccolo al fine sciolto da' lacci: eccolo a te.
 Ritorna fido e tenero sposo
 a renderti il riposo, a calmare il tuo pianto,
 a viver teco ed a morirti accanto.
COSTANZA
(incamminandosi alla sinistra)
 Ah mio Gernando, ah dove sei?

Scena ultima

(Silvia dalla destra e detti; indi Gernando  dal lato medesimo)
SILVIA
(accennando alla destra)
 Costanza, Costanza?
 Il tuo Gernando in van cerchi colà.
 Per te poc'anzi quinci al fonte affrettossi,
 ed assalito ritornar non poté.
COSTANZA
 Stelle! Assalito?
 Da chi? Perché?
ENRICO
 Perdona;
 il fallo è mio. Perch'ei ti tenne estinta
 e qui restar volea, rapirlo a forza
 a' nostri imposi.
COSTANZA
(vuol partire)
 Andiamo a toglierlo d'impaccio.
SILVIA
 Aspetta: io tutto già lor spiegai.
COSTANZA
 Che aspetti ancor? Tant'anni
 non attesi abbastanza? È tempo, è tempo
 che di mia sorte amara
 io trovi il fine.

(rivolgendosi per partire si trova fra le braccia di Gernando)
GERNANDO
 In queste braccia, o cara.
COSTANZA
 Ed è vero?
GERNANDO
 E non sogno?
COSTANZA
 Gernando è meco?
GERNANDO
 Ho la mia sposa accanto?
ENRICO
 Quegli amplessi, quel pianto,
 quegli accenti interrotti mi fanno intenerir.
SILVIA
(va ad Enrico)
 Che pensi, Enrico?
 Di te Gernando è più gentile. Osserva
 com'ei parla a Costanza:
 e tu nulla mi dici.
ENRICO
 Eccomi pronto, se pur caro io ti sono,
 a dir ciò che tu vuoi.
SILVIA
(tenera e lieta molto)
 Se mi sei caro?
 Più della mia cervetta.
ENRICO
 E ben, mi porgi dunque la man:
 sarai mia sposa.
SILVIA
 Io sposa?
 Oh questo no! Sarei ben folle.
 In qualche isola resterei
 a passar solitaria i giorni miei.
COSTANZA
 No, Silvia, il mio Gernando non mi lasciò:
 tutto saprai. Non sono gli uomini,
 come io dissi, inumani ed infidi.
SILVIA
 Quando Enrico conobbi, io me ne avvidi.
COSTANZA
 A torto gli accusai. Dell'error mio
 or mi disdico.
SILVIA
(porgendo la mano ad Enrico)
 E mi disdico anch'io.

n. 13 - Quartetto
COSTANZA
 Sono contenta appieno,
 appresso al caro bene
 mi scordo le mie pene,
 mi scordo il sospirar.
GERNANDO
 Che più sperar poss'io
 or che il mio ben trovai,
 accanto a suoi bei rai
 io resto a giubilar.
SILVIA
 Se del mio core i moti,
 caro, vedessi oh dio,
 vedesti, idolo mio,
 quanto ti sappia amar.
ENRICO
 Prendi d'amore in pegno,
 cara, la man di sposo;
 più fido ed amoroso
 di me non puoi trovar.
COSTANZA, GERNANDO
 Di due cori innamorati
 serba Amore i lacci amati.
SILVIA, ENRICO
 Ne' soffrir ch'entri lo sdegno
 il tuo regno a disturbar.
GERNANDO
 Cari affanni...
COSTANZA
 Dolci pene...
GERNANDO
 Ah Costanza!...
COSTANZA
 Caro bene!
ENRICO
 Silvia cara!
SILVIA
 Oh, qual contento.
ENRICO
 Cara sposa.
SILVIA
 Oh, bel momento.
TUTTI
 Oh giorno fortunato,
 oh giorno di contento!
 Andiamo le vele al vento,
 andiamo a giubilar.

FINE DELL'OPERA

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