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Le ultime sette parole di Cristo sulla Croce, versione per quartetto d'archi, Hob:XX:2

Musica: Franz Joseph Haydn
Organico: 2 violini, viola, violoncello
Composizione: Eisenstadt, Esterhàza, 14 febbraio 1787
Prima esecuzione: Vienna, Palazzo del principe Auersperg, 26 marzo 1787
Edizione: Artaria, Vienna, 1787

Guida all'ascolto (nota 1)

Haydn scrisse tredici messe in cui è possibile avvertire con molta chiarezza l'evoluzione costante e continua della personalità dell'artista, proteso verso il nuovo senza dimenticare il passato. Le prime due composizioni del genere, la Missa Rorate coeli desuper in sol maggiore e la Missa brevis in fa maggiore rientrano negli schemi della musica religiosa austriaca tradizionale; l'autore aveva appena diciotto anni e non poteva non seguire le regole vocali e strumentali già utilizzate da altri compositori. Una maggiore varietà tecnica ed estetica, specie nella parte riservata al canto, si può riscontrare nella Missa Sanctae Caeciliae in do maggiore (1769-1773) e nella Missa Mariazell in do maggiore, così chiamata perché composta per il monastero di Mariazell (1782), ma la maturità di Haydn in questo specifico settore si riscontra nel gruppo delle sei messe solenni, tra le quali spiccano per grandiosità e imponenza di costruzione, con l'uso più incisivo e vibrato dell'orchestra, la Missa in tempore belli in do maggiore, detta anche Paukenmesse (Messa dei timpani) del 1796, la Missa in angustii in re minore, conosciuta pure come Nelson-Messe, del 1798, la Theresien-Messe in si bemolle maggiore del 1801, la Schöpfungs-Messe (Messa della creazione) in si bemolle maggiore del 1801 e l'Harmoniemesse in si bemolle maggiore del 1802. Né vanno dimenticati i due Te Deum in do maggiore, scritti rispettivamente nel 1764 e nel 1800, e il poderoso e denso Stabat Mater con orchestra e organo (1773).

Un discorso a parte merita il brano religioso Die sieben letzten Worte unseres Erlösers am Kreuze (Le sette ultime parole del nostro Redentore sulla croce) composto utilizzando sette frasi o versetti ricavati dai Vangeli per celebrare i funerali di Cristo. Il lavoro di Haydn, scelto in base ad un concorso bandito dalla chiesa Santa Cueva di Cadice nel 1785 e il cui canonico, il marchese José Saluz de Santamaria, aveva indicato il soggetto, fu concepito in origine per orchestra d'archi, fiati e timpani: in questa versione venne eseguito a Vienna in casa del principe Auersperg il 26 marzo 1787 e poco dopo a Bonn, forse con lo stesso Beethoven in orchestra. Successivamente nel 1790 l'autore ne approntò una nuova versione per quartetto d'archi, inserita nella serie dei quartetti dell'op. 51, cui seguì l'edizione per solo pianoforte. Nel 1796 Haydn pensò bene di rielaborare le Sette ultime parole di Cristo in un oratorio per soli, coro e orchestra, aggiungendo fra il n. 4 e il n. 5 un pezzo nuovo per strumenti a fiato e facendo precedere ogni brano strumentale da un breve coro misto a quattro parti. Ecco quello che scrisse il musicista nella prefazione all'edizione di questa composizione per coro e orchestra stampata nel marzo del 1801 a Vienna e pubblicata da Breitkopf & Härtel: «Circa quindici anni fa sono stato pregato da un canonico del duomo di Cadice di comporre una musica strumentale sulle sette frasi pronunciate da Gesù in croce. Durante la quaresima c'era allora l'usanza a Cadice di rappresentare nella cattedrale un oratorio, ad accrescere la suggestione del quale dovevano contribuire non poco i vari addobbi. Si velavano, per esempio, le pareti, le vetrate e le colonne della chiesa con panni neri e soltanto il grande lampadario al centro del tempio illuminava la sacra tenebra. All'ora di mezzogiorno tutte le porte venivano chiuse e si dava inizio alla musica. Dopo un preludio appropriato il vescovo saliva sul pulpito, pronunciava una delle sette frasi e vi faceva sopra una meditazione, dopo di che scendeva dal pulpito, e si mostrava davanti l'altare. Questa pausa era colmata dalla musica. Quindi il vescovo risaliva sul pulpito e ne ridiscendeva per la seconda, la terza, la quarta volta etc. mentre l'orchestra tornava a suonare nei successivi intervalli tra i brevi discorsi del prelato.

La mia composizione doveva intonarsi a questo rituale. Non era un compito dei più facili far seguire sette adagi, uno dopo l'altro e ciascuno della durata di dieci minuti, senza stancare gli ascoltatori. Mi resi conto ben presto che non potevo attenermi ai tempi prescritti. Originariamente la musica era senza parole e in tale forma essa è stata fatta stampare. Solo più tardi mi sono deciso a rielaborarla sulla trama delle parole in modo che l'oratorio Le sette ultime parole del nostro Redentore sulla croce esce ora per la prima volta presso la casa Breitkopf & Härtel in forma completa e, per quanto concerne la musica vocale, del tutto nuova. Il grande amore con cui esso viene accolto da intenditori mi fa sperare che non mancherà di incontrare il favore anche di un pubblico più vasto».

Anche nella versione per quartetto d'archi la composizione Le sette parole del Redentore sulla croce si articola in una Introduzione (Maestoso e Adagio), in sette movimenti lenti, ispirati alle frasi di Gesù e chiamati dal musicista Sonate, al modo antico, e in un finale descrittivo, denominato Terremoto (Presto con tutta la forza) evocante la morte di Cristo. L'Introduzione in re minore ha un tono solenne e drammatico; il primo brano (Largo sulle parole «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno») è caratterizzato da un sentimento di dolce rassegnazione, espresso in modo cantabile; segue un brano in do minore (Grave e cantabile) sulle parole: «In verità ti dico: oggi sarai con me in Paradiso»: bellissima la frase del violino in cui vibra una delicata e intima commozione umana; altrettanto efficace, ma più vario nel gioco delle modulazioni, è il brano successivo in tempo Grave («Donna, ecco tuo figlio, e tu: ecco tua madre»); di intonazione tragica e dolente è il Largo in fa minore («Dio mio, perché m'hai abbandonato?»). L'Adagio in la maggiore della quinta Sonata («Ho sete») presenta un gruppo di accordi pizzicati a sostegno di una intensa melodia, spezzata da un forte stacco ritmico; dopo il Lento («Tutto è finito») in cui si dispiega un tema triste, anche se le figurazioni dei violini esprimono un senso di fiducia nella divinità, si giunge al Largo («Padre, rimetto la mia volontà nelle tue mani») in cui il delicatissimo fraseggio degli archi sembra esprimere un sentimento di speranza e di fiducia in Dio. Cambia completamente la situazione psicologica con il Terremoto conclusivo, segnato dalle violente strappate degli archi in un contesto di sonorità marcate, quasi ad invitare l'ascoltatore a riflettere sul dramma dell'avventura umana. A parte il risultato sotto il profilo espressivo, non c'è dubbio che anche nelle Sette ultime parole del nostro Redentore sulla croce Haydn conferma la sua straordinaria capacità inventiva nella difficile specializzazione della musica per quartetto d'archi.

Ennio Melchiorre


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 6 marzo 1992

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Ultimo aggiornamento 1 giugno 2012
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