Glossario



Sinfonia n. 8 in sol maggiore "Le soir", Hob:I:8

Musica: Franz Joseph Haydn
  1. Allegro molto (sol maggiore)
  2. Andante (do maggiore)
  3. Menuetto (sol maggiore) e Trio (do maggiore)
  4. La Tempesta: Presto (sol maggiore)
Organico: flauto, 2 oboi, fagotto, 2 corni, clavicembalo, archi con 2 violini, violoncello e contrabbasso concertanti
Edizione: Bailleux, Parigi, 1777

Guida all'ascolto (nota 1)

Quando Haydn la prese nelle sue mani, la sinfonia era ancora incerta nella forma, gracile nelle dimensioni, limitata nelle ambizioni: infatti il numero, il tipo e l'ordine dei suoi movimenti erano variabili, la, sua orchestra era esigua e anche la sua funzione era piuttosto modesta, paragonabile a quella d'un antipasto in un banchetto musicale il cui piatto forte sarebbe stato gustato solo nel proseguimento della serata (non era dunque molto diversa dalla "sinfonia avanti l'opera", da cui in effetti si era da poco staccata). Alla fine della sua lunga attività di compositore la sinfonia era invece concordemente considerata il culmine della musica strumentale: l'artefice di questa trasformazione era stato proprio Haydn, che in quasi quarant'anni d'incessante lavoro aveva sviluppato enormemente le possibilità di questa forma musicale dandole un'organizzazione tanto solida ed equilibrata e allo stesso tempo tanto duttile da potersi prestare alle esigenze dei più diversi compositori nel corso di due secoli, passando attraverso profondissime trasformazioni ma non ripudiando mai completamente i fondamenti haydniani.

L'apporto di Haydn alla storia della sinfonia è sempre stato fuori discussione, ma a lungo lo si è travisato, riducendolo a un arido modello di perfezione e d'equilibrio, quasi che le sue sinfonie ripetessero meccanicamente uno schema cristallizzato e immodificabile. Solo recentemente una conoscenza meno parziale e superficiale della sua vastissima produzione ha evidenziato che il classicismo haydniano non è affatto una norma rigida e ripetitiva ma uno stile che si attua in modo sempre diverso. Di conseguenza è stato possibile considerare in una luce diversa anche le sue prime sinfonie, prima considerate realizzazioni imperfette d'un archetipo platonico che si sarebbe pienamente manifestato soltanto nelle ultime, in particolare nelle "parigine" e nelle "londinesi": oggi le prime sinfonie di Haydn sono state rivalutate e non vengono più liquidate come lavori d'apprendistato, perché si è imparato a riconoscervi l'impronta d'un genio ancor giovane ma già nel pieno possesso dei suoi mezzi, impegnato in un'incessante e spesso sperimentalistìca ricerca di nuove soluzioni.

Questa ricerca è evidente nella Sinfonia n. 8 in sol maggiore "Le soir" (la numerazione non rispecchia esattamente l'ordine cronologico: questa infatti fu probabilmente la diciannovesima sinfonia composta da Haydn) che risale al 1761. Proprio nel maggio di quell'anno il musicista aveva assunto servizio come vice-maestro di cappella del principe Paul Anton Esterhàzy e si direbbe che abbia voluto dimostrare subito ciò che ci si poteva attendere da lui: secondo Dies, che nel 1810 pubblicò una biografia di Haydn basata su notizie fornitegli dal compositore stesso, questa Sinfonia e le due precedenti, intitolate rispettivamente "Le Matin" e "Le Midi", soddisfacevano una precisa richiesta del principe, che desiderava un ciclo sinfonico sulle ore del giorno. In realtà queste Sinfonie contengono solo sporadici e vaghi riferimenti agli argomenti evocati dai titoli (gli unici attribuiti dal compositore stesso alle sue sinfonie, mentre tutti gli altri titoli sono apocrifi, nati dalla fantasia di editori, musicografi e ascoltatori) e il loro interesse risiede principalmente in caratteristiche esclusivamente musicali.

Colpisce innanzitutto in tutte e tre queste Sinfonie la presenza di numerosi passaggi solistici per l'uno o l'altro strumento, probabilmente suggeriti dall'eccellente qualità di alcuni elementi dell'orchestra privata degli Esterhàzy, tra cui il primo violino Luigi Tommasini: in tal modo Haydn potè rendere più varia e ricca la strumentazione, indirizzando a nuovi fini una pratica tipicamente barocca, inseguito da lui abbandonata per una concezione dell'orchestra intesa come un organismo duttile e in grado d'offrire un'ampia gamma di possibilità e di colori, ma compatto e non frazionabile. Nel primo movimento della Sinfonia n. 8 è inoltre da ammirare l'abilità e l'inventiva con cui Haydn trae il massimo partito dall'unico tema, un semplice e vivace motivo degli archi, impennacchiato da brevi interventi di flauto e oboi, che ricavò da Le diable a quatre, un opéra comique di Gluck molto in voga all'epoca. Nel secondo movimento, un Andante in do maggiore, l'impiego di due violini, un violoncello e un fagotto solisti ricorda la formula del concerto grosso barocco: è una pagina di grande fascino melodico, seppure un po' statica, appena animata dal continuo passaggio del tema dai due violini al violoncello e al fagotto, mentre il tutti orchestrale interviene con un curioso motivo dall'andamento claudicante. In confronto il successivo Menuetto (in sol maggiore) si basa su un tipo di piacevolezza molto più semplice e schietta, con il suo tema di rustica bonomia: al centro s'inserisce il Trio (in do maggiore), che riserva un insolito ruolo solistico al contrabbasso. Il Presto finale è intitolato "La Tempesta": le rapide ottave dei due violini e del violoncello solisti generano un senso d'agitazione, mentre con il loro "piano" e "staccato" gli altri strumenti imitano la pioggia, poi i zigzaganti passaggi dei flauti descrivono i lampi e i massicci interventi della massa degli archi simboleggiano il tuono. È assai improbabile che Haydn potesse conoscere analoghe pagine dell'ormai dimenticato Vivaldi, mentre non è da escludere che tenesse presente le descrizioni della tempesta contenute nelle opere di Rameau; in ogni caso il compositore austriaco si differenzia dai suoi predecessori in quanto tende non tanto ad ottenere effetti descrittivi quanto a sviluppare una pagina sinfonica che si giustifichi innanzitutto per il suo contenuto più strettamente musicale.

Mauro Mariani


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 9 maggio 1998

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