Glossario



Sonata n. 34 in mi minore per pianoforte, op. 42, Hob:XVI:34

Musica: Franz Joseph Haydn
  1. Presto
  2. Adagio (sol maggiore)
  3. Finale. Molto vivace
Organico: clavicembalo o pianoforte solo
Composizione: 1778
Edizione: Beardmore & Birchall, Londra, 1783

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

La seconda metà del Settecento, durante la quale si svolgono la vita e l'attività creativa di Haydn e di Mozart, coincide grosso modo con il periodo in cui si verificarono due fenomeni molto importanti nella storia della musica per strumenti a tastiera: l'evoluzione e l'acquisizione di un nuovo modello di sonata e la graduale ma inesorabile affermazione del fortepiano sui suoi predecessori, il clavicembalo e il clavicordo.

Se nel campo della Sinfonia e del Quartetto per archi, Haydn ha svolto un ruolo assolutamente fondamentale nel contribuire a fissare il modello formale e stilistico del genere - la quantità ma soprattutto la qualità della sua produzione hanno fatto sì che ben presto le sue scelte si trasformassero tacitamente in un modello normativo - non si può dire che come autore di Sonate per strumenti a tastiera il compositore austriaco sia stato ugualmente un antesignano. E questo soprattutto per tre motivi, intimamente legati fra loro: 1) innanzitutto, Haydn non era un virtuoso della tastiera; 2) le sue scelte formali e stilistiche sono rimaste a lungo influenzate dal barocco; 3) le sue composizioni nascono fondamentalmente per il clavicembalo e solo molto tardi si rivolgono chiaramente al fortepiano.

1): pur essendo un eccellente strumentista, Haydn, a differenza di Mozart, non ha mai praticato un'attività pubblica di claviccmbalista o di pianista e non ha incarnato il nuovo tipo di compositore-virtuoso della tastiera (di cui invece Mozart rappresenta un esempio perfetto) che proprio in quegli anni iniziava ad affermarsi prepotentemente, trovando nel genere del Concerto il proprio campo d'azione. A quell'epoca le Sonate nascevano ancora principalmente come piacevoli brani di intrattenimento, i cui destinatari erano idealmente le migliaia di pianisti dilettanti della nobiltà e della ricca borghesia europee e non i virtuosi, e il cui luogo deputato erano gli accoglienti salotti di quel pubblico di dilettanti e non i vasti teatri e le ampie sale dei concerti in abbonamento. Al punto che si può dire che un rapido confronto fra la produzione tastieristica di Haydn e quella di Mozart consente di fotografare perfettamente la profonda trasformazione che si stava compiendo in quel momento: circa cinquanta Sonate e meno di dieci Concerti per clavicembalo o organo in quasi mezzo secolo, fra gli anni Cinquanta e il 1795, Haydn; diciotto Sonate e ventitre Concerti per pianoforte e orchestra in meno di vent'anni, Mozart. (Vale la pena segnalare che esiste una certa confusione nella numerazione delle Sonate di Haydn, dovuta alle discrepanze tra la cronologia adottata nella vecchia edizione Breitkopf & Hàrtel e quella introdotta dalla nuova edizione critica realizzata negli anni Sessanta da Christa Landon. La Sonata in mi minore, ad esempio, si può trovare indicata sia come n. 53, sia come n. 34).

2): intorno alla metà del Settecento, le Sonate dei clavicembalisti più rinomati in Austria, come Georg Christoph Wagenseil, venivano ancora frequentemente chiamate "divertimenti" o "partite" ed erano brani di intrattenimento estremamente disimpegnati, generalmente in tre movimenti, con un Minuetto come ultimo tempo o al posto del movimento lento centrale, e una semplice scrittura prevalentemente a due voci, con la parte tematica affidata alla mano destra e l'accompagnamento alla mano sinistra. Le prime diciotto Sonate a noi pervenute di Haydn, scritte prima del 1765 e tutte intitolate "divertimento" o "partita", si rifanno fedelmente a questo modello, tranne due esempi in quattro movimenti (Hob. XVI n. 1 e Hob. XVI n. 13). Anche tutte quelle successive, pur risentendo di altre stimolanti influenze, come quella di Carl Philipp Emanuel Bach, aprendosi sempre più a una scrittura a tre parti e ricorrendo spesso, verso la fine degli anni Sessanta, sotto l'influenza del cosiddetto periodo Sturm und Drang, a tonalità insolite per l'epoca e a un più frequente utilizzo delle tonalità minori, non modificano radicalmente questo quadro generale.

3): l'interesse di Haydn per il fortepiano è solo estremamente tardivo. La dicitura «per clavicembalo o pianoforte», apposta per la prima volta sul frontespizio delle sei Sonate pubblicate nel 1778 (Hob. XVI n. 27-32), sembra dettata più da motivi editoriali che da scelte stilistiche. Haydn acquistò il suo primo fortepiano, costruito da Johann Wenzel Schanz, solamente dieci anni dopo, alla fine del 1788, ed è solo da questo momento (e quindi nelle sue ultime tre Sonate e nelle poche altre composizioni terminate fino al 1795) che la destinazione pianistica inizia a influenzare in modo davvero evidente la sua scrittura tastieristica che in alcuni casi presenta nuove e interessanti soluzioni, soprattutto nell'uso del pedale di risonanza. Un ulteriore segnale di questo tardivo ma sincero interesse di Haydn per il fortepiano si ha nel fatto che all'inizio degli anni Novanta, a Londra, acquistò da Broadwood addirittura tre pianoforti a coda.

Fatte queste precisazioni a livello storico, che forse possono aiutarci a comprendere se e quanto le Sonate di Haydn siano in linea, in anticipo o in ritardo rispetto alla produzione coeva del genere, ma non ne squalificano certo in toto il valore musicale, rimane tuttavia inspiegabile la presenza del tutto marginale di queste Sonate nel repertorio concertistico e discografico del nostro tempo (ahimè, ormai bisogna rassegnarsi: è il secondo a condizionare - se non addirittura a creare - il primo e non viceversa, come sarebbe più sensato), sempre più sclerotizzato intorno a determinati autori e titoli. Naturalmente con alcune importanti e nobilissime eccezioni a conferma della regola, di cui appunto Alfred Brendel rappresenta da sempre uno degli esempi più illuminati.

Non abbiamo alcuna notizia sulla genesi della Sonata in mi minore (Hob. XVI n. 34). Quasi sicuramente però va fatta risalire a diverso tempo prima rispetto alla data della sua prima pubblicazione, avvenuta nel 1783 a Londra per i tipi di Beardmore & Birchall insieme ad altre due Sonate, composte anch'esse in anni precedenti: la Sonata in re maggiore (Hob. XVI n. 33) e la Sonata in la bemolle maggiore (Hob. XVI n. 43). Il primo movimento è un breve e agitato Presto in forma-sonata in ritmo di 6/8, il cui tono «accigliato» (David Wyn Jones) non viene disteso nemmeno dalla presenza di una sezione in sol maggiore. Non si deve però pensare a una pagina attraversata da una forte intensità drammatica, in quanto l'uso della tonalità minore e il tono di agitazione generale sembrano poter essere messi in relazione più con il gran numero di sinfonie e altri lavori strumentali in tonalità minore apparsi in Europa tra la fine degli anni Sessanta e il principio degli anni Settanta, sull'onda di una moda in sintonia con il movimento letterario dello Sturm und Drang (si pensi, solo di Haydn, alle Sonate n. 20 in do minore, n. 32 in si minore, n. 36 in do diesis minore e n. 44 in sol minore, alle Sinfonie n. 39 in sol minore, n. 44 in mi minore e n. 45 in fa diesis minore e a numerosi Quartetti di quegli anni, oltre alla Sinfonia in sol minore K. 183 e al Quartetto in re minore K. 173 di Mozart) che alla manifestazione di una reale esigenza espressiva. Nonostante l'utilizzo di elementi stilistici tipici della personalità musicale di Haydn - come il valore espressivo delle improvvise, lunghe attese su note o pause sormontate da corone - la scrittura tastieristica in questo movimento rimane fortemente legata a stilemi clavicembalistici e nella sua brillantezza nervosa, ma capace di morbide affettuosità, mostra, foltissima, la lezione di Domenico Scarlatti. E la situazione non cambia nei due movimenti successivi, un Adagio molto fiorito in sol maggiore, dall'affettuosità un po' convenzionale, che conduce direttamente al Vivace molto conclusivo, forse il momento più felicemente riuscito dell'intera Sonata, un rondò che vive del contrasto fra un'idea in mi minore, marcata «innocentemente» da Haydn, in cui l'agitazione del primo tempo si stempera in malinconia, e una più serena e cantabile in mi maggiore.

Carlo Cavalletti

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

L'edizione critica delle Sonate, pubblicata dall'Universal di Vienna nel 1964, indica come data di composizione della Sonata n. 53 in mi minore il 1781/82, mentre recentemente è stata datata al 15 gennaio 1784. Il Presto iniziale si basa su un unico modulo ritmico, che Haydn mantiene inalterato nei tre temi principali, e che funziona da elemento generatore per tutto il movimento. Anche in questo caso, quindi, l'autore preferisce la strada della variazione a quella del contrasto dialettico.

L'Adagio, in tempo ternario e in sol maggiore, è molto più esteso degli analoghi movimenti delle prime due sonate; figure molto rapide ed eleganti alla mano destra sono sostenute da note tenute, secondo un modello improvvisativo. Nel Vivace molto che chiude il brano troviamo l'indicazione innocentemente. Il brano è in forma di rondò con variazioni, articolate in brevi e vivaci sezioni modulanti e caratterizzate da una scrittura brillante.

Luca Della Libera


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 5 novembre 1999
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 2 maggio 2002

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Ultimo aggiornamento 24 aprile 2015
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