Glossario



Trio in la maggiore per pianoforte, violino e violoncello Hob:XV:9

Musica: Franz Joseph Haydn
  1. Adagio
  2. Vivace
Organico: clavicembalo, violino, violoncello
Composizione: Eisenstadt, Eszterhàza, 26 ottobre 1785
Edizione: Forster, Londra, 1785-86

Guida all'ascolto (nota 1)

L'ascoltatore che ha l'occasione di avvicinarsi in punta di piedi alle atmosfere un po' magiche, sature di colori e ricche di eclatanti, originali effetti sonori offerti dai bellissimi Klaviertrios di Franz Joseph Haydn - 41 brani per violino, fortepiano (o cembalo) e violoncello che il compositore scrisse in più momenti nell'intero arco della sua vita dagli anni Sessanta del Settecento sino alla fine del secolo - può anche godere, oltre che del privilegio puro dell'ascolto, anche di una seconda importante occasione: quella di entrare in contatto diretto con un linguaggio particolarissimo e affascinante definitosi nel così detto "stile classico" un multiforme e molto evoluto stile di scrittura ben rappresentato proprio dal "cigno di Rohrau" e poi portato successivamente a pieno compimento dalle opere-capolavoro di Mozart e Beethoven. Ma vediamo in cosa consistono questi autentici "modelli" formali e stilistici. Anzitutto la destinazione: i Trii non erano nati per esecutori necessariamente professionisti, per le sale da concerto, ma per il puro piacere dell'ascolto. Scritti in stile "da salotto", "da conversazione", erano musica ricca di fantasia e "bella da ascoltare" in libertà: musica d'intrattenimento destinata a esecuzioni private, pensata per il puro piacere degli interpreti, ove erano sfruttate soprattutto le caratteristiche dei singoli strumenti pur senza affidare loro parti prettamente tecnico-solistiche. Almeno nei trii giovanili la preminenza era data al pianoforte, con un ruolo comunque importante per il violino e una parte prevalentemente di sostegno armonico lasciata al violoncello: "Sonate per clavicembalo o pianoforte con accompagnamento di violino e violoncello" era infatti stata la denominazione adottata dallo stesso Haydn nelle prime edizioni dei Trii.

Ma come erano le tecniche di scrittura, che rappresentano proprio nei Klaviertrios una notevole evoluzione della capacità di trattamento della forma musicale? Nei Trii haydiani troviamo il tipico andamento strumentale "classico" offerto da un dialogo corposo, fitto e intrecciato delle voci, corroborato e irrobustito proprio dalla capacità di conferire un sapiente andamento contrappuntistico alle parti, che si muovono infatti elegantemente e in modo coerente e armonico tra di loro. Vi riscontriamo anche una grande capacità di sviluppo elaborativo della linea melodico-tematica, che procede in modo consequenziale dentro la trama formale, mentre la maglia ritmica sottostante innerva e spinge in avanti in modo spesso inedito e originale spunti e idee, conferendo così una grande vitalità complessiva al dialogo strumentale. Alla fine l'ascoltatore si trova di fronte a un fluire denso eppure brillante della trama sonora, che si configura nel modo di un tessuto connettivo dal tematismo chiaro, plastico, spesso imprevedibile e originale. I sentimenti che si attraversano, i "mondi possibili" che i Trii haydiani offrono, rappresentano tutto quanto si possa immaginare dentro la nostra più libera fantasia: si passa dalla cortesia alla malinconia, dal brio al mistero, dall'innocenza alla forza incontrollata dell'inconscio, dalla passione tumultuosa all'epicità, dalla solennità allo scontro più iconoclasta, tanto che alcuni sono davvero vicini alla piccante verve beethoveniana. Ma lo stile passa anche attraverso l'affettata reverenza rococò, sino alle più raffinate galanterie e alla forma tipica più asciutta, elegante e trasparente che ritroviamo nel Mozart più "classico" In un certo senso vi è l'occasione di percepire l'intera gamma del mondo del classicismo viennese dentro un autore ancora stilisticamente in fieri, un antesignano che, come un faro, segnerà la strada per i grandi compositori che seguiranno. Storicamente rinveniamo nel catalogo haydiano un gruppo rappresentativo di Trii scritti negli anni Cinquanta del Settecento, qualcuno negli anni Sessanta; successivamente una pausa nella loro composizione - se si esclude il Trio Hob. XV:2 composto nel 1772 - e una cospicua ripresa dal 1784 a tutto il 1797. Un tale ventennale abbandono potrebbe essere spiegato per specifiche richieste del principe Nicolaus Esterhàzy, ma il motivo potrebbe più semplicemente risiedere in una scelta precisa di Haydn che, escludendo i trii col baryton e le sonate pianistiche scritte per i suoi allievi, durante il lungo servizio presso la famiglia concentrò la composizione di musica da camera attorno al solo quartetto per archi. Proprio i Klaviertrios scritti intorno alla metà degli anni Ottanta del Settecento, dopo i Trii giovanili, rappresentano un punto di svolta del suo linguaggio. Dentro un organico praticamente nuovo mai a fondo esperimentato da altri autori, Haydn, che negli anni precedenti aveva molto studiato e scandagliato in diverse forme ed espressioni il suo "classicismo compositivo", ora trova specificamente nei Trii il territorio elettivo della sua sperimentazione: un atteggiamento di studio e analisi davvero caratteristico della personalità di Haydn, la cui scrittura risulta costantemente in evoluzione nel corso degli anni. Nascono piccoli gioielli musicali e proprio il gruppo di lavori posti tra l'Hoboken 5 e l'Hob. 10 fotografa questo particolare momento storico a metà degli anni Ottanta. Per Haydn, che nelle Sonate, nelle Sinfonie, nei citati Quartetti si era cimentato con impegno nella ricerca delle possibilità tecnico espressive di articolazione e sviluppo del discorso musicale, e soprattutto per lui che in tali forme aveva poi effettivamente trovato soluzioni nuove e autenticamente originali, i Trii col fortepiano rappresentano ora un'occasione irripetibile di sganciarsi ulteriormente dalle convenzioni e di proseguire nel rinnovamento del proprio linguaggio. Come stimolato dall'originale potenzialità offerta dal nuovo organico strumentale, il compositore ritrova perciò un entusiastico, generoso slancio di energie: una sorta di seconda giovinezza che gli permette di scrivere in uno stile fresco sempre in grado di stupire e di incantare.

Queste tecniche di scrittura le possiamo ad esempio rinvenire nel Trio in la maggiore Hob. XV:9; proviamo ad avvicinarci a esso attraverso l'ascolto. Qui, nell'Adagio di apertura, vediamo subito l'uso e la disposizione delle parti tra gli strumenti, dove il violoncello, che sostanzialmente dovrebbe solo raddoppiare il basso del pianoforte, non rinuncia a esprimere il proprio pensiero musicale duettando con il violino in un discorso franco dettato dal confronto aperto con la voce caparbia del pianoforte. I toni sono ribelli, irruenti, quasi beethoveniani diremmo, con un primo tema ritmico e rimbalzante e la proliferazione immediata di nuovi spunti che rappresentano la diretta evoluzione della prima idea (con un secondo elemento più tenue e addolcito), mentre lo sviluppo è combattuto e carico di armoniche tensioni. Nel secondo movimento, un brillante Vivace, ecco lo scalpitante tema-refrain della tastiera subito sostenuto nella sua ossatura ritmica dalle appuntite punteggiature asseverative degli archi; rappresenta un tipico tema haydiano, con il suo sapore gioioso e il suo andamento caratteristicamente libero e improvvisativo; man mano, nel suo percorso a rondò, la forma musicale alternerà il vivace motivo principale all'inserzione di brillanti episodi dove il fortepiano potrà mettere in mostra la propria elegante, plastica mobilità.

Marino Mora


(1) Testo tratto dal libretto inserito nel CD allegato al n. 232 della rivista Amadeus

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Ultimo aggiornamento 26 luglio 2014


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