Glossario



Variazioni in fa minore per pianoforte solo, Hob:XVII:6

Musica: Franz Joseph Haydn
Organico: clavicembalo o pianoforte solo
Composizione: Vienna, 1793
Edizione: Artaria, Vienna, 1799
Dedica: Signora de Ployer (Antonia von Ployer, geb. von Spaun)

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Nella produzione pianistica Haydn non è ritenuto un innovatore alla stessa stregua di Mozart e di Clementi, anche se per taluni attegiamenti espressivi sembra precorrere più degli altri il giovane Beethoven, che fu uno studioso attento e un ammiratore sincero del musicista austriaco. Egli rivelò la sua genialità soprattutto nelle composizioni orchestrali, mentre nei pezzi pianistici, a cominciare dalle cinquantadue sonate per pianoforte, si attenne in sostanza al modello instaurato dai figli di Bach, e principalmente da Philipp Emanuel, rispettando certe formule melodiche e ritmiche ben precise e catalogate. Nella sonata, infatti, Haydn si limitò a percorrere una via già aperta: quella della forma bipartita, circoscritta essenzialmente al primo tempo nel quale si verifica la cristallizzazione del secondo tema. La regola poi chiedeva un andante in movimento molto lento e un rondò conclusivo, spigliato e spiritoso. Il brano sonatistico specialmente coltivato e curato da Haydn, che se ne dimostrò creatore fertile e felice, fu il minuetto, ereditato dalla gloriosa tradizione della suite e inserito saldamente nella sonata. Non per nulla Wagner, di fronte a questa impostazione della struttura sonatistica del suo predecessore, diede il seguente giudizio piuttosto perentorio e limitativo: «Nella musica di Haydn ci sembra di vedere il demone della musica incatenato giocare innanzi a noi con l'infantilità di chi è nato vecchio».

Non c'è dubbio che la maggior parte delle sonate e dei pezzi vari per pianoforte di Haydn conservano un tipo di linguaggio piacevole e galante, appena acceso qua e là da qualche idea derivata dallo spirito della musica per orchestra. Ma le sonate che datano dal 1790 in poi acquistano rilievo e toccano varietà espressive ed elaborazioni tematiche non prima conosciute, forse per il contatto con l'arte mozartiana. Comunque interessanti presenze di brillante virtuosismo si affacciano in diversi brani pianistici, fra cui le Variazioni in fa minore composte a Vienna nel 1793, cioè nel periodo che il musicista trascorse nella sua terra, fra il primo e il secondo soggiorno londinese. Il lavoro, definito dall'autore «un piccolo divertimento», è formato da un andante tripartito, seguito da due variazioni e da una coda conclusiva. L'andante è caratterizzato da due temi: il primo in fa minore, pensoso e dolce nello stesso tempo, con la sua cadenza di marcia; il secondo in fa maggiore ricco di ornamenti di gusto rococò. Ambedue i temi sono variati due volte, ubbidendo ad un elegante gioco di alternanza fra minore e maggiore. Il finale offre una sintesi degli elementi melodici precedenti, con una venatura drammatica e un vigore di stampo prebeethoveniano, non disgiunti da affinità stilistiche con le contemporanee sinfonie di Londra, in cui il maestro di Rohrau mostra la sua originalità inventiva. Il brano, dedicato a Barbara Ployer, la stessa alla quale Mozart aveva reso omaggio con i concerti per pianoforte K. 449 e K. 454, si conclude in pianissimo e non con una sortita virtuosistica, così come voleva la tradizione in casi del genere.

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Le oltre cinquanta sonate per strumento a tastiera di Haydn (il numero approssimativo dipende da alcune composizioni attribuitegli ma di dubbia autenticità), oltre ai vari pezzi sciolti (fra i quali figurano Variazioni, Minuetti e tempi di sonata), costituiscono un corpus che si impone, oltre che per la oggettiva e consueta altissima qualità musicale, anche per una non trascurabile importanza storica. L'arco di tempo entro cui tale produzione si iscrive è un terzo di secolo (dall'inizio degli anni '60 alla metà degli anni '90) che rappresenta uno dei periodi più densi e ricchi di mutamenti di tutta la musica occidentale, e ancor più per la storia del pianoforte in particolare. Non sarebbe esatto, tuttavia, semplificare la vicenda dell'avvento del pianoforte affermando che dalle prime alle ultime sonate di Haydn (che portano esplicite indicazioni per il pedale di risonanza e quindi senza possibilità di dubbio destinate al pianoforte) si assiste al definitivo passaggio dallo strumento a corde pizzicate (il clavicembalo) a quello a corde percosse (il pianoforte): certo, vi fu anche questo, ma non bisogna sottovalutare l'importanza e la grande diffusione del clavicordo (strumento anch'esso a corde percosse) durante tutto il corso del Settecento e in modo particolare presso quel pubblico di dilettanti cui le sonate di Haydn erano principalmente destinate. Il passaggio dallo strumento 'vecchio' al 'nuovo' fu avvertito dai contemporanei come un fatto né rivoluzionario né improvviso ma, al contrario, come un cambiamento diluito nel tempo e quasi impercettibile, legato più ai progressi tecnici del nuovo strumento che non - come piace oggi sottolineare - a un fatto 'ideologico'. Caso mai, un mutamento di questo tipo è da vedersi, più che nel passaggio da uno strumento all'altro, nel lento e progressivo trascolorare dalla sensibilità galante, con il suo linguaggio semplificato al massimo nella ricerca di quella 'natura' che era sinonimo di spontaneità e autentica espressività, passando attraverso il momento dell'Empfindsamkeit di Carl Philip Emanuel Bach (grande estimatore delle possibilità del clavicordo - strumento 'espressivo' per eccellenza - nonché principale punto di riferimento e autorevole modello della produzione per tastiera di Haydn), per arrivare fino a quella sensibilità più ardua e complessa, fatta di tensioni non risolte e caratterizzata da un linguaggio sempre più allusivo a una timbrica extra-pianistica, che porterà direttamente al pianoforte di Beethoven e dell'epoca Biedermeier.

Le Variazioni in fa minore Hob. XVII 6 (o più precisamente Andante con Variazioni) appartengono all'ultimo periodo della produzione pianistica di Haydn: composte nel 1793 per una dilettante, Barbara von Ployer, e pubblicate solo nel 1799 con dedica alla baronessa Josefine von Braun, sono state di regola messe in relazione, per il loro carattere di spiccata e ricercatissima espressività, con la successiva produzione pianistica del primo romanticismo; in realtà, già nel loro intento d'evasione e nella destinazione dichiaratamente occasionale, non vi si ritrova alcuna novità sostanziale (di quelle, per intendersi, che già in quegli anni Beethoven andava dispensando a piene mani), ma piuttosto una sorta di omaggio alla concezione estetica e al linguaggio - fatto di sospensioni, di un tessuto armonico mobilissimo e cangiante, di una quasi ossessiva ricerca degli «affetti» - che aveva avuto in C. Ph. E. Bach il suo massimo rappresentante.

Francesco Dilaghi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Sala Accademica di via dei Greci, 5 maggio 1978
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto del Maggo Musicale Fiorentino,
Firebze, Teatro Comunale, 30 aprile1988

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Ultimo aggiornamento 30 marzo 2016
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