Glossario
Testo delle parti vocali



ZßpisnÝk zmizelÚho (Il diario di uno scomparso), V/12

per contralto, tenore, tre voci femminili e pianoforte

Musica:
Leˇs JanÓček
Testo: Josef Kalda
  1. Potkal jsem mladou cigßnku (Ho incontrato una giovane zingara) - Andante
  2. Ta černß cigßnka (La zingara scura) - Con moto
  3. SvatojßnskÚ mušky (Le lucciole danzano) - Andante
  4. Už mladÚ vlaštůvky (Le giovani rondini) - Andante
  5. Těžko sa mi oře (Arare Ŕ un lavoro pesante) - Adagio
  6. Hajsi, vy sivÝ volci (Ors¨, miei grigi buoi) - Allegro
  7. Ztratil isem kolÝček (Ho perso il cavicchio) - Con moto
  8. Nehled’te, volečci, tesklivo k ˙vratÝm (Non guardate con occhi cosý tristi) - Andante
  9. VÝtaj, JanÝčku (Benvenuto, JanÝček)
  10. Bože, dßlnř, nesmrtelnř (Dio in cielo, eterno) - Un poco pi¨ mosso
  11. Tßhne vůňa k lesu (Un profumo si leva dai campi) - Con moto
  12. Tmavß olšinka, chladnß studßnka (L'oscuro intrico del bosco)
  13. KlavÝr solo (Pianoforte solo) - Andante
  14. SlnÚčko sa zdvihß (Il sole Ŕ alto nel cielo) - Adagio
  15. Moji sivÝ volci (E adesso, miei grigi buoi) - Allegro
  16. Co jsem to udělal? (Che cosa ho mai fatto?) - Adagio
  17. Co komu s˙zeno (Quando il destino chiama) - Recitativo
  18. Nedbßm jß včil o nic (Ora non penso pi¨ a niente) - L’istesso tempo
  19. LetÝ straka letÝ (Vola la gazza, vola) - Andante
  20. Mßm jß panenku (Ho un amore vero) - Con moto
  21. Můj drahř tatÝčku (Mio caro padre) - Meno mosso
  22. Sbohem, rodnř kraju (Addio, mia campagna nativa) - Andante
Organico: contralto, tenore, 3 voci femminili, pianoforte
Composizione: 9 agosto 1917 - 11 novembre 1919
Prima esecuzione: Brno, Redoute, 18 aprile 1921
Edizione: NakladatelstvÝ OldřÝch PazdÝrek, Brno, 1921
Dedica: Břetislav Bakala

Guida all'ascolto (nota 1)

Nel maggio del 1916 il quotidiano di Brno "LidovÚ Noviny" pubblic˛ in due puntate consecutive sulle pagine della domenica, sotto il titolo Dalla penna di un autodidatta, un ciclo anonimo di ventitre poesie in dialetto valacco, attribuendole a un semplice contadino moravo di nome Jan il quale, sedotto da una giovane zingara, era fuggito con lei abbandonando famiglia e paese: quelle poesiole – precisava la redazione – erano state rinvenute nella sua stanza dopo la sua scomparsa, scarabocchiate su fogli sparsi di diario. JanÓček, lettore assiduo del giornale, di cui era anche collaboratore, ritagli˛ gli articoli e li conserv˛, come era solito fare spesso. Il suo interesse era stato attratto, pi¨ che dalla storia, dal dialetto valacco, che assomigliava a quello lachiano del suo mai dimenticato paese natale, e dalla verace descrizione dell'ambiente campagnolo, che gli ricordava fin nei minimi particolari quello in cui era cresciuto da bambino. Probabilmente la cosa sarebbe finita lý se, nel giugno dell'anno seguente, JanÓček non avesse incontrato una ragazza venticinquenne dai fascinosi tratti zingareschi, Kamila St÷sslovÓ, e non se ne fosse innamorato. Kamila non era una zingara, ma una giovane donna sposata e JanÓček non era un anonimo poeta-contadino, ma un artista maturo di pi¨ di sessant'anni d'etÓ; eppure nei propri senili turbamenti erotici egli percepý un'affinitÓ con la forte storia narrata in quelle poesie, tanto da decidere di metterle in musica: sarebbe stato il suo Diario d'uno scomparso.

JanÓček lavor˛ alla partitura in fasi diverse tra l'agosto 1917 e il giugno 1919, e in quel periodo non smise mai di soffrire per la sua Kamila. Anche in seguito le avrebbe confidato, come un adolescente innamorato: źMentre scrivevo quest'opera pensavo solo a te╗; e l'immagine della zingara sarebbe tornata come un'ossessione fino alle ultime lettere alla St÷sslovÓ: źTu sei la zingara nera col bambino╗, le scriverÓ ancora nell'ultimo anno della sua vita, anche dopo averle dedicato la bruciante confessione del Quartetto "Lettere intime". Trasferire una passione reale in un'opera d'arte, o viceversa vivere un'opera d'arte sentendola come realtÓ, era una tendenza che faceva parte della natura di JanÓček; ma in questo caso ci˛ rispondeva anche ad altre idee-chiave della sua poetica: la contrapposizione tra le leggi ataviche del mondo rurale – casa, famiglia e chiesa – e l'eruzione improvvisa e incontrollabile di una ribellione inconscia, votata alla autodistruzione; l'attrazione irresistibile per la sessualitÓ femminile, che con la sua violenza quasi animale sconvolge l'ordine della natura e ne Ŕ allo stesso tempo vitalistica affermazione; la profonda simpatia per la condizione errabonda degli zingari, emarginati e banditi dalla societÓ, e l'associazione istintiva con i valori autenticamente popolari del loro canto; la scoperta inebriante della bellezza fisica e dell'amore, di cui il desiderio di paternitÓ Ŕ la massima aspirazione; su tutto, l'incombere oscuro e fatale di un destino al quale – come ripete il protagonista – non si pu˛ sfuggire.

Da quando l'introverso Jan, un ragazzo semplice e laborioso, bigotto e represso, dominato dalla famiglia e dalle convenzioni della societÓ contadina, incontra la zingara Zefka, la sua vita cambia radicalmente; cambia il suo modo di vedere le cose, perfino quelle pi¨ quotidiane (la natura, gli animali, il lavoro, la famiglia), portandolo a poco a poco, attraverso scoperte sempre pi¨ sconvolgenti, a riconoscere l'inconciliabilitÓ tra i vecchi e i nuovi sentimenti. Jan diviene un'altra persona e, posto di fronte alla scelta, decide di prendere la strada senza ritorno. L'estremo addio al suo mondo e ai suo cari Ŕ doloroso, ma di fronte a sÚ egli ha il futuro: una donna attraente, libera, e un figlio che lo attende fra le sue braccia. Nel ciclo eterno della natura che si rinnova, e che prima si limitava a contemplare con sensi intorpiditi dalla paura del peccato, Jan ha ora trovato la sua individualitÓ: e l'ignoto non gli fa pi¨ paura. Da questo punto di vista, il "diario d'uno scomparso" Ŕ anche il "diario di una presa di coscienza".

La partitura consta di ventidue numeri per l'organico tipico del ciclo liederistico, voce (o voci) con accompagnamento di pianoforte; uno soltanto, il XIII, Ŕ per pianoforte solo e, posto al culmine dell'arco drammatico, descrive nella forma di un'irruente passacaglia il momento in cui avviene l'amplesso tra i due giovani (JanÓček lo pubblic˛ anche a parte con il titolo Intermezzo erotico). Dei restanti ventuno brani, la maggior parte Ŕ affidata alla voce del tenore, che Ŕ insieme il narratore e il personaggio principale della vicenda; questi brani sono disposti nella partitura simmetricamente, da I a VIII e da XII a XXII, come prologo ed epilogo all'evento centrale, la seduzione di Jan da parte della zingara Zefka. In questi brani centrali – da IX a XI – al tenore si aggiunge il contralto che impersona la zingara, e il monologo si trasforma in un duetto; il coro di tre voci femminili interviene nel numero X, a commentare con straordinaria soavitÓ il punto culminante in cui Zefka conquista Jan non solo con la sua bellezza ma anche con la tristezza del suo canto zigano.

Il fatto che questo coro sia prescritto in partitura "dietro la scena", e che qua e lÓ vi figurino anche alcune indicazioni prettamente drammaturgiche (per esempio effetti di luce, pause lunghe o "attacca" fra un pezzo e l'altro), sembrerebbe avvalorare l'ipotesi che Il diario d'uno scomparso sia stato concepito come "un'opera da camera". Nella partitura il compositore richiede all'inizio la penombra (le luci abbassate in sala); inoltre i pezzi da IX a XI formano una specie di intermezzo operistico, che non narra, ma rappresenta gli avvenimenti. In questi tre pezzi JanÓček accorpa parti del testo originale cambiando il discorso indiretto in discorso diretto e introduce teatralmente le voci femminili. Un'ulteriore indicazione scenica prevede che il contralto solista, che ha la parte di Zefka, entri in scena alla fine del n. VIII e ne esca alla fine del n. XI. In effetti, dopo la prima, avvenuta a Brno il 18 aprile 1921, JanÓcek stesso non avvers˛ l'idea di una rappresentazione scenica del Diario. Un allestimento accompagnato dal pianoforte si ebbe a Lubiana giÓ vivente l'autore, nel 1926; e numerosi ne seguirono, soprattutto in Germania, dopo che nel 1943 Ota Zitek, con l'aiuto di VÓclav SedlÓŔek (il copista ufficiale di JanÓcek), ebbe approntato una trascrizione per orchestra appositamente destinata alla scena.

Il luogo naturale per l'esecuzione del Diario d'uno scomparso rimane per˛ l'intimitÓ della sala da concerto. L'essenzialitÓ della musica, la sua aforistica brevitÓ e la capacitÓ di aprire allusioni rapidissime nella leggerezza di una vicenda racchiusa in una sorta di tragica concisione, mal si prestano a essere esplicitate sulla scena senza perdere la coerenza drammatica in rapporto a ci˛ che JanÓček ha voluto esprimere: poetiche visioni, abbozzi di stati d'animo in svolte improvvise, quasi istantanee di una folgorazione, calate nei pi¨ profondi recessi dell'anima e dei sensi.

Un'ultima osservazione riguarda l'esecuzione di questa sera. Essa Ŕ in lingua tedesca, nella classica versione di Max Brod, uno dei conoscitori pi¨ intimi dell'arte di JanÓček e autore di tutte le traduzioni delle sue opere, cui si deve la fondamentale diffusione di JanÓček nei paesi di area mitteleuropea. Ciononostante, come in tutte le versioni ritmiche adattate alle esigenze della musica, molto vi si perde non solo del suono originale del dialetto tanto caro a JanÓček ma anche della lettera e del significato del testo. Un solo esempio fra tanti: quando nel n. V Jan ha la rivelazione del suo turbamento, e confessa di non poter dormire senza sognare la zingara, l'originale dice: "o ni sa mi zdÓlo", ossia, icasticamente, "era lei che vedevo in sogno". Brod traduce, per evidenti motivi di metrica ritmico-musicale: "da tdumt's nichts als S¨nden", ossia "allora non ho sognato altro che peccati". Ci˛ coglie benissimo i sensi di colpa religioso-sociali di Jan, ma sovrappone a un'espressione semplicemente poetica un nesso di causa ed effetto in quel punto ancora estraneo. Per questo motivo, a fronte del testo di Max Brod, gli ascoltatori troveranno non la traduzione letterale dal tedesco, ma quella dell'originale cŔco su cui si bas˛ l'interpretazione musicale di Janček: nella convinzione che ad essa, accanto a quella di Brod, convenga rifarsi per comprenderne completamente il senso.

Sergio Sablich


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 12 maggio 1999

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Ultimo aggiornamento 12 novembre 2015
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