Glossario



Rapsodia ungherese n. 12 per pianoforte, S 244

Musica: Franz Liszt
Composizione: 1847
Edizione: Schlesinger, Berlino, 1853
Dedica: Joseph Joachim

Utilizza temi dei n. 18 e 20 delle Ungarische Nationalmelodien (Magyar dalok) R 105
Vedi a R 441 la trascrizione per orchestra

Guida all'ascolto (nota 1)

«Ho voluto fare una specie di epopea nazionale della musica tzigana. Con la parola «rapsodia» ho inteso alludere all'elemento fantasticamente epico che ho creduto di riconoscere in questa musica. Ognuno di questi frammenti non narra alcun fatto, è vero, ma chi sa intenderlo vi coglie l'espressione di alcuni degli stati d'animo nei quali si compendia l'ideale d'una lezione. I Magiari hanno adottato gli tzigani come loro musicisti nazionali. L'Ungheria può dunque a buon diritto avocare a sé quest'arte, nutrita del suo pane e del suo vino, maturata al suo sole e alla sua ombra, e tanto strettamente penetrata nelle sue abitudini da legarsi alle più gloriose memorie della patria».

Così Liszt, nel suo saggio Des Bohémiens et de leur musique en Hongrie (il grande pianista e compositore ungherese ebbe esperienza di vita e di cultura a livello largamente europeo, ma fu soprattutto francese di formazione e di lingua).

Riplasmando al fuoco del suo pianismo prestigioso gli elementi di folclore sonoro da lui assimilati nei suoi primi anni, Liszt si riallacciò dunque propriamente alle tradizioni musicali degli tzigani piuttosto che a quelle autoctone della sua patria. Di queste ultime s'era persa ogni traccia ai suoi tempi. Toccherà assai più tardi a Bartok e a Kodaly assumersene la paziente opera di ricupero.

Tra le varie raccolte di elaborazioni pianistiche in cui si consacra quell'«epopea nazionale» concepita da Liszt, il repertorio concertistico pone in primo piano la serie di 19 Rapsodie ungheresi segnata al numero 106 nella classificazione delle opere di questo compositore, proposta da Peter Raabe. Fra esse, la Rapsodia n. 12, in do diesis minore, dedicata al celebre violinista Joachim, fu pubblicata a Berlino nel 1853.

Formata al modo tipico di questo genere di composizioni, l'opera, cui dà inizio uno spunto di canto austero, largamente scandito a note ripercosse, si articola in vari frammenti che portano, con estrosa volubilità, dalla calma solenne e malinconica dell'esordio a una veemenza di accenti e ritmi sempre più gioiosa e trascinante. Il tutto reso nella splendida veste sonora del pianismo lisztiano, capace d'una potenza e d'una ricchezza di colori quasi sinfoniche.

Massimo Bruni


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Sala Accademica di via dei Greci, 7 novembre 1969

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Ultimo aggiornamento 21 febbraio 2013
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