Glossario
Guida all'ascolto



I capricci di Callot

Commedia in tre atti, prologo e cinque quadri

Testo del libretto

PROLOGO

Si alza la tela e appare un secondo sipario sul quale è dipinto un enorme clavicembalo barocco, quasi un pianoforte. Da una della tre gambe, che si trasforma in una porticina, escono alcune maschere che riproducono quelle di Callot dei «Balli di Sfessania». Le maschere danzano secondo il loro carattere e si succedono nell’ordine seguente:
Ognuna delle coppie rientra nel clavicembalo in modo che rimane sulla scena sempre una coppia soltanto.

ATTO PRIMO

Una stanza bassa. A sinistra una scala ascendente, che in alto finisce con un pianerottolo che conduce alla porta d’entrata. Al centro una piccola finestra. A destra un grande armadio aperto: si vedono molti vestiti di tutti i colori. Anche dalla balaustrata della scala pendono numerosi vestiti. Ci sono inoltre otto manichini che portano i vestiti della maschere del prologo.
Davanti all’armadio, ma un po’ più a destra un gran tavolo carico di stoffe, scatole, arnesi del mestiere (grande ferro da stiro, grandi forbici, ecc.)
La vecchia Beatrice è in faccende. Giacinta, seduta accanto alla finestra cuce, cioè lavora a un sontuoso vestito di velluto rosso.
LA VECCHIA BEATRICE
Quanti, quanti ricchi vestiti e quanto quanto lavoro. Vedo, vedo già lo sfarzo, lo sfarzo e le ricchezze. Domani è carnevale, domani gran baldoria.
(S’interrompe)
Ma perché
(a Giacinta)
chini il capo e sei triste?
GIACINTA
Taci, vecchia. Per gli altri il carnevale è forse allegria, per me è dolore e noia. A che pro’ penare giorno e notte? Restiamo povere e nulla rimane per i nostri piaceri.
LA VECCHIA BEATRICE
Che c’entra la povertà col carnevale? L’anno passato, vestita io da «Dottore» e tu da «Giardinera», che festa! Le più belle maschere ci seguivano con le più dolci parole. Quattro nastri nuovi: «dottore» e «giardiniera» ritorneranno più belli e più freschi di prima.
GIACINTA
Vecchia, che dici? Io dovrei farmi vedere con quei vecchi stracci? No! Un bel vestito stretto alla vita e a larghe pieghe, grandi maniche e pizzi meravigliosi. Un cappellino con penne svolazzanti, cintura e collana di diamanti. Tutti i cavalieri mi si affollano intorno. Chi è quella dama? Una Principessa? Una regina?
LA VECCHIA BEATRICE
Ti ascolto incantata. Da quando tanta vanità? Se aspiri a gareggiare con le più grandi dame, cercati un amante che per i tuoi begli occhi apra i cordoni della sua borsa e licenzia il povero Giglio.

(Nel frattempo la vecchia ha acceso la lampada e s’accorge che gli occhi di Giacinta sono pieni di lacrime)
LA VECCHIA BEATRICE
Ma per tutti i Santi, che hai Giacinta, che hai?
GIACINTA
Ah, forse è questo vestito che mi fa delirare. Dimmi, vecchia, nella tua vita ne hai veduto mai uno più bello di questo? Vorrei sapere per chi sarà questo vestito.
LA VECCHIA BEATRICE
A te che importa? Noi lavoriamo, viviamo. Forse è destinato a una Principessa. Domani lo sapremo.
GIACINTA
No, no, non voglio saper nulla. Voglio immaginare che questo vestito sia per una fata. In ogni pietra vedo sorridere uno spirito folletto che mi grida; «lavora, lavora per la nostra Regina, Noi ti aiutiamo». E quando intreccio nastri e pizzi sento…
(si è punta, spruzza il sangue)
Ahi! Ahi!
LA VECCHIA BEATRICE
Il ciel ci aiuti. Il bel vestito.

(Accorre con la lampada e vi lascia cadere sopra qualche goccia d’olio)
GIACINTA
(grida)
Il ciel ci aiuti!
(Si rimette alacremente al lavoro, mancano pochi punti)
Finito.
(Salta in piedi tenendo alto il vestito)
LA VECCHIA BEATRICE
Bello, bellissimo. Stupendo. Mai le tue piccole mani han saputo far tanto. E pare, pare per te.
GIACINTA
Forse è per me. Ma no, tu sogni, vecchia. Prendilo. Posalo. Fin domattina. Le macchie. Le macchie. Di sangue e d’olio. Ah, povere noi. Prendilo.
(La vecchie esita)
Spesso ho pensato che questo vestito fosse per me.
LA VECCHIA BEATRICE
Giacintina, Giacintina. Tu hai indovinato. Sia per una principessa, per una regina, per una fata, l’abito tu dovrai portarlo per prima.

(La vecchia prende il vestito, lo posa su una sedia, scioglie i capelli di Giacinta e le acconcia il capo. Dall’armadio prende il cappello ornato di piume. Sveste la fanciulla lentamente)
LA VECCHIA BEATRICE
Ah, il collo di ben tornito avorio, di gelsomino il petto, le braccia di alabastro.
(Guardandola completamente vestita)
Ah, non sei più la mia Giacinta. Aspetta, aspetta.

(Corre a prendere tutte le candele di casa e le accende. È stupefatta dalla bellezza di Giacinta e manifesta il suo entusiasmo agitando le braccia. Si apre la porta. Appare Giglio. Giacinta si nasconde in fondo alla stanza. Giglio veste con pretensione, ma le sue vesti sono logore. È l’attore povero)
GIGLIO
(fermandosi in cima alla scala)
Ah, che vedo? ch vedo? È lei? Posso parlarle? Principessa. Principessa.
(enfatico)
Principessa, tu sai
ch’io sono tuo servitore,
mercé del mio dolore.
Che mi consuma e non ha posa mai
(scende lentamente la scala).
Tu mi consumi e struggi, principessa,
Veggendoti sì fiera e dispietata.
Veggendoti sì fiera e dispietata.
Tu mi consumi e struggi, principessa.
GIACINTA
(irritata)
Sciocco, sciocco.
GIGLIO
Che vuol dire? Mai ti vidi così bella. Ma vorrei vederti diversa.
GIACINTA
Ah mi ami solo per i broccati, le pietre e le piume?
GIGLIO
Sognai. Sognai che ero il Principe Taer. Un vecchio mi accusava di non so quale delitto. Lo percossi sulla guancia destra. Furente, egli si armò di coltello e mi saltò addosso. Il mio berretto regale cadde a terra. Il barbaro lo trafisse e il poveretto con un lamento straziante ruzzolò morente ai miei piedi. Dovevo vendicarlo. Il mantello sul braccio sinistro, con la destra agitavo la spada. Il vecchio fuggì, si rinchiuse in casa e dalla finestra sparò. Dal lampo uscì un collare di diamanti, mentre una voce amorosa cantava: «O Giglio, Giglio mio». Mi apparve poi una creatura divina che avvicinadosi mi disse:
«Io sono la principessa».
GIACINTA
(furente)
Come? Tu osi sognare un’altra donna? Tu osi innamorarti di uno spettro uscito dal fumo? Vattene. Lasciami.
GIGLIO
Non avrei mai immaginato che tu, dolce mia vita, potessi essere gelosa di me. Ma hai ragione. Il mio aspetto è seducente. Io canto di principi innamorati, con molti oh e ah. Sono un romanzo vivo, un’avventura su due piedi, un canto d’amore con labbra da baciare, con braccia per abbracciare. Un’avventura uscita da un libro che più vive quando si chiude. Le donne indovinano e spasimano per ciò che è mio ed è in me, nel mio spirito, nei miei falsi gioielli, penne, nastri, ospelli. Non vale il rango, miserabili o principesse. Tutte uguali. Infatti, se non m’inganno, la più bella principessa è folle d’amore per me. Non stupire. Devo esplorare una meravigliosa miniera. Se ti dimentico pensa che sei una povera fanciulla.

(Giacinta scatta, gli dà uno schiaffo e di corsa scappa nella sua stanza)
LA VECCHIA BEATRICE
(a Giglio)
Andate, andate a casa.

(Giglio esce)

ATTO SECONDO

Il Corso, a Roma. Ampia strada che al centro della scena si allarga e viene a formare una piazzetta dove domina un maestoso palazzo con grande portone chiuso. A destra, ma in primo piano, un palco sul quale il Ciarlatano sta vendendo i suoi specifici miracolosi.
IL CIARLATANO
Popolo ignorante! Perché vi allontanate? Ascoltate. Ascoltate. Popolo ingrato.

Tutti si voltano perché da destra appare uno strano corteo. Vestiti di raso rosso precedono dodici suonatori di flauto, e son flauti d’argento. Somigliano agli «incappucciati» perché la lunga tonaca li ricopre dalla testa ai piedi. Nel cappuccio due buchi per gli occhi. Due uomini armati con penne di struzzo (sono camuffati da veri struzzi) trascinano un grande tulipano sospeso su un carrozzino. Entro il tulipano siede un piccolo vecchio dalla lunga barba bianca. Veste d’argento e il capo è coperto da una specie di imbuto, pure d’argento. Il vecchio porta occhiali enormi e tiene aperto dinanzi a sé un grande libro.
Seguono dodici mori riccamente vestiti e armati di lancie lunghissime. Essi si prostrano ogni volta che il vecchio volta pagina.
Appaiono poi quattro (possono essere anche sei o otto) portantine d’argento e d’argento vestono pure i portatori. Le loro tuniche sono tagliate come quelle dei dodici musicanti apparsi per primi. Sulle portantine (che però non sono chiuse, essa hanno la forma di piccole carrozze aperte e, naturalmente, senza ruote), seggono quattro donne, una su ogni portantina, velate e coperte di diamanti e perle. Ognuna di esse ha dinanzi a sé un grande cuscino di velluto e lavora trapungendo merletti.
In coda allo stravagante corteo viene una grande carrozza d’oro trainata da otto schiavi vestiti d’oro. La folla vorrebbe guardare entro la carrozza, ma vi scorge soltanto la propria immagine perché gli sportelli sono specchi. Sul tetto della carrozza siede un piccolo Pulcinella che si muove con molta grazia.
Come per incanto a poco a poco tutto il corteo viene inghiottito dalla grande porta del palazzo di fronte.

Il ciarlatano riprende il suo discorso. Colpi di gran cassa.
IL CIARLATANO
Cittadini romani! Cittadini romani! Esultate, gridate, lanciate i berretti in aria. Siete fortunati, molto fortunati. È giunta fra voi una celebre Principessa, un miracolo di bellezza e tanto ricca che coi suoi diamanti potrebbe lastricare il corso. Io, maestro di magia bianca, nera, gialla, rossa, blu, so perché è venuta: essa cerca fra le maschere del corso l’amico del cuore, lo sposo; quel Principe assiro che è venuto a Roma per farsi strappare un dente da me. Guardate.

(da uno scrigno tira fuori un dente enorme)

Guardate. Ecco il dente. Il Principe s’è smarrito. Cercatelo, nelle vostre case, in cantina, in cucina, negli armadi. Cercatelo. Chi lo riporterà alla principessa avrà un premio di cinque volte centomila ducati. Cercatelo, cercatelo. Ma come trovarlo, anche se vi passa sotto il naso? Senza gli occhiali miracolosi, che vi dono per pochi paoli, gli occhiali dell’indiano Ruffiamonte, non lo troverete. Eccoli.

(Il Ciarlatano apre una cassetta e tira fuori una grande quantità di occhiali. Parapiglia. Tutti vogliono acquistare gli occhiali miracolosi. Nella zuffa brillano i coltelli. Accorrono gli sbirri per separare i contendenti. A poco a poco la folla riprende il suo umore carnevalesco. Giglio, che è mascherato (ma a viso scoperto) da principe orientale con scimitarra, durante tutta questa scena non si sarà mosso e avrà sempre guardato, immobile e trasognato, il palazzo incantato. Il Ciarlatano, gli si avvicina e gli batte sulla spalla)
IL CIARLATANO
(a Giglio)
Perché non prendete anche voi gli occhiali del Mago Ruffiamonte?
GIGLIO
Via. Via. Burlone. Pazzie. Imbrogli. Non fate per me.
IL CIARLATANO
Oh! Oh, mio signore, che superbia. Un certo mio talismano potrebbe forse fare di voi un attore sopportabile.
GIGLIO
Sarei dunque insopportabile?
IL CIARLATANO
Voi inseguite una chimera. So perché guardate sempre là, là
(indicando il palazzo di fronte)
quel palazzo.
GIGLIO
Datemi, datemi

(prende gli occhiali e li paga)
IL CIARLATANO
Ah!
(ridendo)
tutti così. Tutti così. Un tale gettò la ciabatta sinistra nel Tevere per liberarsi da febbre maligna. Un altro si riempiva d’incenso le tasche per vincere al giuoco.

(a Giglio che si mette gli occhiali)

Lo so, con questi occhiali voi sperate di vedere, in sogno, la principessa, e il principe Assiro…
UNA MASCHERA
(Vestita da Pantalone, avvicinandosi a Giglio)
Signore, Signore. Felice incontro.
GIGLIO
Felice per me.
UNA MASCHERA
Ditemi, siete mai stato in Assiria?
GIGLIO
Forse. Ricordo, sì, ricordo un viaggio lontano lontano e una vettura che mi rovescò nel Tevere.
UNA MASCHERA
Certo, certo, siete voi. Oh, Principe. principe.
(Porgendogli una grande bottiglia impagliata)
Bevete, bevete. Un sorso, un piccolo sorso.

(Appare evanescente l’immagine della principessa)
GIGLIO
Férmati, férmati. Ch’io ti veda. Férmati.

(Passa un gruppo di maschere. Giglio rimane solo. Si avvicina un’altra maschera: «il Dottore». È la vecchia Beatrice)
LA VECCHIA BEATRICE
Finalmente vi trovo. Finalmente

(Lo scuote violentemente. Sembra infuriata)
GIGLIO
Che volete da me? che volete?

(Il «Dottore» si toglie la maschera)
GIGLIO
Siete voi Beatrice? Dov’è Giacinta? Dov’è?
LA VECCHIA BEATRICE
Dov’è? Voi chiedete dov’è? È in prigione, la povera Giacinta, a consumare la sua giovane vita. Per voi macchiò di sangue il vestito della principessa e voi l’abbandonate al suo destino.
GIGLIO
Povera Giacinta. Perché? Perché?

(Passa una turba di maschere che trascina via la vecchia Beatrice)
GIGLIO
(chiamando)
Beatrice! Beatrice!

(Riappare il Ciarlatano)
IL CIARLATANO
Avete già dimenticato la principessa?
GIGLIO
(disperato)
Ah, Giacinta, infelice Giacinta! In prigione. Per me.
IL CIARLATANO
Giacinta in prigione? Guardate dov’è.

(Giglio alza la testa e vede Giacinta affacciata alla finestra della casa (in primo piano) a sinistra)
GIGLIO
Dolce mia vita. Giacinta. Giacinta mia.

(Giacinta (che veste ancora l’abito famoso), senza curarsi di Giglio si ritira e chiude la finestra. Il Ciarlatano ride rumorosamente.)

(Appare il poeta e si avvicina a Giglio)
IL POETA
Giglio, Giglio, di Melpomene figlio ingrato, che fai? Dove vai? Dove? Io, io, per te scrissi un dramma che ugual non videro le greche scene. Per te, Giglio. Per te. La tragedia non è morta. Rinasce in me, in te se vorrai. Ascolta.

(Egli trascina Giglio verso il palco del Ciarlatano. Giglio si lascia cadere su uno dei gradini del palco sul quale il poeta sale tenendo in mano un grande scartafaccio, enfaticamente legge:)
IL POETA
Oggi il gran Ruvenzad, de l’Equinozio
(Le maschere a poco a poco si avvicinano curiose e ascoltano)
e de la bionda Primavera figlio:
(perché il costume antico vuol, che tragga l’origine ogni eroe de l’alte Sfere.)
(Seguono la declamazione commentandola con una mimica piuttosto buffa.)
il gran Ruvenzad ne’ campi Elisi,
attende il non meno grande
che sfortunato Ruvenzad nipote.
Ahimè, qual rivedrà gli amati figli!
Ahi! qual rivedrà l’afflitta madre!
Ahi! quante stragi, ah quante cose orrende!
Né le calamità, che oggi vedransi,
per colpa son del re, che saggio e pio
regge con dolce fren l’ignoto mondo:
Ma Giove irato, allorché l’ava insigne
Chrestani, de’ genii alta nipote,
s’unì contro il divieto ad uom terreno,
come ne fanno al mondo
le novelle persiane eterna fede,
l’ira non vuol depor finché non veda
tutte perir quest’infelice stirpe.

(Giglio dorme col capo fra le braccia appoggiate sul palco. Il poeta se ne accorge. Scatta e investe il dormiente)
IL POETA
Come, tu osi addormentarti ai miei versi?
Cornicaudati dèmoni,
che da l’orrendo bàratro
estollete la mano ugnogrinfuta,
su presto prendete
il nero pettine…

(Senza cerimonie egli strappa a una maschera la spada di legno e va contro Giglio, che estratta la scimitarra vorrebbe difendersi ma colpito in pieno petto cade a terra e si crede morto. Tutti ridono. Il Ciarlatano si avvicina a Giglio, lo scuote ripetutamente, lo aiuta ad alzarsi e poi, nonostante la resistenza che oppone, lo trascina a viva forza verso il palazzo misterioso. Come per incanto il portone s’apre e il Ciarlatano entra insieme al recalcitrante Giglio)

ATTO TERZO

Scena prima

Una grande sala tutta riflessi e luci spettrali. A sinistra un grande balcone con balaustrata (la balaustrata sarà uguale, anzi identica al parapetto della scala che si è già vista nel primo atto e che finisce con un pianerottolo). A destra un trono dorato. Sopra il trono, entro una nicchia, una bambola carica di diamanti e che risplende come il sole. Il piccolo vecchio, che nel corteo sedeva entro il tulipano, ora siede sul trono ed ha dinanzi a sé il grande libro appoggiato sopra un leggìo che rappresenta un moretto inginocchiato. Il vecchietto è sempre vestito con una lunga palandrana d’argento e porta i grandi occhiali e l’imbuto che gli copre il capo. Si vedono gli stessi mori del corteo e le stesse donne che lavorano ai merletti, però sono molto più numerose. Possono essere venti o anche trenta. Lavorano affannosamente e muovono il capo solo per commentare la lettura del piccolo vecchio che gesticola minaccioso.
IL PICCOLO VECCHIO
(siede e legge)
«La limpida e cristallina sorgente di Urdar rispecchiava l’immagine gioconda e serena di coloro che vi si miravano; ora invece nessuno sorride più, e l’ira domina coloro che si avvicinano alla sorgente di Urdar che si fa sempre più torbida.
Solo Ermodio, il mago poteva soccorrere gli infelici. Infatti essi invocarono il suo aiuto. Il mago cadde in profonda meditazione, poi disse: resistere nove volte nove notti e dal lago Urdar sorgerà la vostra Regina.
Raggi di fuoco guizzarono sulla stagno: gli spiriti del fuoco con occhi incandescenti scrutavano le profondità. La fonte inaridì. Si vide allora sbocciare un grande fiore di Loto: nel calice riposava una fanciulla meravigliosa: la principessa Mitilis.
Troppo presto la gioia si mutò in dolore: la principessa parlava un linguaggio sconosciuto e che nessuno capiva…

Supplicato, il Mago Ermodio rispose:
Sotto nera pietra in oscuro antro,
ove già riposò la coppia regale
col volto pallido della morte,
è nascosto del sortilegio il grande segno:
il più superbo dono per Mitilis.

Sotto la nera pietra si trovò uno scrigno. Toccandolo la principessa Mitilis si irrigidì e a poco a poco si trasformò in una minuscola bambola. Sciagura orrenda. Orribile inganno: mai parlò il Mago Ermodio, fu Tifone, lo spirito maligno che tradì la gente di Urdar.

(Alzando gli occhi al cielo)

Ben altro dobbiamo fare per la salvezza della Principessa Mitilis».

(Egli chiude il libro)

(Tutti cadono in ginocchio e baciano la terra).

Il vecchio prende allora, dalla nicchia dietro il trono, la bambola e tenendola alta sopra il capo la offre alla venerazione di tutti. Immobilità generale. A un segno del vecchio i mori trascinano dodici giovani donne. Giunti davanti al trono essi aprono una botola e vi precipitano le infelici. Giglio sarà sempre rimasto a guardare dal fondo della sala, immobile e pensieroso. Il Ciarlatano, posandogli una mano sulla spalla, lo avrà costretto a non muoversi. Appaiono le otto maschere del prologo (Callot). In mezzo a loro è Giacinta. Veste l’abito della principessa. Il vecchio ha uno scatto e lascia cadere la bambola che va in mille pezzi. Tutti spaventati si allontanano dal vecchio, Giglio invece accorre per proteggere Giacinta.
GIGLIO
Ch’io d’altra sia, certa sei tu
di no, ma sì di te come io mai fui.
Giacinta, non pensare
ch’io, per altra guardare
il cor le dia, ché sai ch’è per te.
Sempre ti vo’ mirare
per più poterti amare.
Non dubitar, oh, fidati di me
di quel ch’io fo per puro amore.

Mentre Giglio canta le donne si avvicinano a lui, senza ch’egli se ne accorga, tenendo spiegata una grande rete, e finito il canto gliela gettano sul capo. Contemporaneamente i mori portano una grande gabbia e vi rinchiudono Giglio, dopo di che la depongono sul poggiolo. Dalla strada salgono i rumori della folla che ride e schiamazza. La bambola, in pezzi, si raccoglie e si ripone entro un cofanetto. Danza funebre in morte di una bambola. Giacinta dispare, tutta la sala, a poco a poco sparisce nell’oscurità.

Scena seconda

La stessa scena del primo atto. Gli stessi vestiti buttati alla rinfusa un po’ dappertutto, mancheranno soltanto i manichini delle otto maschere di Callot (quelle del Prologo). In cima alla scala e precisamente sul pianerottolo, la gabbia con Giglio che si sarà lasciato cadere sul fondo della gabbia stessa e vi ci starà tutto rannicchiato. Giacinta, che veste sempre l’abito della principessa, parla alla vecchia Beatrice, con molto calore e convinzione.
GIACINTA
Lo sai, vecchia, lo sai perché il principe si nasconde? Arde d’amore per me, ma teme la principessa. Mascherato gira per il corso dandomi la più dolci prove della sua tenerezza. La nostra stella brilla all’orizzonte. Ricordi il povero Giglio?

(Beatrice fa segno di sì col capo e allarga le braccia per esprimere compassione)

Ebbene, la principessa lo perseguita e indugia prima di rivelarsi a lui, come fa il principe con me. Il giorno in cui la principessa darà la mano a Giglio, il principe darà la mano a me.

(Beatrice manifesta coi gesti il suo stupore)

Tu credi che il principe non osi entrare in questa casa? Ti sbagli. Il principe, maestro di magia, riesce a penetrare qui indisturbato. Una notte si fece piccolo, piccolo, sembrava lontano, lontano. Spesso le pareti si allontanano e questa cameretta diventa una grande sala, tutta di marmo, oro e avorio. Con l’amato vaghiamo, dolcemente abbracciati, per il più bel giardino che si possa immaginare: il Paradiso. Profumi meravigliosi e meravigliose armonie di uccelli. Quando egli mi bacia, sulle spalle mi crescono le ali, variopinte come ali di farfalla, e volo, volo con lui nel cielo azzurro. Tutti i tesori, le ricchezze del cielo e della terra appaiono al mio occhio estatico e tutto è mio. Osi tu ancora pensare che il principe sia avaro e che io possa ritornare nella miseria quando egli se ne va? Guarda, guarda lo splendore di questo palazzo: le stoffe, i tappeti, gli specchi e quello che nasconde questo armadio. Se l’apri, l’oro precipita su di te. Non vedi le dame, i paggi, tutta la corte che è intorno al mio trono?

(s’inchina a tutti i vestiti, e li saluta)
LA VECCHIA BEATRICE
(scuotendo il capo e facendosi il segno della croce)
Che Iddio ti protegga.
GIACINTA
(canta)
Così mi aiuti Iddio
com’io cantar non so.
Giammai io non cantai
e non saprei cantare,
sì che per certo io non canterò.
Alalilerà.
Alalilerò.
Io la mia canzon ho cantato
quei che la fece più non m’insegnò.
Alalilerà.
Alalilerò.

(La vecchia Beatrice sale la scala e scopre la gabbia)
LA VECCHIA BEATRICE
(gridando)
Dio mio, che è questo? Che è questo? Giacinta.

(S’ode il canto dell’usignolo, lento, triste, mille uccelli rispondono. La vecchia Beatrice non osa muoversi. Giacinta ascolta, poi sale lentamente la scala. Apre la gabbia, Giglio non si muove. Insieme alla vecchia lo traggono dalla prigione e, sostenendolo, lo aiutano a scendere lentamente la scala)
GIGLIO
(a Giacinta)
Ch’io d’altra sia, certo sei tu di no, ma sì di te come mai io fui.

(Cade ai suoi piedi e le bacia le mani. La vecchia Beatrice risale la scala ed esce)
GIACINTA
(canta con gesti melodrammatici, enfatica)
Seguendo un pescator da riva a riva
pescando andava, senza navicella
per una cheta e chiara marinella.
Poi che per più volte ebbe pescato,
pesce alcun non prendea,
ma la riviera tanto mi piacea
che vaga mi posai presso quell’onde
che ombreggiavano le verdi fronte.

(Appaiono il vecchio del tulipano vestito d’argento e il Ciarlatano. Rimangono ad ascoltare fermandosi sul pianerottolo)
GIGLIO
Con te sarà ed è sempre il cor mio
e ogni altro pensier messo ho in oblio.

(pure Giglio gesticola con enfasi melodrammatica)
GIACINTA
Ma la riviera tanto mi piacea
che vaga mi posai presso quell’onde.
GIGLIO
E ogni altro pensier messo ho in oblio.
GIACINTA
Non teme la spina chi vuol coglier fiore
ché l’amor poche volte
giova né dà piacer senza dolore.
GIGLIO
Oggi il gran Ruvenzad, de l’Equinozio
e de la bionda primavera figlio,
il gran Ruvenzad ne’ campi Elisi,
attende il non men grande
che sfortunato Ruvenzad nipote.
GIACINTA
Ahimè qual rivedrà gli amati figli!
GIGLIO
Ah! qual lui rivedrà l’afflitta madre.
A DUE
Ahi! quante stragi e quante cose orrende
Ahi, ahi, ahi, ahi.

(Il poeta e il Ciarlatano scendono rapidamente la scala)
IL POETA
Bravi, perfetti,
IL CIARLATANO
Perfetti, bravissimi.
IL POETA
Datevi la mano.
IL CIARLATANO
Cinque volte cento mila ducati! È stato ritrovato…
IL POETA
Il gran Ruvenzad.
IL CIARLATANO
E la principessa Mitilis.
Su, su, datevi la mano.

(Il vecchio getta il manto d’argento e si scopre: è il poeta. Il Ciarlatano, spogliandosi dalla palandrana si smaschera: è il nobile cavaliere, il signore del palazzo magico.
Appare la vecchia Beatrice con un gra paniere colmo di ogni ben di Dio. È seguita da due garzoni che portano bottiglie di vino, torte, fiori, ecc. ecc. La vecchia Beatrice prende tutto quello che si trova sul tavolo, cioè tutti gli arnesi del mestiere (forbici, ferri da stiro, scatole ecc. ecc.) e li getta dalla finestra.
Sgombrato il tavolo stendono la tovaglia e apparecchiano per quattro la cena. Nel frattempo scendono dalla scala le otto maschere (quelle del prologo) e danzano. La danza raggiungerà la massima vivacità quando Giacinta, Giglio, il poeta e il cavaliere si saranno messi a tavola)
IL POETA
(alzando il bicchiere)
Co’ più belli simboli
de la tragedia
tosto si adornino
campion sì celebri.
Tutti han creduto
la verità
di cui l’istoria
con tanto credito
parlando va.

(Le maschere danzano, agitando i simboli della tragedia. Tutti ripetono in coro gli ultimi cinque versi)

FINE DELL’OPERA

I testi riportati in questa pagina sono tratti, prevalentemente, da programmi di sala di concerti e sono di proprietà delle Istituzioni o degli Editori riportati in calce alle note.
Ogni successiva diffusione può essere fatta solo previa autorizzazione da richiedere direttamente agli aventi diritto.

Ultimo aggiornamento 7 agosto 2014
html validator  css validator


Questo testo è stato prelevato sul sito http://www.flaminioonline.it ed è utilizzabile esclusivamente per fini di consultazione e di studio.
Le guide all'ascolto sono di proprietà delle Istituzioni o degli Editori riportati in calce alle note e quindi ogni successiva diffusione può essere fatta solo previa autorizzazione da richiedere direttamente agli aventi diritto.