Glossario
Libretto dell'opera


Manon

Opéra-comique in cinque atti

Musica:
Jules Massenet
Libretto: Henri Meilhac e Philippe Gille dal romanzo Histoire du chevalier des Grieux et de Manon Lescaut dell’abate Antoine François Prévost

Ruoli:


  1. La grande cour d'une hôtellerie d'Amiens
  2. L'appartement de Manon et Des Grieux à Paris
  3. a. Le marché du Cours la Reine un jour de fête
    b. Le parloir du séminaire de Saint Sulpice
  4. La salle de jeux de l'hôtel de Transylvanie
  5. Sur la route du Havre
Organico: 2 flauti (2 anche ottavino), 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 cornette, 3 tromboni, timpani, grancassa, piatti, tamburo militare, sonagli, triangolo, arpa, archi
Composizione: 1883
Prima rappresentazione: Parigi, Opéra-Comique, 19 gennaio 1884
Edizione: G. Hartmann, 1884
Dedica: A Madame Carvalho

Sinossi

Atto primo
Cortile di una locanda ad Amiens.
Mentre il banchiere Guillot de Morfontaine e l’appaltatore delle imposte Monsieur de Brétigny pranzano in compagnia di tre allegre donnine, la guardia reale Lescaut accoglie Manon, sua giovane e seducente cugina, dai genitori destinata al convento. Approfittando di una breve assenza di Lescaut, Guillot offre a Manon le sue ricchezze in cambio del suo amore. Ma il colloquio è interrotto dal ritorno di Lescaut, il quale, prima di raggiungere i compagni al tavolo da gioco, mette in guardia la cugina dalle insidie della vita. Nuovamente sola, Manon incontra il Cavaliere Des Grieux: tra i due nasce fulmineo l’amore. Essi fuggono insieme a Parigi, sulla carrozza predisposta da Guillot.

Atto secondo
L’appartamento di Des Grieux.
Des Grieux scrive al Conte suo padre affinché gli permetta di sposare Manon. Dopo avere scoperto il rifugio dei due giovani, Lescaut si presenta alla cugina in compagnia di Brétigny, travestito da guardia. Mentre Lescaut intrattiene Des Grieux, Brétigny informa Manon che quella stessa sera il suo amante sarà rapito per ordine del padre. Poi le promette ricchezze e agi in cambio del suo amore. Dopo breve indugio, il fascino dell’oro conquista Manon: commossa ella ascolta il sogno d’amore di Des Grieux, ma non lo avvisa dell’imminente rapimento.

Atto terzo
La passeggiata del Cours-la-Reine a Parigi.
È un giorno di festa. Lescaut inneggia alla bellezza femminile, mentre Manon, riccamente abbigliata, compare al braccio di Brétigny, suo nuovo amante. Dalle parole del Conte Des Grieux, Manon apprende che il giovane da lei un tempo amato, dopo avere sofferto per la loro separazione, l’ha ora dimenticata ed è in procinto di divenire abate.

Il parlatorio del seminario di Saint-Sulpice.
Il Conte Des Grieux invita il figlio a riflettere prima di votarsi alla vita ecclesiastica. Ma il giovane è risoluto: egli spera, infatti, di dimenticare per sempre Manon. Inaspettata, la giovane lo raggiunge e, in breve, risveglia in lui l’antico amore. Des Grieux fugge con lei.

Atto quarto
L’Hôtel di Transilvania.
Ormai in miseria, Des Grieux tenta la fortuna al gioco. Desideroso di vendicarsi del rivale, Guillot invita Des Grieux a giocare. Ma, dopo aver perduto una considerevole somma di denaro, egli lo accusa di avere barato con la complicità dell’amante e denuncia Manon e Des Grieux alla polizia. Mentre l’intervento del Conte Des Grieux salva il figlio dalla prigione, la giovane è arrestata.

Atto quinto
La strada di Le Havre.
Lescaut e Des Grieux hanno tentato invano di far fuggire Manon, condannata alla deportazione. Corrompendo un sergente della scorta, Lescaut libera Manon che può riabbracciare Des Grieux. Pentita del suo passato, la giovane chiede perdono all’amato e muore, esausta, tra le sue braccia.

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Non c’è alcun dubbio che la figura di Manon Lescaut incarni un archetipo: la femme fatale, bella, irrazionale e volubile quanto priva di senso morale; la donna che incatena a sé e trascina alla rovina l’amante, incapace di resistere al suo fascino. È in questa figura che si riconosce l’eroina del celebre (e scandaloso, per l’epoca) romanzo di Antoine - François Prévost, l’Histoire du Chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut (1731). È pur vero che nel romanzo la protagonista si riscatta grazie all’amore, la sofferenza e la morte tragica, per cui sull’immagine della donna dissoluta e crudele finisce per prevalere quella della donna appassionata e redenta; ma resta il fatto che nell’immaginario collettivo è da sempre stampata la figura della perfida seduttrice, simbolo della femminilità più misteriosa: un personaggio al di fuori del tempo, che costituì un tema centrale del Romanticismo letterario e che ancora all’epoca di Massenet si alimentava del desiderio d’evasione e della pruderie di una società in larga misura borghese e provinciale.

È sul romanzo di Prévost che cadde, nel 1881, la scelta di Massenet per il soggetto di un opéra-comique in cinque atti. Nel libretto, steso da Henri Meilhac in collaborazione con Philippe Gille, si riscontrano differenze cospicue rispetto al modello letterario. Una su tutte: il romanzo di Prévost ruota intorno a una cortigiana, una ragazza giovane ma già corrotta, che si trasforma in una donna sinceramente innamorata. Nell’opera di Massenet Manon è invece una fanciulla ingenua destinata al convento, che sente risvegliarsi in sé il gusto per la vita mondana, per il lusso, e cede alle seduzioni dell’uomo che per la prima volta le parla d’amore. Nella stesura del libretto vi furono interventi diretti da parte del compositore, che suggerì alcuni episodi. Massenet lavorò alla partitura soprattutto tra il maggio e l’ottobre del 1882; l’opera ebbe la sua prima rappresentazione il 19 gennaio 1884, all’Opéra-Comique di Parigi, con un successo vivissimo di pubblico che mise a tacere le perplessità della critica. Massenet predispose anche una versione della partitura nella quale i dialoghi parlati vengono sostituiti da recitativi, forse pensando all’esportazione di Manon nei paesi cui era estranea la tradizione del parlato nell’opera. Questa versione servì per la “prima” italiana, al Teatro Carcano di Milano il 19 ottobre 1893, che ebbe una messinscena curata da Leoncavallo per incarico di Sonzogno. Erano trascorsi solo pochi mesi dal varo della Manon Lescaut di Puccini.

Manon è un opéra-comique: ma per l’epoca di Massenet, il termine è più che altro un relitto lessicale, riferendosi a uno spettacolo d’opera che mantiene la convenzione dei dialoghi recitati. L’alternanza tra canto e parlato determina una caratteristica discontinuità, che per l’opéra-comique è la regola (a differenza del drame lyrique, che invece punta alla continuità musicale). È la stessa discontinuità che si riscontra a livello stilistico: in Manon si alternano stili e linguaggi disparati, che vanno dal comico al serio, dalle citazioni neoclassiche alle aperture romantiche. Non meno vario è il campionario della scrittura vocale: i personaggi sono chiamati, oltre che a pronunciare i dialoghi parlati, a cantare in recitativi, in ariosi, in arie liriche virtuosistiche o intimiste, o in altre nel più puro stile dell’opéra-comique; oltre a ciò Massenet ricorre al mélodrame – che combina musica orchestrale e linguaggio parlato – in misura molto più ampia di quanto si facesse all’epoca nel teatro d’opera francese.

Tutto ciò determina un numero eccezionale di fratture di stile, d’ambiente, di tono. Manon presenta un’architettura frammentaria, che trae dal contrasto stilistico la sua forza: è grazie ad esso che Massenet tratteggia efficacemente i diversi ambienti sociali e i diversi personaggi, passando da un colore mondano a una musica dall’atteggiamento introspettivo, capace di cogliere i moti più intimi dell’animo.

Questa costruzione a mosaico – nella quale si dissolvono, tra l’altro, i ‘numeri’ convenzionali dell’opera in musica – e l’elasticità dello stile vocale sono funzionali: entrambi ritraggono non solo la superficialità dell’ambiente in cui si svolge l’azione, ma anche la costitutiva fragilità di carattere dei due eroi.

Cosa crea, allora, l’unità della partitura, così evidente al di là delle continue fratture? Intanto uno stile vocale particolarmente attento al suono e agli accenti della parola, rispettoso della prosodia e delle inflessioni naturali della lingua parlata; uno stile vocale che produce un’impressione di immediatezza, e diminuisce la distanza tra i dialoghi parlati e il testo intonato. Poi, una rete di temi ricorrenti. Ogni scena dell’opera è animata da uno o più motivi di situazione, che in seguito scompaiono ma possono riapparire in una scena successiva o in un altro atto, caratterizzandosi come motivi di reminiscenza.

Questi temi rispondono a una logica dualistica (evidente già a partire dal preludio): un gruppo di motivi energici corrisponde alla “razionale” società mondana, un altro gruppo di temi lirici fa capo invece ai due protagonisti, che soggiacciono a una passione irrazionale. Ed è rivelatore il fatto che Manon non venga accompagnata da un unico motivo caratterizzante. La musica si adatta al personaggio: al suo umore mutevole, ai molti aspetti della sua personalità fascinosa, alla capacità di passare dai piaceri della vita mondana e dalla malizia civettuola agli slanci dell’amante più appassionata. Anche nel trattamento musicale, Manon resta una figura enigmatica.

Claudio Toscani

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Accantonata l’idea di musicare Phoebé di Henri Meilhac, proposta da Carvalho, direttore dell’Opéra-Comique, Massenet si convinse immediatamente che Manon era il nome giusto per la sua nuova opera. Tratta dal romanzo di Antoine-François Prévost, intitolato Histoire du Chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut (1731), il compositore già nel 1881, subito dopo il successo ottenuto con Hérodiade a Bruxelles, si accinse al lavoro su uno schema di libretto sollecitamente steso da Henri Meilhac, poi ampliato con la collaborazione di Philippe Gille. Due anni durò la composizione dell’opera, che ebbe la prima rappresentazione a Parigi, all’Opéra-Comique, la sera del 19 gennaio 1884, con l’interpretazione di Marie Heilbronn (Manon), Emile-Aléxandre Taskin (Lescaut), Jean-Aléxandre Talazac (il cavaliere Des Grieux), Cobalet (il conte Des Grieux), Grivot (Guillot), Collin (De Brétigny); direttore d’orchestra Jules Danbé.

Vivissimo fu il successo di pubblico con innumerevoli richieste di bis e di chiamate, che prese subito il sopravvento sull’accoglienza della critica alquanto diffidente e perplessa: alcuni sottolinearono esclusivamente i pregi tecnici dell’opera, altri parlarono perfino di wagnerismo. Tuttavia Manon rimase in cartellone all’Opéra-Comique per 78 recite. Cajkovskij, che era presente in una di quelle serate, si congratulò con l’autore, elogiando composizione e messa in scena, poi, parlando più francamente alla von Meck, confessò che il lavoro, sebbene originale ed elegante, non lo coinvolgeva; anzi i dialoghi parlati lo annoiavano e interrompevano una musica pur bella. Alla fine del 1884 Manon venne data all’Her Majesty’s Theater di Londra e nell’autunno dell’85 tornò a Parigi, sempre con la stessa interprete. Dopo alcuni anni la Sanderson debuttò con questa opera all’Aja nel 1888, e solo il 19 ottobre del ’93 ebbe luogo la ‘prima’ italiana, al Carcano di Milano, con la messa in scena curata dallo stesso Leoncavallo su incarico di Sonzogno.

In Francia nel 1721. Manon, fanciulla dal carattere irrequieto e ribelle e destinata dai suoi alla vita monastica, si incontra per caso alla stazione di posta di Amiens con il giovane Des Grieux; fra i due nasce un amore improvviso, irresistibile e insieme fuggono a Parigi. Dopo brevi giorni di felicità nell’appartamento di rue Vivienne, la vita in comune si rivela ben presto un fallimento; ma mentre Des Grieux si dimostra sempre innamorato, tanto da comunicare al padre la ferma intenzione di sposare Manon, questa continua a sognare un’esistenza agiata che il giovane non può offrirle e non disdegna la corte di uomini facoltosi, come il signor De Brétigny, appaltatore delle imposte. Il vecchio conte Des Grieux, irritato con il figlio per il suo colpo di testa che ha gettato lo scandalo sulla casata, ordina di rapire il giovane per troncare la relazione. Manon, saputo da Brétigny del complotto ordito, invece di avvertire il compagno, salvarlo e rimanergli fedele anche nella povertà, preferisce tacere e opta per Brétigny, che le offrirà la prospettiva di una vita agiata. Divenuta la sua amante e mantenuta nel lusso, Manon apprende, durante la festa in Cours-la-Reine, dallo stesso conte Des Grieux che il figlio sta per essere ordinato abate nel convento di Saint-Sulpice. Ella allora lo raggiunge, e il ricordo dell’antica passione si ridesta all’improvviso. Manon è pronta a riconoscere i propri torti, le continue infedeltà, le offese che gli ha arrecato; Des Grieux tenta di resistere, ma infine cede di fronte al fascino della fanciulla e si allontana con lei. All’Hôtel de Transilvanie, equivoco centro della mondanità parigina, i due, a corto di denaro, tentano la fortuna al gioco. Des Grieux vince ripetutamente le partite con un antico e sfortunato corteggiatore di Manon, Guillot, che, stizzito nei confronti dell’avversario, lo accusa di barare con la complicità della sua compagna. Des Grieux viene arrestato, ma dopo poco tempo è di nuovo libero; Manon invece, quale prostituta, è condannata alla deportazione nella lontana America. Il giovane innamorato cerca di salvare la sua donna, ma il piano fallisce per la diserzione degli uomini appositamente assoldati: gli è consentito soltanto rivedere la fanciulla un’ultima volta. Ella appare lacera e stanca e piangendo si getta tra le braccia dell’amato, implorandone il perdono per il male provocato dalle sue leggerezze e dal suo egoismo. Des Grieux la conforta e sogna con lei una futura libertà, ma ormai Manon, spossata dagli stenti, muore poco dopo.

Eroina del libro omonimo dell’abate Antoine-François Prévost (1697-1763), donna o forse bambina, dalla psicologia istintiva, imprevedibile, volubile, simbolo dell’irrazionalità femminile, priva assolutamente di senso morale, Manon soggiace all’alterna attrazione dell’amore e del lusso e trascina nel fango il compagno irrimediabilmente avvinto dalla sua bellezza. Tuttavia il sentimento sincero e totale che ella prova per Des Grieux, come pure il destino infelice e la morte tragica, sembrano redimerla e liberarla dal disonore di una vita meschina e disonesta, tanto da farci dimenticare la Manon avida e crudele, per presentarci una donna completamente dedita e appassionata.

Sullo spartito di Manon (dedicato alla moglie del direttore dell’Opéra-Comique, Carolyne-Félix Miolan-Carvalho, con le parole «J’offre respectueusement la dédicace de cette partition»), l’indicazione recita opéra-comique, un residuo della vecchia terminologia, a causa della presenza delle parti recitate accanto a quelle messe in musica. Tra l’originale di Prévost e l’opera di Massenet stanno almeno due versioni musicali, il balletto di Halévy nel 1830 e l’omonimo opéra-comique di Auber nel 1856, nonché un drame in prosa di Barrière e Fournier nel gusto dei teatri popolari di metà Ottocento. Mentre nel romanzo settecentesco i caratteri picareschi sono accentuati, nella versione di Massenet lo stesso Des Grieux perde la natura di baro, omicida e truffatore e viene assai ‘moralizzato’; così come il sergente Lescaut, da fratello e losca figura diviene cugino e mezzano – ma simpatico. Il libretto di Meilhac e Gille è abbastanza fedele all’originale, salva l’omissione degli avvenimenti in Louisiana, mantenuti nelle versioni precedenti e nell’ultima scena dell’omonima opera di Puccini.

La seconda metà del XIX secolo aveva rimesso in voga, accanto al Medioevo, al moresco e al bizantino, molto del grand siècle, il Settecento; quell’epoca era ritenuta il regno del ‘dolce vivere’, dominato dal lusso, dal piacere e dall’amore, lo spazio e il tempo ideale per la seduzione, per l’evasione erotica, per il sogno licenzioso. Massenet lo recupera nella sua opera secondo la moda del momento, non solo per soddisfare il gusto del pubblico francese, per la spontanea sintonia di stile tra quel secolo e un liberty musicale fatto di piccole frasi languide e sinuose, di melodie brevi e ricurve, ma soprattutto perché nel regno della libertà morale poteva osare di porre in scena, senza i filtri usati da Auber per la sua Manon, la storia d’amore tra una prostituta e un giovane aristocratico e analizzarne in musica i motivi, le cause, le azioni secondo le metodologie introspettive e comunicative del naturalismo. Verdi aveva compiuto lo stesso procedimento di spostamento temporale per narrare le vicende di quella Margherita-Violetta che Dumas aveva concepita contemporanea.

Massenet riesce a dare realtà musicale e giusto colore ai diversi gruppi sociali, agli svariati ambienti (la festa in strada, la casa da gioco, la locanda), ai personaggi di carattere talora contrastante, sempre riuscendo in modo mirabile a descrivere le loro curiosità, i loro desideri più intimi, le loro vanità e avidità. Manon Lescaut non solo denota la natura, i dualismi, la debolezza e la forza delle grandi immorali, da Emma Bovary a mademoiselle De Maupin, fino all’Odette di Swann, ma anche racchiude in sé i sogni di grandezza e le aspirazioni di evasione propri di una società e cultura tipicamente provinciale. La scelta della forma opéra-comique consente al compositore una molteplicità di stili e di maniere, che fanno di Manon un testo musicale di certa singolarità. È interessante riportare a questo proposito quanto osserva Gérard Condé: «A differenza dell’opera, ove la continuità musicale è la regola, l’opéra-comique è una forma frammentata: tra il canto e il parlato, ma eventualmente anche fra stili diversi (...). Ciò che specialmente colpisce in Manon, è il numero eccezionale delle rotture d’ambiente o di tono: passaggi dal parlato al cantato, dal recitativo all’arioso, dallo stile neoclassico all’espressione romantica. Senza parlare dei cambiamenti più o meno bruschi di tonalità (senza modulazione), si possono contare non meno di duecento rotture nette. La partitura si presenta come un vero mosaico – un labirinto, piuttosto, tanto le false simmetrie e le connessioni d’elementi l’uno nell’altro sviano l’analisi». Tuttavia ci sono anche caratteristiche proprie dell’opéra-lyrique: l’uso del melodrame, dei motivi conduttori, dell’adeguatezza della frase musicale alle sfumature della lingua francese; perfino quelle che sono sempre state ritenute delle debolezze idiomatiche, rispetto alle qualità di suono e accento dell’italiano, diventano importanti per l’invenzione melodica, per concepire un canto intimamente plasmato sui valori fonici della parola.

Il preludio del primo atto ci presenta alcuni motivi poi riscontrabili durante l’opera, con un retrogusto nostalgico, una ‘memoria del futuro’ che si ritrova anche in Le Roi de Lahore: la festa di Cours-la-Reine, l’aria di Des Grieux “Manon, sphinx étonnant” esposta dal clarinetto, la chanson de archers, che viene ripresa dal suono del violoncello. Già nel preludio è evidente uno schema dialettico di voluta opposizione tra temi ‘energici’ e temi lirici, proponendo un gioco di contrasto, che ritroveremo anche nel primo atto, impostato sull’alternanza tra due mondi diversi: uno razionale, conformista, mondano e insieme avido della società dominante, l’altro irrazionale, ingenuo e appassionato dei protagonisti. Nell’atto troviamo il coro des bourgeois “Entendez-vous la cloche”, due arie di Manon, che delineano mirabilmente il carattere e la psicologia del personaggio: “Je suis encor tout étourdie” e “Voyons Manon, plus de chimères”, un andantino lento, soffuso di malinconia, delicatamente ornato nel suo attacco da acciaccature; il terzetto Poussette, Javotte, Rosette “Revenez, Guillot, revenez” seguito dal couplet di Lescaut “Ne bronchez pas, soyez gentille” e dal primo dei cinque duetti tra i protagonisti Des Grieux-Manon “Et je sais votre nom”, che presenta reminiscenze di “Voyons Manon” e del tema d’entrata di Des Grieux e costituisce uno schema modello per i duetti seguenti, attribuendo al tenore frasi decise, di carattere lirico, specialmente negli attacchi, e al soprano gli sviluppi e le riprese in ritmo ondulante e sincopato.

Un duetto, la lettura della lettera, l’aria di Manon “Adieu notre petite table”, il sogno di Des Grieux “En fermant les yeux” sono i momenti fondamentali del secondo atto, permeato di motivi conduttori dal preludio fino all’arresto di Des Grieux, sottolineato dal fortissimo dell’orchestra, che ripete una frase dall’addio di Manon. L’atto si articola sul duetto iniziale e sul quartetto di Lescaut, Brétigny, Des Grieux, Manon, nel quale si inserisce un breve episodio a due, un ‘a parte’, di Manon e Brétigny. L’addio di Manon al centro dell’atto è una pagina fortemente intimistica, in cui la melodia sembra nascere dalle parole e seguire delicatamente gli impulsi di ogni sillaba, ora con smorzature, ora con slanci, ora con ripiegamenti dal tono malinconico. Anche il sogno di Des Grieux è un brano musicale molto interessante: «Il la delle viole interminabile, una sequenza morbida di seste e di quinte, i fiati imitativi, la linea melodica fluttuante, la perfetta distribuzione dei valori, dei legati, dei rallentandi, ne fanno un piccolo tableau à la Monet, forse un Debussy prima di Debussy, certo un’epifania del Massenet impressionista» (Modugno).

Il terzo atto comprende due quadri: la kermesse al Cours-la-Reine e il parlatorio di Saint-Sulpice. Il primo si articola in sette scene e nel divertissement, presentandoci un gioco raffinato di proposte, ritorni tematici, rispondenze episodiche, con una vastità rappresentativa che abbraccia l’intera piramide sociale, dal popolo, dai militari ai borghesi, dagli aristocratici agli artisti, ognuno con la propria fisionomia e realtà musicale. Fra i temi corali della kermesse il principale è presente, come accennato, nell’introduzione dell’opera. Il colloquio tra il conte Des Grieux e Brétigny è un mélodrame, procedimento musicale adoperato ampiamente anche nel quadro di Saint-Sulpice; oltre al couplet di Lescaut “A quoi bon l’économie”, i momenti fondamentali di questo quadro sono l’aria di Manon “Je marche sur tous les chemins” a cui si lega la gavotta e il duetto di Manon con il conte Des Grieux “Pardon, mais j’étais là près de vous, à deux pas”, che conclude l’azione, sospesa dal preambolo e dalle quattro entrate del balletto dell’Opéra, in stile lulliano. L’aria del soprano, impreziosita da brillanti vocalizzi, riesce bene a raffigurare l’immagine di Manon, che si presenta al pubblico tutta scintillante di jaisepaillettes; inoltre la singolarità ritmica, tonale, agogica del brano riflette perfettamente la volubilità e l’instabilità del personaggio.

Il secondo quadro ci introduce in un ambiente di carattere opposto al precedente, il parlatorio di Saint-Sulpice, luogo chiuso e intimo, dove Des Grieux si accinge a prendere gli ordini. L’aria di Des Grieux “Ah fuyez douce image”, particolare per il contrasto tra l’atmosfera mistica creata dal suono dell’organo e gli accenti lirici del tenore, il duetto Manon-Des Grieux “Oui, je fus cruelle et coupable!”, interessante soprattutto per lo sviluppo dei motivi conduttori, cui si aggiungono i brevi interventi singoli del conte Des Grieux e Manon, che parla sullo sfondo del Magnificat a quattro voci in stile fugato, rendono perfettamente il clima di contrasto proprio di questo quadro, la mescolanza di sacro e profano, il misticismo del canto dei devoti che si alterna alla sensualità e alla passione dell’incontro tra i due innamorati.

L’atto quarto si apre sull’Hôtel de Transilvanie, una casa da gioco di lusso, un luogo che di nuovo si pone in opposizione al precedente, proponendoci un’animazione analoga a quella del primo atto, con la presenza del terzetto femminile Poussette, Javotte, Rosette, che corrisponde perfettamente a “Revenez, Guillot, revenez” (primo atto) e con la presenza della scena del gioco, che si svolge nell’ansia febbrile data dalle carte e dall’oro, sottilmente descritta dal disegno dell’orchestra; poi l’invocazione di Des Grieux “Manon, sphinx étonnant”, i cui versi sono interamente tratti da Namouna di De Musset e il valzer di Manon “A nous les amours et les roses”, un morceau de salon, un brindisi levato con un calice di vecchio champagne. La perorazione dell’ensemble di chiusura si accende alla Verdi, ma per breve tempo, ripiegando dolorosamente al re minore su cui cala il sipario.

Il quinto atto, dopo le battute di introduzione, la chanson des archers e il bozzetto di Lescaut con i soldati, si concentra sul duetto tra Manon e Des Grieux, che ritorna sui temi chiave uditi nel corso dell’opera (“On m’appelle Manon”, nel primo atto, e “N’est-ce plus ma main?” nel secondo quadro del terzo, e altri ancora), ma ormai come filtrati dal ricordo, vissuti nello spirito della memoria, con la consapevolezza di un tempo ormai passato e irraggiungibile.

Maria Menichini


(1) Testo tratto dal programma di sala del Teatro alla Scala,
Milano, Teatro alla Scala, 4 maggio 2006
(2) Dizionario dell'Opera 2008, a cura di Piero Gelli, edito da Baldini Castoldi Dalai editore, Firenze, 2007

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Ultimo aggiornamento 19 aprile 2016
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