Glossario



Quartetto per archi n. 2 in la minore, op. 13 (MWV R 22)

Musica: Felix Mendelssohn-Bartholdy
  1. Adagio (la maggiore). Allegro vivace (la minore)
  2. Adagio non lento (fa maggiore)
  3. Intermezzo. Allegretto con moto (la minore). Allegro di molto (la maggiore)
  4. Presto (la minore)
Organico: 2 violini, viola, violoncello
Composizione: Berlino, 26 Ottobre 1827
Prima esecuzione: Parigi, Salle de Concert du Conservatoire Nationale de Musique, 14 Febbraio 1832
Edizione: Breitkopf & Härtel, Lipsia, 1829

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

La produzione quartettistica di Felix Mendelssohn è stata a lungo vittima di un pregiudizio estetico che la condannava come "classicista" ed "epigonica", influenzandone negativamente la recezione fino a tempi relativamente recenti. Del resto il giovanissimo Mendelssohn iniziò a dedicarsi intensamente alla composizione di Quartetti per archi tra il 1827 e il 1830, anni di grande fermento nel mondo musicale tedesco che cominciava a elaborare il peso del lascito beethoveniano, in particolare quello degli ultimi, enigmatici Quartetti.

Ed è proprio con l'op. 13 in la minore, il suo secondo Quartetto, composto nel 1827 e pubblicato nel 1830, che il diciottenne Mendelssohn si confrontò con l'eredità beethoveniana, coniugandola con le proprie precedenti conquiste sul piano tecnico e stilistico, che matureranno soprattutto nel capolavoro dell'Ottetto op. 20. Il giovane Felix aveva potuto conoscere direttamente gli ultimi Quartetti di Beethoven attraverso lo studio delle partiture che suo padre Abraham, pur non condividendo la passione beethoveniana dei propri figli, non mancava di procurare per l'aggiornatissima biblioteca di casa. Felix e sua sorella Fanny furono elettrizzati da questa nuova scoperta. In una lettera all'amico compositore svedese Lindblad, datata febbraio 1828, Felix esprimeva con grande consapevolezza il suo entusiasmo per i tardi Quartetti beethoveniani: «Hai visto il suo nuovo Quartetto in si bemolle maggiore [op. 130]? E quello in do diesis minore [op. 131]? Cerca di conoscerli, per favore! [...] Le relazioni reciproche dei quattro movimenti e delle loro parti in una Sonata, il cui segreto si può riconoscere da subito per il solo fatto che un tale brano esiste, tutto ciò deve entrare nella musica. Aiutami a realizzarlo!»

Nel caso del Quartetto in la minore op. 13, l'omaggio di Mendelssohn a Beethoven avviene in maniera raffinata e articolata, elaborandolo in un linguaggio del tutto personale. Sul piano strutturale e formale, è subito evidente sin dall'inizio del primo movimento, Adagio-Allegro vivace, un'allusione diretta al Quartetto op. 132 di Beethoven, con l'Adagio di apertura e un primo tema di veloci semicrome seguite da un passaggio più lirico. Ad un livello più profondo, l'omaggio beethoveniano è presente nell'impiego "ciclico" del materiale motivico, comune a tutti e quattro i movimenti, che funge al contempo da nucleo tematico e da motto poetico di natura "extra-musicale".

L'op. 13 è preceduta infatti da un Lied di propria composizione intitolato Ist es wahr? ("È vero?") e definito come "Tema". Si tratta di una scelta palesemente derivata da quanto fatto da Beethoven con l'Heiliger Dankgesang dell'op. 132 o Der schwer gefasste Entschluss dell'op. 135, il cui Muss es sein viene evocato dal contorno ritmico e melodico del motivo del Lied di Mendelssohn. Tale nucleo tematico compare esplicitamente verso la fine dell'Adagio introduttivo, mentre nella conclusione del finale vi è una più ampia citazione dal Lied, quasi a mo' di risposta alla domanda posta inizialmente dallo stesso Lied. La tecnica dell'unità motivica diventa dunque mezzo di coerenza poetica: il motivo ricorre nel tema principale del primo movimento, torna in forma di variante e poi di inversione nel secondo movimento, Adagio; l'inversione diventa poi il primo tema dell'Intermezzo e infine costituisce il soggetto fugato nello sviluppo del finale. L'elaborazione tematica rivela già una notevole maturità, manifestandosi come una sorta di "contrappunto melodico" - vera e propria "firma dell'autore" - caratterizzato dalla presenza di innumerevoli passaggi imitativi e dal contrappunto delle voci interne, combinato con passaggi di natura più lirica.

Dal punto di vista del trattamento della forma, il Quartetto mostra una grande varietà di modelli che rivelano una certa matura originalità nella scrittura per archi. Se nel secondo movimento, l'Adagio in fa maggiore che combina Lied e fugato, il debito beethoveniano è più evidente, richiamando esplicitamente il Quartetto op. 95 in fa minore, l'Intermezzo (Allegretto con moto - Allegro di molto) che sostituisce il tradizionale Scherzo, annuncia tutta la sua originalità nel caratteristico andamento ritmico-melodico "elfico" degli archi che contrassegna tanta musica mendelssohniana (prima fra tutte l'Ouverture per A Midsummer Night's Dream di Shakespeare).

Il finale, Presto-Adagio non lento è uno dei movimenti più complessi del giovane Mendelssohn, in cui la forma-sonata viene "spezzata" dall'intervento di recitativi solistici di natura concertante del primo violino e dal ritorno ciclico del nucleo motivico del Lied e dell'Adagio iniziale. Dal punto di vista formale il modello è ancora esplicitamente Beethoven, in particolare il movimento d'apertura della Sonata per pianoforte op. 31 n. 2, con i suoi recitativi drammatici, ma anche il finale del Quartetto op. 132.

L'omaggio dichiarato al grande compositore tedesco, morto pochi mesi prima, si rivela dunque catalizzatore di inventiva personale e stimolo per la sperimentazione di tecniche compositive di grande complessità.

Anna Ficarella

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Il Quartetto op. 13 di Mendelssohn è stato scritto tra il luglio e l'ottobre del 1827, per essere pubblicato solamente 3 anni più tardi da Breitkopf & Härtel a Lipsia; è una composizione che rivela la grande padronanza tecnica del giovanissimo compositore e la sua vasta conoscenza del più recente repertorio musicale. Molti commentatori vedono come suo punto di riferimento le composizioni di Beethoven: in particolare Mendelssohn si sarebbe appropriato di elementi del Quartetto op. 132 da cui sarebbero derivati il materiale tematico del primo movimento, la densa scrittura contrappuntistica e l'introduzione recitativa del finale. Secondo altri invece, l'alternanza di elementi lirici e contrappuntistici richiama, come modello, il Quartetto op. 95 in fa minore. Di impronta più genericamente beethoveniana sarebbero inoltre l'articolazione bipartita del soggetto principale, la sua efficacia polifonica, e l'utilizzazione di un motto di apertura.

Il Quartetto op. 13 ci mostra un compositore che, alla sua seconda esperienza nel genere, abbandona decisamente l'articolazione classica, che invece aveva in precedenza rispettato, per affrontate una forma molto più articolata. La composizione si apre con un Adagio introduttivo, una tecnica già cara ad Haydn ma che ora viene piegata a fini espressivi completamente diversi: la breve frase di apertura, immediatamente sviluppata, porta infatti alla citazione dell'inizio del Lied op. 9 n. 1 dello stesso Mendelssohn, sulle parole «Ist es wahr?» («E' vero?»), un motto interrogativo che richiama il simile procedimento utilizzato da Beethoven nella Sonata op. 81/a per pianoforte "Les Adieux". L'angosciosa introduzione, pare originata da una delusione amorosa, è quindi collegata attraverso un tremolo della viola al primo movimento - Allegro vivace - di grande intensità scritto in una forma sonata atipica. Il primo tema, caratterizzato da un ritmo puntato discendente, è accennato ed elaborato in entrate canoniche dagli altri tre strumenti prima di essere esposto in maniera completa dal violino primo e introdotto ed accompagnato da elementi con cui sarà successivamente combinato contrappuntisticamente. Uno squarcio lirico conduce all'esposizione del secondo tema del movimento che, collocato quasi in posizione centrale, precede di poco una ripresa abbreviata. Il secondo movimento - Adagio non lento - combina un primo tema cantabile ad un secondo più cromatico, con una sezione centrale in cui l'indicazione poco più animato coincide con cambiamenti di misura (da 3/4 a 4/4 e viceversa), cui segue la ripresa dell'andamento iniziale. Il posto dello scherzo è occupato da un Intermezzo in misura binaria, un "pezzo caratteristico" di ispirazione romantica più che uno scherzo di ascendenza beethoveniana. Conclude la composizione un Presto finale in forma sonata in cui la ripresa dell'Adagio introduttivo, a sua volta interrotta da un recitativo del primo violino, conclude la composizione.

Andrea Rossi-Espagnet


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 23 Gennaio 2009
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 25 febbraio 1999

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Ultimo aggiornamento 25 gennaio 2015
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