Glossario



Ein Sommernachstraum (Sogno d'una notte d'estate), op. 21 (MWV P3)

Ouverture da concerto in mi maggiore per orchestra

Musica: Felix Mendelssohn-Bartholdy
Organico: 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, oficleide, timpani, archi
Composizione: Berlino, 6 Agosto 1826
Prima esecuzione: Stettino, Stadttheater, 20 Febbraio 1827
Edizione: Breitkopf & Härtel, Lipsia, 1830

Scritta per la musica di scena del dramma "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare; per la versione completa vedi op. 61

Guida all'ascolto (nota 1)

Addì 19 novembre 1826 a Berlino, nella lussuosa residenza paterna della Leipziger Strasse, presente una piccola udienza di familiari e di amici, Felix Mendelssohn suonò al pianoforte a quattro mani con la sorella Fanny la sua nuovissima composizione ispirata da Shakespeare. Si trattava di un'ouverture da concerto, nella quale il ragazzo diciassettenne aveva tradotto in suoni le impressioni riportate dalla lettura del Sogno di una notte di mezza estate. Come era solito fare, aveva buttato giù le sue note direttamente in partitura: per una ragazza di buona famiglia come Fanny, leggere a quattro mani una partitura fresca d'inchiostro non costituiva un problema, anche se non si fosse chiamata Mendelssohn-Bartholdy e non avesse avuto a fianco un fratellino come Felix. In questa serra domestica affettuosa, un tantino sofisticata e satura di una cultura mondanamente eclettica non meno che solidissima, s'aprì dunque questo fiore di un talento precoce e prodigioso: non sapremmo se più per l'intrinseca qualità di ciò che andava producendo o per quella quasi provocante felicità che non sempre aveva accompagnato i favolosi esordi dello stesso Mozart. Il quale - sia detto a sua maggiore gloria - come ogni grande santo conobbe fin dagl'inizi dubbi, smarrimenti, dolore e perfino (o eroica virtù) si lasciò indurre in tentazione con qualche strafalcione di contrappunto, pazientemente corretto dal buon Padre Martini.

Mendelssohn non divenne santo, per la chiara ragione che era nato cherubino o serafino: gerarchie angeliche (come un tempo c'insegnava il catechismo) le più vicine a Dio, quindi le più perfette, immote e luminose: forse troppo. Fuor di metafora, molte sono le cose che, in quel pezzo di musica, caduto dal cielo, fanno paura per la loro raggiante perfezione. Il magistero della forma e del cesello orchestrale; l'idea poetica che pare accendersi alle parole stesse del titolo della féerie scespiriana, irradiando ovunque visioni di sogno tradotte in suoni. Suoni di natura, e di sovrannatura, in quel bulichìo luminoso e lieto di foreste immaginarie popolate di fate e di elfi benigni, inclini tutt'al più a bonari scherzi. Ogni descrittivismo grettamente realistico è bandito, o tutt'al più confinato ai margini di una poetica dove il bello detiene saldissimamente le sue secolari posizioni contro le oscure minacce del vero e del soggettivo. Così il raglio asinino di Bottom, le fanfare festive del corteggio di Oberon si traducono, una volta per sempre, in puri segni musicali. Quando, quindici anni dopo, il Maestro ritornerà sulla prediletta pièce scespiriana per farle dono di un corpo organico di musiche di scena, non potrà che riandare al prodigio della propria adolescenza, irradiandone l'eco nei numeri vocali e strumentali di una partitura che poco aggiunge a quanto era già stato detto una volta per tutte, nell'Ouverture: manifesto imperfettibile di quel romanticismo immaginario che Mendelssohn, da quel gran signore e israelita saggio che era, aveva pensato bene, a scanso di pericoli, di costruirsi nel luogo più sereno e appartato del suo privato giardino spirituale.

Giovanni Carli Ballola


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 26 gennaio 1975

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