Glossario



Lamento d'Arianna, SV 107

a cinque voci e basso continuo

Musica:
Claudio Monteverdi
Testo: Ottavio Rinuccini
  1. Lasciatemi morire
  2. Teseo, Teseo mio
  3. Dove, dov'è la fede
  4. Ahi che non pur risponde
Organico: 2 soprani, contralto, tenore, basso, basso continuo
Edizione: Ricciardo Amadino, Venezia, 1614 in Sesto Libro de Madrigali

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Campione della novità e dell'avventura creativa, Claudio Monteverdi è il musicista che più di altri, nella transizione fra Cinque e Seicento, scandisce, con la propria opera, la graduale migrazione dell'arte musicale verso nuovi orizzonti. Motore della sua poetica è la capacità di far musica nei suoi molteplici aspetti. Dalla polifonia madrigalistica, ch'egli conduce ai vertici della qualità artistica e perfezione formale, alle monodie su basso continuo; dal sobrio "recitar cantando" all'opera vera e propria; dalla polifonia a cappella allo stile concertato nel genere sacro. Nell'intero suo catalogo, costante è l'intenzione di comunicare mediante la voce, cantante o recitante, i contenuti e gli accenti dei testi prescelti. È dalle parole, dai versi, dalle frasi poetiche alle quali si rivolge, che Monteverdi attinge i profili delle melodie con le quali trasfigura e riveste quei contenuti stessi.

Unico brano superstite del melodramma concepito per la corte mantovana, il Lamento di Arianna è frutto così evidente e riuscito delle maniere nuove che, dopo il debutto operistico del 1608, l'autore - mentre dell'originale dovevano certamente circolare copie manoscritte - lo rielabora nella stesura per cinque voci che apre il Libro Sesto (1614) dei suoi madrigali, e, molti anni dopo, in un'ulteriore adattamento. Sacro, quest'ultimo, in veste di "contrafactum" monodico, con testo latino, intitolato Pianto della Madonna sopra il Lamento d'Arianna, e inserito nel 1640 nella Selva morale e spirituale.

Rielaborato e modificato, dunque, dal suo stesso autore, già all'epoca quel Lamento diverrà materia d'imitazione-emulazione da parte di altri compositori, sia in abito polifonico, sia monodico. E, a conferma dell'interesse suo personale e degli appassionati di musica per quella pagina, nel 1623, di tutta l'opera, Monteverdi pubblica almeno questo celebre Lamento, trattandosi, com'egli stesso sottolinea, della «più essential parte». Il turbamento lacerante che percorre quella monodia è espresso anzitutto nelle alterazioni cromatiche (fin dall'iniziale «Lasciatemi morir»), nelle disarmonie tra canto e basso continuo, nell'audacia degli intervalli, densi di tinte patetiche.

Le ambizioni drammaturgiche della musica monteverdiana sono certamente sollecitate dalla stretta e documentata collaborazione con il poeta Ottavio Rinuccini, illustre autore dei versi di Arianna (così come di altre opere teatrali di quella stagione pionieristica del melodramma) «ancorché non sapesse di musica - testimonia il contemporaneo Giovan Battista Doni - supplendo a ciò col suo giudizio finissimo e con l'orecchia esattissima che possedeva; come anco si può conoscere dalla qualità e testura delle sue poesie». Un clima di aspirazioni classicheggianti, in quell'epoca e in quegli ambienti, dal quale Monteverdi si fa volentieri contagiare, orientandosi a un'omogeneità di condotta compositiva che punta a una dimensione levigata e coerente, favorita dal monotematismo dell'argomento mitologico, con il lieto fine delle nozze di Bacco e Arianna, obbligatorio anche per l'occasione delle nozze ducali di Mantova, contingente pretesto alla nuova creazione operistica.

I propositi di comunicazione teatrale suscitano nel musicista la scelta di uno stile che, se nell'insieme appare oratorio (per assecondare le forbitezze retoriche che grondano dai versi di Rinuccini), più sovente assume un profilo declamatorio per sottolineare le riprese lessicali: e quindi note ribattute con poche varianti, contenute distanze intervallari e così via, per ottenere il clima patetico necessario a quella cornice. Tutto sommato, un linguaggio che mostra di saper recepire a fondo le esigenze drammatiche, nonostante i tempi di lavoro strettissimi, probabilmente due o tre mesi, ai quali Monteverdi fu costretto dalle scadenze preparatorie: un'urgenza assillante che, ancora molti anni dopo, riemergerà dal suo epistolario come negativo, opprimente ricordo.

Francesco A. Saponaro

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Al Sesto Libro di Madrigali appartiene quello che si può considerare come il capolavoro più popolare di Monteverdi, il celebre Lamento d'Arianna, o per essere più precisi le versione madrigalistica della sesta scena dell'opera Arianna che egli aveva scritto, sul libretto del Rinuccini, per i festeggiamenti che ebbero luogo a Mantova nel 1608 in occasione della celebrazione del matrimonio tra l'infanta Margherita di Savoia e il Principe ereditario di Mantova. Come s'è detto di quest'opera - la seconda in ordine di tempo di quelle composte dal Monteverdi -. non si conserva che quest'unica scena, il resto essendo andato disperso. Era stata essa a determinare il successo dell'opera e, come riferisce il Bonini poco tempo dopo: «non è stata casa la quale avendo cembali e tiorbe in casa, non avesse il Lamento di Arianna». Il Doni nel suo Trattato della musica scenica la definisce come «forse la più bella composizione che sia stata fatta a tempi nostri in questo genere». Monteverdi stesso ci doveva tener moltissimo com'è dimostrato dal fatto che egli la citava spesso nelle sue lettere, ma soprattutto dalla circostanza che, dopo averne dato la presente versione corale, la pubblicò nella originale forma monodica insieme con la Lettera amorosa e la Partenza amorosa, (1623) e successivamente la trasformò in un Lamento alla Madonna stampato nella «Selva morale e spirituale» (1641).

Roman Vlad

Testo

Lasciatemi morire, lasciatemi morire,
e che volete voi che mi conforte in così dura sorte in così gran martire.
Lasciatemi morire, lasciatemi morire.
O Teseo, o Teseo mio si che mio ti vò dir che mio pur sei benché t'involi ahi crudo agli occhi miei.
Volgiti Teseo mio, volgiti Teseo o Dio volgiti indietro a rimirar colei che lasciato ha per te la Patria e il regno.
E in queste arene ancora cibo di fere di spietate e crude lascierà l'ossa ignude.
O Teseo, o Teseo mio se tu sapessi o Dio se tu sapessi oimé come s'affanna la povera Arianna forse forse
pentito rivolgeresti ancor la prora al lito ma con l'auree serene tu te ne vai felice et io qui piango.
A te prepara Atene liete pompe superbe ed io rimango cibo di fere in solitarie arene.
Te l'uno e l'altro tuo vecchio parente stringeran lieti et io più non vedrovvi o Madre o Padre mio.
Dove dov'è la fede che tanto li giuravi così ne l'alta fede tu mi ripon degl'Avi?
Son queste le corone onde m'adorni il crine?
Questi gli scettri sono queste le gemme e gli ori? lasciarmi in abbandono a fera che mi strazi e mi divori.
Ah Teseo, ah Teseo mio lascirai tu morire invan piangendo invan gridando aita la misera Arianna c'ha te fidossi
e ti die gloria e vita.
Ahi che non pur rispondi ahi che più d'aspe è sordo a miei lamenti o nembi o turbi o venti sommergetelo voi
dentr'a quell'onde correte orche e balene e delle membra immonde empiete le voragini profonde; che parlo
ahi che vaneggio misera oimé che chieggio.
O Teseo, o Teseo mio non son non son quell'io non son quell'io che i feri detti sciolse, parlò l'affanno mio parlò
il dolore parlò la lingua si ma non già il core.
Misera ancor dolo a la tradita speme e non si spegne fra tanto scherno ancor d'amor il foco spegni tu morte o
mai le fiamme indegne.
O Madre o Padre ode l'antico Regno superbi alberghi ov'ebbi d'or la cuna.
O servi o fidi amici (ahi fato indegno) mirate ove m'ha scort'empia fortuna.
Mirate di che duol m'ha fatto erede l'amor mio la mia fede e l'altrui inganno.
Così va chi tropp'ama e troppo crede.
Lasciatemi morire... Lasciatemi morire.


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium di via della Conciliazione, 8 marzo 1996
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Eliseo, 10 gennaio 1955

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Ultimo aggiornamento 8 ottobre 2015
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