Glossario
Guida all'ascolto



La coronatione di Poppea, SV 308

Opera regia in un prologo e tre atti

Testo del libretto

PROLOGO

Fortuna, Virtù, Amore

La Fortuna, la Virtù, ed Amor nell’aria contrastano di superiorità, e ne riceve la preminenza, Amore.
FORTUNA
Deh, nasconditi, o Virtù,
Già caduta in povertà,
Non creduta deità,
Nume ch’è senza tempio,
Diva senza devoti, e senza altari,
Dissipata,
Disusata,
Abborrita,
Mal gradita,
Ed in mio paragon sempre schernita.
Chi professa virtù non speri mai
Di posseder richezza, o gloria alcuna,
Se protetto non è dalla Fortuna!
VIRTÙ
Deh, sommergiti, malnata,
Rea chimera delle genti,
Fatta Dea dagl’imprudenti.
Io son la vera scala,
Per cui natura al sommo ben ascende.
Io son la tramontana,
Che sola insegno agl’intelletti humani
L’arte del navigar verso l’Olimpo.
Può dirsi, senza adulazione alcuna,
Il puro incorrutibil esser mio
Termine convertibile con dio,
Che ciò non si può dir di te, Fortuna.
AMORE
Che vi credete, o dee,
Divider fra di voi del mondo tutto
La signoria, e’ l governo,
Escludendone Amore,
Nume, ch’è d’ambe voi tanto maggiore?
Io le virtudi insegno,
Io le fortune domo,
Questa bambina età
Vince d’antichità
Il tempo, e ogn’ altro dio:
Gemelli siam l’Eternitade ed io.
Riveritemi,
Adoratemi,
E di vostro sovrano il nome datemi.
FORTUNA E VIRTÙ
Uman non è, non è celeste core,
Che contender ardisca con Amore.
AMORE
Oggi in un sol certame,
L’un e l’altra di voi da me abbattuta,
Dirà, che ‘l mondo a’ cenni miei si muta.
(Ad un cenno di Amore il cielo svanisce)

ATTO PRIMO

Scena prima

Si muta la scena nel palazzo di Poppea.

Ottone, Due Soldati della guardia di Nerone, che dormono.

Ottone, amante di Poppea al schiarir dell’alba visita l’albergo della sua amata, esagerando le sue passioni amorose, e vedendo addormentate in strada le guardie di Nerone, che in casa di Poppea dimora in contenti, compiange le sue miserie.
OTTONE
E pur io torno qui, qual linea al centro,
Qual foco a sfera e qual ruscello al mare,
E se ben luce alcuna non m’appare,
Ah’! so ben io, che sta l mio sol qui dentro.
Caro tetto amoroso,
Albergo di mia vita, e del mio bene,
Il passo è l cor ad inchinarti viene.
Apri un balcon, Poppea,
Col bel viso in cui son le sorti mie,
Previeni, anima mia, precorri il die.
Sorgi, e disgombra omai,
Da questo ciel caligini, e tenebre
Con il beato aprir di tue palpebre.
Sogni, portate a volo,
Fate sentire in dolce fantasia
Questi sospir alla diletta mia.
Ma che veggio, infelice?
Non già fantasmi o pur notturne larve,
Son questi i servi di Nerone; ahi, ahi dunque
Agl’ insensati venti
Io diffondo i lamenti.
Necessito le pietre a deplorarmi.
Adoro questi marmi,
Amoreggio con lagrime un balcone,
E in grembo di Poppea dorme Nerone.
Ah perfida Poppea,
Son queste le promesse e i giuramenti,
Ch’accessero il cor mio?
Io son quell’ Ottone,
Che ti seguì,
Che ti bramò,
Che ti servì,
Che t’adorò,
Che per piegarti e intenerirti il core
Di lagrime imperlò preghi devoti,
Gli spirti a te sacrificando in voti.
Ma l’aria è l cielo a’ danni miei rivolto,
tempestò di ruine il mio raccolto.

Scena seconda

Ottone e due Soldati, che si risvegliano.

Soldati di Nerone si svegliano, e da’ patimenti sofferti in quella notte malediscono gl’amori di Poppea, e di Nerone, e mormorano della corte.
PRIMO SOLDATO
Chi parla ? Chi va lì?
Ohimè, ancor non è di!
Sorgono pur dell’alba i primi rai.
Non ho dormito in tutta notte mai.
SECONDO SOLDATO
Camerata, che fai?
Par che parli sognando.
Su, risvegliati tosto,…
Guardiamo il nostro posto.
PRIMO SOLDATO
Sia maledetto Amor, Poppea, Nerone,
E Roma, e la milizia,
Soddisfar io no posso alla pigrizia
Un’ora, un giorno solo.
SECONDO SOLDATO
La nostra imperatrice
Stilla se stessa in pianti,
E Neron per Poppea la vilipende;
L’Armenia si ribella, Ed egli non ci pensa.
La Pannonia dà all’armi, ed ei se ne ride,
Così, per quant’io veggio,
L’impero se ne va di male in peggio.
PRIMO SOLDATO
Dì pur che il prence nostro ruba a tutti
Per donar ad alcuni;
L’innocenza va afflitta
E i scellerati stan sempre a man dritta.
SECONDO SOLDATO
Sol del pedante Seneca si fida.
PRIMO SOLDATO
Di quel vecchio rapace ?
SECONDO SOLDATO
Di quel volpon sagace!
PRIMO SOLDATO
Di quel reo cortigiano
Che fonda il suo guadagno
Sul tradire il compagno!
SECONDO SOLDATO
Di quell’ empio architetto
Che si fa casa sul sepolcro altrui !
PRIMO SOLDATO
Non ridire ad alcun quel che diciamo.
Nel fidarti va scaltro;
Se gl’occhi non si fidan l’un dell’altro
E però nel guardar van sempre insieme.
SECONDO E PRIMO SOLDATO
Impariamo dagl’occhi,
A non trattar da sciocchi.
Ma, già s’imbianca l’alba, e vien il dì;
Taciam, Neron’ è qui.

Scena terza

Poppea, Nerone.

Poppea, e Nerone escono al far del giorno amorosamente abbracciati, prendendo commiato l’un dall’altro con tenerezze affettuose.
POPPEA
Signor, deh non partire,
Sostien che queste braccia
Ti circondino il collo,
Come le tue bellezze
Circondano il cor mio.
NERONE
Poppea, lascia ch’io parta.
POPPEA
Non partir, Signor, deh non partire.
Appena spunta l’alba, e tu che sei
L’incarnato mio sole,
La mia palpabil luce,
E l’amoroso dì della mia vita,
Vuoi sì repente far da me partita?
Deh non dir de partir,
Che di voce sì amara a un solo accento,
Ahi perir, ahi spirar quest’alma io sento.
NERONE
La nobiltà de’ nascimenti tuoi
Non permette che Roma
Sappia che siamo uniti,
In sin ch’ Ottavia non rimane esclusa
Col repudio da me.
POPPEA
Vanne ben mio
NERONE
In un sospir che vien
Dal profondo del cor,
Includo un bacio, o cara, ed un addio:
Si rivedrem ben tosto, idolo mio.
POPPEA
Signor, sempre mi vedi,
Anzi mai non mi vedi,
Perché s’è ver, che nel tuo cor io sia,
Entro al tuo sen celata,
Non posso da’ tuoi lumi esser mirata.
NERONE
Adorati miei rai,
Deh restatevi omai!
Rimanti, o mia Poppea,
Cor, vezzo, e luce mia…
POPPEA
Deh non dir di partir,
Che di voce sì amara a un solo accento,
Ahi perir, ahi spirar quest’alma io sento.
NERONE
Non temer, tu stai meco a tutte l’ore,
Splendor negl’ occhi, e deità nel core.
Se ben io vò
Pur teco io sto.
Il cor dalle tue stelle
Mai non si divelle;
Io non posso da te viver disgiunto
Se non si smembra la unità del punto.
POPPEA
Tornerai ?
NERONE
Tornerò.
POPPEA
Quando ?
NERONE
Ben tosto.
POPPEA
Ben tosto, me ‘l prometti ?
NERONE
Te ‘l giuro.
POPPEA
E me l’osserverai ?
NERONE
E s’a te non verrò, tu a me verrai.
POPPEA
Addio Nerone, addio…
NERONE
Poppea, Poppea, addio…
POPPEA
Addio, Nerone, addio.
NERONE
Addio, Poppea, ben mio.

Scena quarta

Poppea, Arnalta.

Poppea con Arnalta vecchia sua consigliera discorre della speranza sua alle grandezze; Arnalta la documenta, e ammaestra a non fidarsi tanto de’ grandi, né di confidar tanto nella Fortuna.
POPPEA
Speranza, tu mi vai
Il genio lusingando,
E mi circondi intanto
Di regio sì, ma immaginario manto,
No, non temo, no, di noia alcuna,
Per me guerreggia Amor, e la Fortuna.
ARNALTA
Ahi figlia, voglia il cielo,
Che questi abbracciamenti
Non sian un giorno i precipizi tuoi.
POPPEA
No, non temo.
ARNALTA
L’imperatrice Ottavia ha penetrati
Di Neron gli amori,
Ond’ io pavento e temo
Ch’ ogni giorno, ogni punto
Sia di tua vita il giorno, il punto estremo.
La pratica coi regi è perigliosa,
L’amor e l’odio non han forza in essi,
Sono gli affetti lor puri interessi.
Se Neron t’ama, è mera cortesia,
S’ei t’abbandona, non ten puoi dolere.
Per minor mal ti converrà tacere.
Con lui tu non puoi mai trattar del pari,
E se le nozze hai per oggetto e fine,
Mendicando tu vai le tue ruine.
Mira, mira Poppea,
Dove il prato è più ameno e dilettoso,
Stassi il serpente ascoso.
Dei casi le vicende son funeste;
La calma è profezia delle tempeste.
Ben sei pazza, se credi
Che ti possano far contenta e salva
Un garzon cieco ed una donna calva.

Scena quinta

Si muta la scena nella città di Roma.

Ottavia, Nutrice.

Ottavia imperatrice esagera gl’affanni suoi con la nutrice, detestando i mancamenti di Nerone suo consorte. La Nutrice scherza seco sopra novelli amori per traviarla da’ cupi pensieri; Ottavia resistendo constantemente persevera nell’afflizioni.
OTTAVIA
Disprezzata regina,
Del monarca romano afflitta moglie,
Che fo, ove son, che penso?
O delle donne miserabil sesso:
Se la natura è l cielo
Libere ci produce,
Il matrimonio c’incatena serve.
Se concepiamo l’uomo,
O delle donne miserabil sesso,
Al nostr’empio tiran formiam le membra,
Allattiamo il carnefice crudele
Che ci scarna e ci svena,
E siam forzate per indegna sorte
A noi medesme partorir la morte.
Nerone, empio Nerone,
Nerone, marito, o dio, marito
Bestemmiato pur sempre
E maledetto dai cordogli miei,
Dove, ohimè, dove sei?
In braccio di Poppea,
Tu dimori felice e godi, e intanto
Il frequente cader de’ pianti miei
Pur va quasi formando
Un diluvio di specchi, in cui tu miri,
Dentro alle tue delizie i miei martiri.
Destin, se stai lassù,
Giove ascoltami tu,
Se per punir Nerone
Fulmini tu non hai,
D’impotenza t’accuso,
D’ingustizia t’incolpo;
Ahi, trapasso tropp’oltre e me ne pento,
Sopprimo e seppelisco
In taciturne angoscie il mio tormento.
O ciel, deh, l’ira tua s’estingua,
Non provi i tuoi rigori il fallo mio,…
NUTRICE
Ottavia, o tu dell’universe genti
Unica Imperatrice;…
OTTAVIA
…Errò la superficie, il fondo è pio,
Innocente fu il cor, peccò la lingua.
NUTRICE
Odi di tua fida nutrice, odi gli accenti.
Se Neron perso ha l’ingegno,
Di Poppea ne’ godimenti,
scegli alcun, che di te degno,
D’abbracciarti si contenti.
Se l’ingiuria a Neron tanto diletta,
Abbi piacer tu ancor nel far vendetta.
E se pur aspro rimorso
Dell’onor t’arreca noia,
Fa riflesso al mio discorso,
Ch’ogni duol ti darà gioia.
L’infamia sta gli affronti in sopportarsi,
e consiste l’onor in vendicarsi.
OTTAVIA
No, mia cara nutrice:
La donna assasinata dal marito
per adultere brame,
Resta oltraggiata sì, ma non infame!
Per il contrario resta lo sposo inonorato,
Se il letto marital li vien macchiato.
NUTRICE
Figlia e signora mia, tu non intendi
Della vendetta il principale arcano.
L’offesa sopra il volto
D’una sola guanciata
Si vendica col ferro e con la morte.
Chi ti punge nel senso,
Pungilo nell’onore,
Se bene a dirti il vero,
Nè pur così sarai ben vendicata;
Nel senso vivo te punge Nerone,
E in lui sol pungerai l’opinione.
Fa riflesso al mio discorso,
Ch’ogni duol ti sarà gioia.
OTTAVIA
Se non ci fosse né l’onor, né dio,
Sarei nume a me stessa, e i falli miei
Con la mia stessa man castigherei,
E però lunge dagli errori intanto
Divido il cor tra l’innocenza e l’ pianto.

Scena sesta

Seneca, Ottavia, Valletto.

Seneca consola Ottavia ad esser constante. Valletto paggio d’Ottavia per trattenimento dell’imperatrice burla Seneca al quale Ottavia si raccomanda, e va a porger preghiere al tempio.
SENECA
Ecco la sconsolata
Donna, assunta all’impero
Per patir il servaggio: o gloriosa
Del mondo imperatrice,
Sovra i titoli eccelsi
Degl’insigni avi tuoi conspicua e grande,
La vanità del pianto
Degl’ occhi imperiali è ufficio indegno.
Ringrazia la fortuna,
Che con i colpi suoi
Ti cresce gl’ornamenti.
La cote non percossa
Non può mandar faville;
Tu dal destin colpita
Produci a te medesma alti splendori
Di vigor, di fortezza,
Glorie maggiori assai, che la bellezza.
OTTAVIA
Tu mi vai promettendo
Balsamo dal veleno,
E glorie da tormenti.
Scusami, questi son,
Seneca mio,
Vanità speciose,
Studiati artifici,
Inutili rimedi agl’infelici.
VALLETTO
Madama, con tua pace,
Io vo’ sfogar la stizza, che mi move
Il filosofo astuto, il gabba Giove.
M’accende pure a sdegno,
Questo miniator di bei concetti.
Non posso star al segno,
Mentre egli incanta altrui con aurei detti.
Queste del suo cervel mere invenzioni,
Le vende per misteri e son canzoni!
Madama, s’ei ... sternuta o s’ei sbadiglia ...
Presume d’insegnar cose morali,
E tanto l’assotiglia,
Che moverebbe il riso a’ miei stivali.
OTTAVIA
Neron tenta il ripudio
Della persona mia
Per isposar Poppea: si divertisca,
Se divertir si può sì indegno esempio.
Tu per me prega il popol e’l senato,
Ch’io mi riduco, a porger voti al tempio.

Scena settima

Seneca solo

Seneca fa considerazioni sopra le grandezza transitorie del mondo
SENECA
Le porpore regali e imperatrici,
d’acute spine, e triboli conteste
sotto forma di veste
sono il martirio a prencipi infelici;
le corone eminenti
servono solo a indiademar tormenti.
Delle Regie grandezze
si veggono le pompe e gli splendori,
ma stan sempre invisibili i dolori.

Scena ottava

Pallade, Seneca.

Pallade in aria predice la morte a Seneca, promettendoli che se doverà certo morire glielo farà di novo intender per bocca di Mercurio, e ciò per esser come uomo virtuoso suo caro e diletto; venendo ringraziata sommamente da Seneca.
PALLADE
Seneca, io miro in cielo infausti rai
Che minacciano te d’alte ruine;
S’oggi verrà della tua vita il fine,
Pria da Mercurio avvisi certi avrai.
SENECA
Venga la morte pur; costante e forte,
Vincerò gli accidenti e le paure.

Scena nona

Nerone, Seneca.

Nerone con Seneca discorre, dicendo voler adempire alle sue voglie. Seneca moralmente, e politicamente gli risponde dissuadendolo, Nerone si sdegna, e lo scaccia dalla sua presenza.
NERONE
Son risoluto insomma
O Seneca, o maestro,
Di rimover Ottavia
Dal posto di consorte,
E di sposar Poppea.
SENECA
Signor, nel fondo alla maggior dolcezza
Spesso giace nascosto il pentimento.
Consiglier scellerato è ‘l sentimento
Ch’odia le leggi e la ragion disprezza.
NERONE
La legge è per chi serve, e se vogl’io,
Posso abolir l’antica e indur le nove;
È partito l’impero, è ‘l ciel di Giove,
Ma del mondo terren lo scettro è mio.
SENECA
Sregolato voler non è volere,
Ma (dirò con tua pace) egli è furore.
NERONE
La ragione è misura rigorosa
Per chi ubbidisce e non per chi comanda.
SENECA
Anzi l’irragionevole comando
Distrugge l’ubbidienza.
NERONE
Lascia i discorsi, io voglio a modo mio.
SENECA
Non irritar il popolo e ‘l senato.
NERONE
Del senato e del popolo non curo.
SENECA
Cura almeno te stesso, e la tua fama.
NERONE
Trarrò la lingua a chi vorrà biasmarmi.
SENECA
Più muti che farai, più parleranno.
NERONE
Ottavia è infrigidita ed infeconda.
SENECA
Chi ragione non ha, cerca pretesti.
NERONE
A chi può ciò che vuol ragion non manca.
SENECA
Manca la sicurezza all’opre ingiuste.
NERONE
Sarà sempre più giusto il più potente.
SENECA
Ma chi non sa regnar sempre può meno.
NERONE
La forza è legge in pace… e spada in guerra,
e bisogno non ha della ragione.
SENECA
La forza accende gli odi e turba il sangue;
La ragione regge gl’uomini e gli dei.
NERONE
Tu mi forzi allo sdegno; al tuo dispetto,
E del popol in onta e del senato
E d’Ottavia, e del cielo, e del abisso,
Siansi giuste od ingiuste le mie voglie,
Oggi Poppea sarà mia moglie!
SENECA
Il partito peggior sempre sovrasta
Quando la forza alla ragion contrasta.

Scena decima

Poppea, Nerone, Ottone in disparte.

Poppea con Nerone discorrono de’ contenti passati, restando Nerone preda delle bellezze di Poppea, promettendole volerla crear imperatrice, e da Poppea venendo messo in disgrazia di lui Seneca, Nerone adirato gli decreta la morte, [Poppea fa voto ad Amore per l’esaltazione delle sue grandezze] e di Ottone, che se ne sta in disparte, viene inteso e osservato il tutto.
POPPEA
Come dolci, signor, come soavi
Riuscirono a te la notte andata
Di questa bocca i baci?
NERONE
Più cari i più mordaci.
POPPEA
Di questo seno i pomi?
NERONE
Mertan le mamme tue più dolci nomi.
POPPEA
Di queste braccia i dolci amplessi?
NERONE
Idolo mio, deh in braccio ancor t’avessi !
Poppea respiro appena;
Miro le labbra tue,
E mirando recupero con gl’occhi
Quello spirto infiammato,
Che nel bacciarti, o cara, in te diffusi.
Non è più in cielo il mio destino,
Ma sta dei labbri tuoi nel bel rubino.
POPPEA
Signor, le tue parole son sì dolci,
Ch’io nell’anima mia
Le ridico a me stessa,
E l’interno ridirle necessita al deliquio il cor amante.
Come parole le odo,
Come baci io le godo;
Son de’ tuoi cari detti
I sensi sì soavi e sì vivaci,
Che, non contenti di blandir l’udito,
Mi passano al stampar sul cor i baci.
NERONE
Quell’eccelso diadema ond’io sovrasto
Degl’uomini, e de regni alla fortuna,
Teco divider voglio,
E allor sarò felice
Quando il titol avrai d’imperatrice;
Ma che dico, o Poppea!
Troppo picciola è Roma ai merti tuoi,
Troppo angusta è l’Italia alle tue lodi,
E al tuo bel viso è basso paragone
L’esser detta consorte di Nerone;
E han questo svantaggio i tuoi begl’occhi,
Che, trascendendo i naturali esempi,
E per modestia non tentando i cieli,
Non ricevon tributo d’altro onore,
Che di silenzio e di stupore.
POPPEA
A speranze sublimi il cor innalzo
Perché tu lo comandi,
E la modestia mia riceve forza;
Ma troppo s’attraversa e impedisce
Delle regie promesse il fin sovrano.
Seneca, il tuo Maestro,
Quello stoico sagace,
Quel filosofo astuto,
Che sempre tenta persuader altrui
Ch’il tuo scettro dipende sol da lui…
NERONE
Che?
Quel decrepito pazzo…
Olà, vada un di voi
A Seneca volando, e imponga a lui,
Ch’in questo giorno ei mora.
Vo’ che da me l’arbitrio mio dipenda,
Non da concetti e da sofismi altrui;
Rinnegherei per poco
Le potenze dell’alma, s’io credessi
Che servilmente indegne
Si movessero mai col moto d’altre.
Poppea, sta di buon core,
Oggi vedrai ciò che sa far Amore.

Scena undicesima

Ottone, Poppea, Arnalta in disparte.

Ottone con Poppea palesa le sue morte speranze con lei, e da passione amorosa la rinfaccia, Poppea si sdegna, e sprezzandolo parte dicendo esser soggetta a Nerone.
OTTONE
Ad altri tocca in sorte
Bere il licor, a me guardar il vaso,
Aperte stan le porte
A Neron, ed Otton fuori è rimaso;
Neron felice i dolci pomi tocca,
E il solo pianto a me bagna la bocca.
POPPEA
A te le calve tempie,
Ad altri il crine la fortuna diede;
S’altri i desiri adempie
Ebbe di te più fortunato piede.
La disventura tua non è mia colpa,
Te solo dunque e’l tuo destino incolpa.
OTTONE
Sperai che quel macigno,
Bella Poppea, che ti circonda il core,
Fosse d’amor benigno
Intenerito a pro del mio dolore,
Or del tuo bianco sen la selce dura
Di mie morte speranze è sepoltura.
POPPEA
Deh, non più rinfacciarmi,
Porta, deh porta il martellino in pace,
Cessa di più tentarmi,
Al cenno imperial Poppea soggiace;
Ammorza il foco omai, tempra li sdegni;
Io lascio te per arrivar ai regni.
OTTONE
E così l’ambizione
Sovra ogni vizio tien la monarchia.
POPPEA
Così, così la mia ragione
Incolpa i tuoi capprici di pazzia.
OTTONE
È questo del mio amor il guiderdone ?
POPPEA
Modestia, olà…
non più, son di Nerone.
OTTONE
Ahi, ahi, chi si fida in un bel volto,
Fabbrica in aria, e sopra il vacuo fonda,
Tenta palpare il vento,
Ed immobili afferma il fumo, e l’ onda.

Scena dodicesima

Ottone solo

Ottone amante disperato imperversa con l’animo contro Poppea
OTTONE
Otton, torna in te stesso,
Il più imperfetto sesso
Non ha per sua natura
Altro d’uman in sé che la figura…
Costei pensa al comando, e se ci arriva
La mia vita è perduta,…
Ella temendo
Che risappia Nerone
I miei passati amori,
Ordirà insidie all’innocenza mia,
Indurrà colla forza un che m’accusi
Di lesa maestà di fellonia,
La calunnia, da’ grandi favorita,
Distrugge agl’innocenti onor e vita.
Vo’ prevenir costei
Col ferro o col veleno,
Non mi vo’ più nutrir il serpe in seno.
A questo fine
Dunque arrivar dovea
L’amor tuo, perfidissima Poppea!

Scena tredicesima

Drusilla, Ottone.

Ottone di già amante di Drusilla dama di corte, vedendosi sprezzato da Poppea rinnova seco gl’amori promettendoli lealtà. Drusilla resta consolata del ricuperato suo affetto, e fornisse l’atto primo.
DRUSILLA
Pur sempre di Poppea,
O con la lingua, o col pensier discorri.
OTTONE
Discacciato dal cor viene alla lingua,
E dalla lingua è consegnato ai venti
Il nome di colei
Ch’infedele tradì gl’affetti miei.
DRUSILLA
Il tribunal d’Amor
Talor giustizia fa:
Di me non hai pietà,
Altri si ride, Otton, del tuo dolor.
OTTONE
A te di quanto son,
Bellissima donzella
Or fo libero don;
Ad altri mi ritolgo,
E solo tuo sarò,
Drusilla mia.
DRUSILLA
Già l’oblio seppellì
Gl’andati amori?
È ver, Otton, è ver,
Ch’a questo fido cor il tuo s’unì ?
OTTONE
È ver, Drusilla, è ver, sì, sì.
DRUSILLA
Temo che tu mi dica la bugia…
OTTONE
No, no, Drusilla, no.
DRUSILLA
Otton, non so, non so.
OTTONE
Teco non può mentir la fede mia.
DRUSILLA
M’ami, m’ami?
OTTONE
Ti bramo.
DRUSILLA
E come in un momento ?
OTTONE
Amor è foco, e subito s’accende.
DRUSILLA
Sì subite dolcezze
Gode lieto il mio cor, ma non l’intende.
M’ami, m’ami?
OTTONE
Ti bramo, ti bramo
Ti dican l’amor mio le tue bellezze.
Per te nel cor ho nova forma impressa,
I miracoli tuoi credi a te stessa.
DRUSILLA
Lieta m’en vado: Otton, resta felice;
M’indirizzo a riverir l’imperatrice.
OTTONE
Le tempeste del cor, tutte tranquilla;
D’altri Otton non sarà che di Drusilla;
E pur al mio dispetto, iniquo Amore,
Drusilla ho in bocca, e ho Poppea nel core.

ATTO SECONDO

Scena prima

Si muta la scena nella villa di Seneca.

Seneca, Mercurio.

Mercurio in terra mandato da Pallade annunzia a Seneca dover egli certo morire in quel giorno, il quale senza punto smarirsi degl’orrori della morte, rende grazie al Cielo, e Mercurio dopo fatta l’ambasciata se ne vola al Cielo.
Autentico i miei studi; L’uscir di vita è una beata sorte, Se da bocca divina esce la morte.
SENECA
Solitudine amata,
Eremo della mente,
Romitaggio a’ pensieri,
Delizie all’inteletto
Che discorre e contempla
L’immagini celesti
Sotto le forme ignobili, terrene,
A te l’anima mia lieta sen viene,
E lunge dalla corte,
Ch’insolente e superba
Fa della mia pazienza anatomia
Qui tra le frondi, e l’erbe,
M’assido in grembo della pace mia.
MERCURIO
Vero amico del Cielo
Appunto in questa solitaria chiostra
Visitarti io volevo.
SENECA
E quando, e quando mai
Le visite divine io meritai ?
MERCURIO
La sovrana virtù di cui sei pieno
Deifica i mortali,
E perciò son da te ben meritate
Le celesti ambasciate.
Pallade a te mi manda,
E t’annunzia vicina l’ultim’ora
Di questa frale vita,
E ‘l passaggio all’eterna ed infinita.
SENECA
Oh me felice, adunque
S’ho vivuto sinora
Degl’uomini la vita,
Vivrò dopo la morte
La vita degli dei.
Nume cortese, tu ‘l morir m’annunzi?
Or confermo i miei scritti,
MERCURIO
Lieto dunque t’accingi
Al celeste viaggio,
Al sublime passaggio,
T’insegnerò la strada,
Che ne conduce allo Stellato Polo;
Seneca or colà sù io drizzo il volo.

Scena seconda

Seneca, Liberto.

Seneca riceve da Liberto, Capitano della Guardia di Nerone, l’annunzio di morte d’ordine di Nerone; Seneca costante si prepara all’uscir di vita.
LIBERTO
Il comando tiranno
Esclude ogni ragione,
E tratta solo o violenza, o morte.
Io devo riferirlo, e non dimeno
Relator innocente
Mi par d’esser partecipe del male,
Ch’a riferire io vado.
Seneca, assai m’incresce di trovarti
Mentre pur ti ricerco.
Deh, non mi riguardar con occhio torvo
Se a te sarò d’infausto annunzio il corvo.
SENECA
Amico, è già gran tempo,
Ch’io porto il seno armato
Contro i colpi del Fato.
La notizia del secolo in cui vivo,
Forestiera non giunge alla mia mente;
Se m’arrechi la morte,
Non mi chieder perdono:
Rido, mentre mi porti un sì bel dono.
LIBERTO
Nerone a te mi manda
SENECA
Non più, t’ho inteso, e ubbidisco or ora.
LIBERTO
E come intendi pria ch’io m’esprima ?
SENECA
La forma del tuo dir e la persona
Ch’a me ti manda, son due contrassegni
Minacciosi e crudeli
Del mio fatal destino;
Già, già son indovino.
Nerone a me t’invia
A imponermi la morte,
LIBERTO
Signor, indovinasti;
Mori, e mori felice,
Che come vanno i giorni
All’impronto del sole
A marcarsi di luce,
Così alle tue scritture
Verran per prender luce i scritti altrui.
Mori, e mori felice,
SENECA
Vanne, vattene omai,
E se parli a Nerone avanti sera,
Ch’io son morto, e sepolto gli dirai.

Scena terza

Seneca, Famigliari.

Seneca consola i suoi famigliari, quali lo dissuadono a morire, e ordina a quelli di prepararli il bagno per ricever la morte.
SENECA
Amici è giunta l’ora
Di praticare in fatti
Quella virtù, che tanto celebrai.
Breve angoscia è la morte;
Un sospir peregrino esce dal core,
Ov’è stato molt’anni,
Quasi in ospizio, come forastiero,
E se ne vola all’Olimpo,
Della felicità soggiorno vero.
I FAMIGLIARI
Non morir, Seneca, no.
Io per me morir non vo’.
Questa vita è dolce troppo,
Questo ciel troppo è sereno,
Ogni amar, ogni veleno
Finalmente è lieve intoppo.
Se mi corco al sonno lieve,
Mi risveglio in sul mattino,
Ma un avel di marmo fino,
Mai no dà quel che riceve.
Io per me morir non vo’.
Non morir, Seneca.
SENECA
Itene tutti, a prepararmi il bagno,
Che se la vita corre
Come il rivo fluente,
In un tepido rivo
Questo sangue innocente io vo’ che vada
A imporporarmi del morir la strada.

Scena quarta

Si muta la scena nella città di Roma.

Valletto, Damigella.

Valletto, paggio, e Damigella dell’imperatrice scherzano amorosamente insieme.
VALLETTO
Sento un certo non so che,
Che mi pizzica, e diletta,
Dimmi tu che cosa egli è,
Damigella amorosetta.
Ti farei,
Ti direi,
Ma non so quel ch’io vorrei.
Se sto teco il cor mi batte,
Se tu parti, io sto melenso,
Al tuo sen di vivo latte,
Sempre aspiro e sempre penso.
DAMIGELLA
Astutello, garzoncello,
Bamboleggia amor in te.
Se divieni amante, affè,
Perderai tosto il cervello.
Tresca Amor per sollazzo coi bambini
Ma siete Amor, e tu due malandrini.
VALLETTO
Dunque Amor così comincia?
È una cosa molto dolce?
Io darei per godere il tuo diletto
I cireggi, le pera, ed il confetto.
Ma se amaro divenisse
Questo miel, che sì mi piace,
L’addolciresti tu?
Dimmelo vita mia, dimmelo, su!
DAMIGELLA
S’a te piace così
L’ addolcirei, sì, sì.
VALLETTO
Mi par che per adesso,
Se mi dirai, che m’ami,
Io mi contentarò.
Dimmelo dunque, o cara,
E se vivo mi vuoi, non dir di no.
DAMIGELLA
T’amo caro, caro Valletto,
E nel mezzo del cor
Sempre t’avrò.
VALLETTO
Non vorrei, speme mia,
Starti nel core,
Vorrei starti più in su…
Non so, se mia voglia
O saggia, o sciocca,
Io vorrei, che’l mio cor
Facesse nido nelle fossette
Belle, e delicate,
Che stan poco discoste,
Alla tua bocca.
DAMIGELLA
Se ti mordessi poi?
Ti lagneresti in pianti
Tutt’un dì.
VALLETTO
Mordimi quanto sai, mordimi sì.
Ma in mai non mi lagnarò;
Morditure sì dolci Vorrei, goderle sempre,
Purché baciat’io sia Da tuoi rubini
Mi mordan pur le perle.
DAMIGELLA
O caro Valletto. O caro, ti amo.
Godiamo, o caro: O caro, godiamo!
VALLETTO
O cara mia vita. O cara, ti amo.
Godiamo, o cara: O cara, godiamo!

Scena quinta

Nerone, Lucano.

Nerone intesa la morte di Seneca, canta amorosamente con Lucano poeta suo famigliare deliriando nell’amor di Poppea.
NERONE
Or che Seneca è morto,
Cantiam, cantiam Lucano,
Amorose canzoni
In lode d’un bel viso,
Che di sua mano Amor nel cor, m’ha inciso.
LUCANO
Cantiam, Signore, cantiamo,
NERONE E LUCANO
Di quel viso ridente,
Che spira glorie, ed influisce amori;
Cantiam di quel viso beato,
In cui l’idea d’Amor se stessa pose,
E seppe su le nevi
Con nova meraviglia,
Animar, incantar la granatiglia.
Cantiam, di quella bocca
A cui l’India e l’Arabia
Le perle consacrò, donò gli odori.
Bocca, ahi destin, che se ragiona o ride,
Con invisibil arme punge, e all’alma
Donna felicità mentre l’uccide.
Bocca, che se mi porge
Lasciveggiando il tenero rubino
M’inebria il cor di nettare divino.
LUCANO
Tu vai, signor, tu vai
Nell’estasi d’amor deliciando,
E ti piovon dagl’occhi
Stille di tenerezza,
Lacrime di dolcezza.
NERONE
Idolo mio,
Celebrarti io vorrei,
Ma son minute fiaccole, e cadenti,
Dirimpetto al tuo sole i detti miei.
Son rubin preziosi
I tuoi labri amorosi,
Il mio core costante
È di saldo diamante,
Così le tue bellezze, ed il mio core
Di care gemme ha fabbricato
Amore. Son rose senza spine
Le guance tue divine,
Gigli, e ligustri eccede
Il candor di mia fede,
Cosi tra’ l tuo bel viso, ed il mio core
La primavera sua divide Amore.
Ond’io lieto men vivo or tra gli amanti.

Scena sesta

Ottavia sola.

Ottavia Imperatrice, struggendosi d’amore e gelosia, trapassa dall’ira alla disperazione
OTTAVIA
Eccomi quasi priva
Dell’ Impero e’l consorte,
Ma, lassa me, non priva
Del ripudio, e di morte.
Martiri, o m’ uccidete
 O speranze alla fin non m’affliggete.
Neron, Nerone mio
Chi mi ti toglie, oh dio,
Come, come ti perdo, ohimè,
Cade l’affetto tuo, mancò la fé.
Poppea crudel,
Cruda Poppea, se lo stato mi togli,
Se de’ miei regni, e d’ogni ben mi spogli
Non me ne curo!
Prendi ‘l in pace, ch’io
Cedendoli a te,
Credo, che son fuor d’ogni strazio rio.
Priva di lutto, nulla pretendo,
E ti concedo il tutto
Ma non mi niegar, no,
Il mio sposo gradito,
Rendimi il mio marito.
Lasciami questo sol… soffri a ragione,
Se mi togli l’imper, dammi Nerone.
Speranze, speranze e che chiedete?
Se disperata son, no, non m’affliggete.

Scena settima

Ottone solo

Ottone s’adira contro a se medesimo delli pensieri avuti di voler offendere Poppea nel disperato affetto della quale si contenta viver soggetto.
OTTONE
I miei subiti sdegni,
La politica mia già poco d’ora
M’indussero a pensare
D’uccidere Poppea?
Oh mente maledetta,
Perché se’ tu immortale, ond’io non posso
Svenarti, e castigarti?
Pensai, parlai d’ucciderti, mio bene?
Il mio genio perverso,
Rinnegati gl’affetti,
Ch’un tempo mi donasti,
Piegò, cadè, proruppe
In un pensier sì detestando, e reo?
Cambiatemi quest’anima deforme,
Datemi un’altro spirito meno impuro
Per pietà vostra, o dei!
Rifiuto un inteletto,
Che discorre impietadi
Che pensò sanguinario, ed infernale
D’offendere il mio bene, e di svenarlo.
Isvieni, tramortisci,
Scellerata memoria, in ricordarlo.
Sprezzami quanto sai,
Odiami quanto vuoi,
Voglio esser Clizia al sol de’ lumi tuoi.
Amerò senza speme
Al dispetto del Fato,
Fia mia delizia amarti disperato.
Blandirò i mie tormenti,
nati dal tuo bel viso:
sarò dannato sì, ma in paradiso.

Scena ottava

Ottavia, Ottone.

Ottavia imperatrice comanda ad Ottone, che uccida Poppea sotto pena della sua indignazione, e che per sua salvezza si ponga in abito femminile, Ottone tutto si contrista e parte confuso.
OTTAVIA
Tu che dagli avi miei
Avesti le grandezze,
Se memoria conservi
De’ benefici avuti, or dammi aita.
OTTONE
Maestade, che prega
È destin che necessita: son pronto
Ad ubbidirti, o regina,
Quando anco bisognasse
Sacrificare a te la mia ruina.
OTTAVIA
Voglio che la tua spada
Scriva gl’obblighi miei
Col sangue di Poppea; vuo’ che l’uccida.
OTTONE
Che uccida chi?
OTTAVIA
Poppea.
OTTONE
Poppea? Che uccida Poppea?
OTTAVIA
Poppea, perché? dunque ricusi
Quel che già promettesti?
OTTONE
Io ciò promisi?
(Urbanità di complimento umile,
Modestia di parole costumate,
A che pena mortal mi condannate!)
OTTAVIA
Che discorri fra te ?
OTTONE
Fo voti alla Fortuna,
Che mi doni attitudine a servirti.
OTTAVIA
E perché l’opra tua
Quanto più presta fia tanto più cara,
Precipita gl’indugi.
OTTONE
Se Neron lo saprà ?
OTTAVIA
Cangia vestiti.
Abito muliebre ti ricopra,
E con frode opportuna
Sagace esecutor t’accingi all’opra.
OTTONE
Dammi tempo, ond’io possa
Inferocir i sentimenti miei,
Disumanare il core…
Imbarbarir la mano;
Assuefar non posso in un momento
Il genio innamorato
Nell’arti del carnefice spietato.
OTTAVIA
Se tu non m’ubbidisci,
T’accuserò a Nerone,
Ch’abbi voluto usarmi
Violenze inoneste,
E farò sì, che ti si stancheranno intorno
Il tormento, e la morte in questo giorno.
OTTONE
Ad ubbedirti, imperatrice, io vado.
O Ciel, o dei, in questo punto orrendo
Ritoglietemi i giorni e i spirti miei.

Scena nona

Ottavia sola

Ottavia imperatrice assapora la gioia della vendetta, figurandosi la morte della rivale Poppea
OTTAVIA
Vattene; la vendetta è un cibo,
Che col sangue inimico si condisce.
E uccisa te, o malnata,
Non sarà più tiranno
Il mio consorte e tornerà giocondo
Il popolo, il senato e Roma, e’ l mondo.

Scena decima

Drusilla, Valletto, Nutrice

Drusilla vive consolata dalle promesse amorose di Ottone, e Valletto scherza con la Nutrice sopra la sua vecchiaia.
DRUSILLA
Felice cor mio
Festeggiami in seno,
Dopo i nembi, e gl’orror godrò il sereno.
Oggi spero ch’Ottone
Mi riconfermi il suo promesso amore,
Felice cor mio
Festeggiami nel sen, lieto mio core.
VALLETTO
Nutrice, quanto pagheresti un giorno
D’allegra gioventù, com’ ha Drusilla ?
NUTRICE
Tutto l’oro del mondo io pagherei.
L’invidia del ben d’altri,
L’odio di sè medesma,
La fiachezza dell’alma,
L’infermità del senso,
Son quattro ingredienti,
Anzi i quattro elementi
Di questa miserabile vecchiezza,
Che canuta, e tremante,
Dell’ossa proprie è un cimitero andante.
DRUSILLA
Non ti lagnar così, sei fresca ancora;
Non è il sol tramontato
Se ben passata è la vermiglia aurora.
NUTRICE
Il giorno femminil
Trova la sera sua nel mezzo dì.
Dal mezzo giorno in là
Sfiorisce la beltà;
Col tempo si fa dolce
Il frutto acerbo, e duro,
Ma in ore guasto vien quel, ch’è maturo.
Credetel pure a me,
O giovanette fresche in sul mattin;
Primavera è l’età
Ch’Amor con voi si stà;
Non lasciate che passi
Il verde april o’l maggio
Si suda troppo il luglio a far viaggio.
VALLETTO
Andiam a Ottavia omai
Signora nonna mia,…
Venerabile antica,…
Del buon Caronte idolatrata amica.
Andiam, che in te è passata
La mezza notte, nonché il mezzo dì.
NUTRICE
Ti darò una guanciata!
Bugiardello, bugirdello…
Che sì, bugiardello insolente,
Che sì, che sì…

Scena undicesima

Ottone, Drusilla.

Ottone palesa a Drusilla dover egli uccider Poppea per commissione d’Ottavia imperatrice, e chiede per andar sconosciuto all’impresa gl’abiti di lei la quale promette non meno gl’abiti che secretezza, ed aiuto.
OTTONE
Io non so dov’io vada;
Il palpitar del core
Ed il moto del piè non van d’accordo.
L’aria che m’entra in seno, quand’io respiro,
Trova il mio cor sì afflitto,
Ch’ella si cangia in subitaneo pianto;
E così mentr’io peno,
L’aria per compassion mi piange in seno
DRUSILLA
E dove signor mio ?
OTTONE
Drusilla, te sola io cerco.
DRUSILLA
Eccomi a tuoi piaceri.
OTTONE
Drusilla, io vuo’ fidarti
Un secreto gravissimo; prometti
E silenzio, e soccorso?
DRUSILLA
Ciò che del sangue mio, non che dell’oro,
Può giovarti, è servirti,
È gia tuo più che mio.
Palesami il secreto,
Che del silenzio poi
Ti do l’anima in pegno, e la mia fede.
OTTONE
Non esser più gelosa di Poppea…
DRUSILLA
No, no. Felice cor mio,
Festeggiami in seno.
OTTONE
Senti, io devo or ora
Per terribile comando
Immergerle nel sen questo mio brando.
Per ricoprir me stesso
In misfatto sì enorme
Io vorrei le tue vesti.
DRUSILLA
E le vesti e le vene io ti darò…
OTTONE
Se occultarmi potrò, vivremo poi
Uniti sempre in dilettosi amori;
Se morir converrammi,
Nell’idioma d’un pietoso pianto
Dimmi esequie, oh Drusilla,
Se dovrò fuggitivo
Scampar l’ira mortal di chi comanda,
Soccorri a mie fortune.
DRUSILLA
E le vesti e le vene
Ti darò volentieri;
Ma circospetto va’, cauto procedi.
Nel rimanente sappi
Che le fortune, e le richezze mie
Ti saran tributarie in ogni loco;
E proverai Drusilla
Nobile amante, e tale,
Che mai, l’antica età non ebbe uguale.
Andiamo pur.
Felice cor mio,
Festeggiami in seno…
Andiam, andiam pur, ch’io mi spoglio,
E di mia man travestirti io voglio.
Ma vuo’ da te saper più a dentro, e a fondo
Di così orrenda impresa la cagione.
OTTONE
Andiam, andianne omai,
Che con alto stupore il tutto udrai.

Scena dodicesima

Si muta la scena nel giardino di Poppea.

Poppea, Arnalta.

Poppea godendo della morte di Seneca perturbatore delle sue grandezze prega Amor che prosperi le sue fortune, e promette ad Arnalta sua nutrice continuato affetto, ed’essendo colta dal sonno se fa adagiar riposo nel giardino, dove da Arnalta con nanna soave vien addormetata.
POPPEA
Or che Seneca è morto,
Amor ricorro a te,
Guida mia speme in porto,
Fammi sposa al mio re.
ARNALTA
Pur sempre sulle nozze
Canzoneggiando vai.
POPPEA
Ad altro, Arnalta mia, non penso mai.
ARNALTA
Il più inquieto affetto
È la pazza ambizione;
Ma se arrivi agli scettri, e alle corone,
Non ti scordar di me,
Tiemmi appresso di te,
Né ti fidar giammai di cortigiani,
Perché in due cose sole Giove è reso impotente:
Ei non può far che in
Cielo entri la morte,
Né che la fede mai si trovi in corte.
POPPEA
Non dubitar, che meco
Sarai sempre la stessa,
E non fia mai che sia
Altra che tu la secretaria mia.
Amor, ricorro a te,
Guida mia speme in porto,
Fammi sposa…
Par che’l sonno m’alletti
A chiuder gl’occhi alla quiete in grembo.
Qui nel giardin, o Arnalta,
Fammi apprestar del riposare il modo,
Ch’alla fresc’aria addormentarmi godo.
ARNALTA
Adagiati, Poppea,
Acquietati, anima mia:
Sarai ben custodita.
Oblivion soave
I dolci sentimenti
In te, figlia, addormenti.
Posatevi occhi ladri,
Aperti deh che fate,
Se chiusi anco rubate?
Poppea, rimanti in pace;
Luci care e gradite,
Dormite omai dormite.

Scena tredicesima

Amore solo

Amore scenda dal Cielo mentre Poppea dorme per impedirli la morte, e si nasconde vicino a lei.
AMORE
Dorme, l’incauta dorme,
Ella non sa,
Ch’or or verrà
Il punto micidiale;
Così l’umanità vive all’oscuro
E quando ha chiusi gl’occhi
Crede essersi dal mal posta in sicuro.

O sciocchi, o frali
Sensi mortali
Mentre cadete in sonnacchioso oblio
Sul vostro sonno è vigilante dio.
Siete rimasi
Gioco dei casi,
Soggetti al rischio, e del periglio prede,
Se Amor, genio del mondo, non provvede.
Dormi, o Poppea,
Terrena dea;
Ti salverà dall’armi altrui rubelle,
Amor che move il sol e l’altre stelle.
Gia s’avvicina
La tua ruina;
Ma non ti nuocerà strano accidente,
Ch’Amor picciolo è sì, ma onnipotente.

Scena quattordicesima

Ottone, Amore, Poppea, Arnalta

Ottone travestito da Drusilla capita nel giardino dove sta addormentata Poppea per ucciderla, e Amor lo vieta. Poppea nel fatto si sveglia, e  Ottone (creduto Drusilla) inseguito dalle serventi di Poppea fugge. Amor, protestando voler oltre la difesa di Poppea incoronarla in quel giorno imperatrice, se ne vola al Cielo, e fornisse l’atto Secondo.
OTTONE
Eccomi trasformato,
D’Otton in Drusilla,
Ma d’uom in serpe, al cui veleno, e rabbia
Non vide il mondo, e non vedrà simile.
Ma che veggio infelice?
Tu dormi anima mia?
Chiudesti gl’occhi
Per non aprirli più?
Care pupille,
Il sonno vi serrò
Affinché non vediate
Questi prodigi strani:
La vostra morte uscir dalle mie mani.
Ma che tardo? Che bado?
Costei m’aborre, e sprezza, e ancor io l’amo?
Ho promesso ad Ottavia: se mi pento
Accelero a miei dì funesto il fine.
Esca di corte chi vuol esser pio.
Colui ch’ad altro guarda,
Ch’all’interesse suo, merta esser cieco.
Il fatto resta occulto,
La macchiata coscienza
Si lava con l’oblio.
Poppea, t’uccido; Amor, rispetti: a Dio.
AMORE
Forsennato, scellerato,
Inimico del mio nume,
Tanto adunque si presume?
Fulminarti io dovrei,
Ma non merti di morire
Per la mano degli dei.
Illeso va da questi strali acuti,
Non tolgo al manigoldo i suoi tributi.
POPPEA
Drusilla, in questo modo?
Con l’armi ignude in mano,
Mentre nel mio giardin dormo soletta ?
ARNALTA
Accorrete, accorrete,
O servi, o damigelle,
Inseguir Drusilla, dalli, dalli,
Tanto mostro a ferir non sia chi falli.

Scena quindicesima

Amore solo
AMORE
Ho difesa Poppea,
vuo’ farla imperatrice.

ATTO TERZO

Scena prima

Si muta la scena nella città di Roma.

Drusilla sola

Drusilla gioisce sperando di breve intender la morte di Poppea sua rivale per goder degl’amori di Ottone.
DRUSILLA
O felice Drusilla, o che sper’io?
Corre adesso per me l’ora fatale,
Perirà, morirà la mia rivale,
E Otton finalmente sarà mio.
O che spero, che sper’io!
Se le mie vesti
Avran servito
A ben coprirlo,
Con vostra pace, o dei,
Adorar io vorrò gl’arnesi miei.
O felice Drusilla, o che spero, che sper’io!

Scena seconda

Arnalta, Drusilla, Littore con molti simili.

Arnalta nutrice di Poppea, con Littore con molti simili fa prender Drusilla, la quale si duole di se medesma.
ARNALTA
Ecco la scellerata
Che pensando occultarsi,
Di vesti s’è mutata.
DRUSILLA
E qual peccato mi conduce a morte ?
LITTORE
Fermati, morta sei!
Ancor t’infingi, sanguinaria indegna?
A Poppea dormiente
Macchinasti la morte.
DRUSILLA
Ahi caro amico, ahi sorte, sorte,
Ahi mie vesti innocenti!
Di me dolermi deggio, e non d’altrui;
Credula troppo, e troppo, troppo incauta fui.

Scena terza

Arnalta, Nerone, Drusilla, Littore con molti simili.

Nerone interroga Drusilla del tentato omicidio, lei per salvar dall’ira di Nerone, Ottone suo amante, confessa per odio antico (benché innocente) aver voluto uccider Poppea, ove da Nerone vien sentenziata a morte.
ARNALTA
Signor, ecco la rea
Che trafigger tentò
La matrona Poppea;
Dormiva l’innocente
Nel suo proprio giardino,
Sopraggiunse costei col ferro ignudo,
Se no si risvegliava
La tua devota ancella,
Sopra di lei cadeva il colpo crudo.
NERONE
Onde tanto ardimento? E chi t’indusse
Rubella al tradimento?
DRUSILLA
Innocente son io,
Lo sa la mia coscienza, e lo sa dio.
NERONE
No, no, confessa ormai,
S’attentasti per odio o ti spinse
L’autoritade, o l’oro al gran misfatto.
DRUSILLA
Innocente son io,
Lo sa la mia coscienza, e lo sa dio.
NERONE
Flagelli, funi e fochi
Cavino da costei
Il mandante, e i correi.
DRUSILLA
Signor, io fui la rea,
Ch’uccider volli
L’innocente Poppea.
NERONE
Conducete costei
Al carnefice omai,
Fate ch’egli ritrovi,
Con una morte a tempo,
Qualche lunga, amarissima agonia,
Che in difficili forme
Ch’inasprisca la morte a questa ria.

Scena quarta

Ottone, Nerone, Drusilla, [Littore] coro di Romani

Ottone vedendo rea l’innocente Drusilla palesa se medesimo, colpevole del fatto confessando aver voluto commettere il delitto per commissione d’Ottavia imperatrice, Nerone inteso ciò li salva la vita, dandoli l’esilio, e spogliandolo di fortune, Drusilla chiede in grazia d’andar in esilio seco e partono consolati, Nerone decreta il repudio d’Ottavia imperatrice, e che oltre all’esilio sia posta in una barca nel mare a discrezione de’venti.
OTTONE
No, no, questa sentenza
Cada sopra di me che ne son degno.
DRUSILLA
Io fui la rea ch’uccider volli
L’inocente Poppea.
OTTONE
Siatemi testimoni, o cieli, o dei,
Innocente è costei.
DRUSILLA
Quest’alma, e questa mano
Fur le complici sole;
A ciò m’indusse un odio occulto antico;
Non cercar più, la verità ti dico.
OTTONE
Innocente, innocente è costei.
Io con le vesti di Drusilla andai,
Per ordine di Ottavia imperatrice
Ad attentar la morte di Poppea.
Dammi signor, con la tua man la morte.
E se non vuoi che la tua mano adorni
Di decoro il mio fine,
Mentre della tua grazia io resto privo
All’infelicità lasciami vivo.
NERONE
Vivi, ma va ne’ più remoti deserti
Di titoli spogliato, e di fortune,
E serva a te mendico, e derelitto,
Di flagello, e spelonca il tuo delitto.
E tu ch’ardisti tanto,
O nobile matrona,
Per ricoprir costui
D’apportar salutifere bugie
Vivi alla fama della mia clemenza,
Vivi alle glorie della tua fortezza,
E sia del sesso tuo nel secol nostro
La tua costanza un adorabil mostro.
DRUSILLA
In esilio con lui
Deh, signor mio, consenti,
Ch’io tragga i giorni ridenti.
NERONE
Vanne come ti piace.
OTTONE
Signor, non son punito, anzi beato;
La virtù di costei
Sarà richezza, e gloria a’giorni miei.
NERONE
Orsù finiamola, andate alla malora.
Delibero e risolvo
Con editto solenne
Il ripudio d’Ottavia,
E con perpetuo esilio
Da Roma io la proscrivo.
Mandasi Ottavia al più vicino lido.
Le s’appresti in un momento
Qualche spalmato legno,
E sia commessa al bersagliao de’venti.
Convengo giustamente risentirmi!
Volate ad ubbidirmi.
DRUSILLA
Ch’io viva o mora teco:
Altro non voglio.
Dono alla mia fortuna
Tutto ciò che mi diede
Purché tu riconosca in cor
Di donna una costante fede.

Scena quinta

Poppea, Nerone.

Nerone giura a Poppea, che sarà in quel giorno sua sposa.
POPPEA
Signor, oggi rinasco, e i primi fiori
Di questa nova vita,
Voglio che sian sospiri
Che ti facciano fede
Che, rinata per te, languisco e moro,
E morendo e vivendo ogn’or t’adoro.
NERONE
Non fu, non fu Drusilla, no,
Ch’ucciderti tentò.
POPPEA
Chi fu, chi fu il fellone ?
NERONE
Il nostro amico Ottone.
POPPEA
Egli da sé ?
NERONE
D’Ottavia fu il pensiero.
POPPEA
Or hai giusta cagione
Di passar al ripudio.
NERONE
Oggi, come promisi,
Mia sposa tu sarai.
POPPEA
Sì caro dì veder non spero mai.
NERONE
Per il nome di Giove, e per il mio,
Oggi sarai, ti giuro,
Di Roma imperatrice,
In parola regal te n’assicuro.
POPPEA
Idolo del cor mio, giunta è pur l’ora
Ch’io del mio ben godrò.
NERONE E POPPEA
Ne più s’interporrà noia o dimora.
Cor nel petto non ho:
Me’l rubasti, sì, sì,
Dal sen me lo rapì
De’ tuoi begl’occhi il lucido sereno,
Per te, ben mio, non ho più core in seno,
Stringerò tra le braccia innamorate
Chi mi trafisse… ohimè,
Non interrotte avrò l’ore beate,
Se son perduta/o in te,
In te mi cercarò,
E tornerò a riperdermi ben mio,
Che sempre in te perduto/a mi trovarò.

Scena sesta

Ottavia sola

Ottavia repudiata da Nerone deposto l’abito imperiale parte sola miseramente piangendo in abbandonare la patria ed i parenti.
OTTAVIA
Addio Roma, addio patria, amici addio.
Innocente da voi partir convengo.
Vado a patir l’esilio in pianti amari,
Navigo disperata i sordi mari…
L’aria, che d’ora in ora
Riceverà i miei fiati,
Li porterà, per nome del cor mio,
A veder, a baciar le patrie mura,
Ed io, starò solinga,
Alternando le mosse ai pianti, ai passi,
Insegnando pietade ai tronchi, e ai sassi…
Remigate oggi mai perversa genti,
Allontanatevi omai dagli amati lidi!
Ahi, sacrilego duolo,
Tu m’interdici il pianto
Mentre lascio la patria,
Né stillar una lacrima poss’io
Mentre dico ai parenti e a Roma: addio.

Scena settima

Arnalta sola

Arnalta, nutrice e consigliera di Poppea, gode in vedersi assunta al grado di confidente d’una imperatrice, e giubila de’ suoi contenti.
ARNALTA
Oggi sarà Poppea
Di Roma imperatrice;
Io, che son la nutrice,
Ascenderò delle grandezze i gradi:
No, no, col volgo io non m’abbasso più;
Chi mi diede del tu,
Or con nova armonia
Gorgheggierammi il “Vostra Signoria”
Chi m’incontra per strada
Mi dice: “fresca donna e bella ancora”,
Ed io, pur so che sembro
Delle Sibille il leggendario antico;
Ma ogn’un così m’adula,
Credendo guadagnarmi
Per interceder grazie da Poppea:
Ed io fingendo non capir le frodi,
In coppa di bugia bevo le lodi.
Io nacqui serva, e morirò matrona.
Mal volentier morrò;
Se rinascessi un di,
Vorrei nascer matrona, e morir serva.
Chi lascia le grandezze
Piangendo a morte va;
Ma, ma, chi servendo sta,
Con più felice sorte,
Come fin degli stenti ama la morte.

Scena ottava

Si muta la scena nella reggia di Nerone.

Nerone, Poppea, Consoli, Tribuni, Amore, Venere in Cielo e Coro d’Amori

Nerone sollennemente assiste alla Coronazione di Poppea, la quale a nome del popolo, del senato romano viene indiademata da Consoli e Tribuni, Amor parimenti cala dal Cielo con Venere, Grazie ed Amori, e medesimamente incorona Poppea come dea delle bellezze in terra, e fornisse l’opera.
NERONE
Ascendi, o mia diletta,
Della sovrana altezza
All’apice sublime, o mia diletta,
Blandita dalle glorie
Ch’ambiscono servirti come ancelle,
Acclamata dal mondo e dalle stelle;
Scrivi del tuo trionfo
Tra i più cari trofei,
Adorata Poppea, gl’affetti miei.
POPPEA
La mia mente confusa,
Al non usato lume,
Quasi perde il costume,
Signor, di ringraziarti.
Su quest’eccelse cime,
Ove mi collocasti,
Per venerarti a pieno,
Io non ho cor che basti.
Doveva la natura,
Al sopra più degli eccesivi affetti,
Un core a parte fabbricar ne’ petti.
NERONE
Per capirti negl’occhi
Il sol s’impicciolì,
Per albergarti in seno
L’alba dal ciel partì,
E per farti sovrana a donne e a dee,
Giove, nel tuo bel volto,
Stillò le stelle e consumò l’idee.
POPPEA
Dà licenza al mio spirto,
Ch’esca dall’amoroso laberinto
Di tante lodi e tante,
E che s’umilii a te, come conviene,
Mio re, mio sposo, mio signor, mio bene.
NERONE
Ecco vengono i consoli e i tribuni
Per riverirti, o cara
Nel solo rimirarti,
Il popol e’l senato
Omai comincia a divenir beato.
CONSOLI E TRIBUNI
A te sovrana augusta,
Con il consenso universal di Roma,
Indiademiam la chioma.
A te l’Asia, a te l’Africa s’atterra;
A te l’Europa, e’l mar che cinge e serra
Quest’impero felice,
Ora consacra e dona
Questa del mondo imperial corona.
CORO DI AMORI
Scendiam compagni alati.
Voliam ai sposi amati.
AMORE
Al nostro volo, risplendano
Assistenti, i sommi divi.
CORO
Dall’alto polo si veggian
Fiammeggiar raggi più vivi.
AMORE
Madre sia con tua pace
In ciel tu sei Poppea,
Questa è Venere in terra.
VENERE
Io mi compiaccio, o figlio
Di quanto aggrada a te;
Diasi pur a Poppea
Il titolo di dea.
CORO DI AMORI
Or cantiamo giocondi,
In terra, e in Cielo il gioir sovrabbondi,
E in ogni clima, in ogni regione
Si senta rimbombar “Poppea e Nerone”.
POPPEA E POPPEA
Pur ti miro, pur ti godo,
Pur ti stringo, pur t’annodo,
Più non peno, più non moro,
O mia vita, o mi tesoro.
Io son tua, tuo son io
Speme mia, dillo, di’
L’idol mio tu sei pur,
Sì, mio ben, sì mio cor, mia vita, sì, sì.

FINE DELL’OPERA


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Ultimo aggiornamento 31 dicembre 2015
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