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Adagio in mi maggiore per violino ed orchestra, K 261

Musica: Wolfgang Amadeus Mozart
Organico: violino solista, 2 flauti, 2 corni, archi
Composizione: Salisburgo, autunno - Inverno 1776
Edizione: Andrè, Offenbach 1801

Movimento sostitutivo per il Concerto K 219

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Il pianista Edwin Fischer, che fu un fervente mozartiano anche come interprete, fece una osservazione molto giusta quando disse che alla comprensione dell'arte di Mozart ci si arriva con la maturità e dopo aver amato musicisti dallo stile più corposo e drammatico. «Il naturale sviluppo musicale - ha scritto Fischer - ci porta da principio molto vicini a Mozart a causa del carattere popolare delle sue melodie, della facile intelligibilità della sua struttura armonica e agogica. Poi segue quasi sempre un periodo d'inclinazione verso un grande apparato di forza, l'amore del pathos; non esiste nessuna espressione esteriormente troppo forte, niente di abbastanza grandioso, virtuoso, travolgente. Siamo così lontani dall'insegnamento di Mozart, in quel momento, come lo siamo nel periodo che segue, dominato dalla ricerca di tutto quello che è assolutamente nuovo, raffinato, surriscaldato, rivoluzionario o formalmente problematico. Fino a che un giorno si fa per noi la luce. Qui c'è tutto: contenuto, forma, espressione, fantasia, effetto strumentale, e tutto è ottenuto con i mezzi più semplici».

E' evidente che «la luce mozartiana» non è fatta soltanto di quantità di opere scritte in un arco di vita di appena 34 anni (lo studioso Ludwig von Koechel ne ha annoverate nel suo catalogo ben seicentoventisei, cui vanno aggiunte altre cento, incompiute o di incerta attribuzione), ma piuttosto va considerata per la varietà dei generi musicali praticati e la perfetta riuscita in ognuno di essi. Nella musica profana e sacra, strumentale e vocale, teatrale e da concerto, sinfonica e da camera, seria o buffa egli è riuscito a lasciare il segno della sua genialità. Non a caso Massimo Mila ritiene che l'arte di Mozart è «un mare dove confluiscono e convivono pacificamente le più disparate tendenze del suo secolo. Anche in questo egli rassomiglia a Raffaello, cui viene sempre paragonato per la levigata perfezione esteriore e per l'assoluta finitezza formale. Artisti compendiatori e coronatori di un'epoca, artisti la cui forza è forza di civiltà, non di primitiva barbarie: e civiltà è prima di tutto conservazione, religiosa pietà di ciò che è stato prima di noi e che ha contribuito a crescerci quali siamo. Vi sono artisti ribelli ed essenzialmente rivoluzionari che nelle epoche di lotta e di trasformazione svolgono un lavoro prezioso di demolizione delle vecchie sovrastrutture, dei pregiudizi ritardatori, e sbarazzano il terreno per la manifestazione di un ordine nuovo. E vi sono artisti, invece, i quali edificano la casa dell'uomo, cioè la civiltà, sopra quanto rimane dei vecchi edifici, utilizzando tutti i mattoni salvabili dalle rovine, trovando con naturale spontaneità la conciliazione e la continuità fra le testimonianze del passato e le esigenze del presente».

Mozart appartiene certamente a questa seconda categoria di compositori e la sua immensa produzione si distende idealmente fra i due estremi della facilità galante e dello stile severo dettato dalla polifonia strumentale, inglobando le posizioni intermedie comprese tra il linguaggio brillante ed eclettico delle opere teatrali e delle composizioni vocali e l'impegno rigoroso della scrittura quartettistica. Ma, al di là di queste classificazioni tecniche, ciò che conta è la sigla espressiva della musica di Mozart, dove l'allegrezza si sposa alla malinconia, il sorriso spunta tra le lacrime e il senso «di ilarità e di umorismo fa capolino tra le pieghe della tristezza. Un'arte semplice e lineare in apparenza, ma dai risvolti complessi e profondi, dove l'animo umano si specchia e si osserva alla ricerca dela propria misteriosa identità.

* * *

L'autografo dell'Adagio in mi maggiore K. 261 reca semplicemente questa indicazione: «Adagio di A. W. Mozart, 1776», ma si ritiene che questo brano sia stato composto nell'estate del 1776, in quanto c'è una lettera scritta da Leopold Mozart in questo periodo al figlio per ricordargli l'impegno a scrìvere un Adagio e un Rondò per Brunetti, violinista della corte di Salisburgo. Dal canto suo Brunetti si era lamentato delle difficoltà incontrate nel suonare certi adagi mozartiani e aveva sollecitato il musicista a comporre altri pezzi più facili. Naturalmente Mozart volle soddisfare tale desiderio e compose questo Adagio per violino con accompagnamento di due flauti, due corni e archi, che è tra le opere più caratteristiche dell'inventiva del salisburghese. Infatti tutto scorre con una purezza di canto e una freschezza melodica di penetrante effetto, su un accompagnamento molto discreto dell'orchestra.

L'Adagio si apre con un preludio di quattro misure, con l'orchestra che disegna una frase cantabile ripresa poi dal violino. Nel gioco tra il solista e il tutti si inserisce un altro tema che ha la funzione di sviluppare l'intero discorso musicale, arricchito da una serie incessante di modulazioni strumentali. Il violino solista si abbandona alla cadenza virtuosistica prima che si giunga alla coda in cui si riascolta il tema del preludio. Il brano è esemplare nella sua semplicità e non si può negare alla piccola orchestra una tessitura timbrica di toccante poesia.

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Alla fine del 1776, come si ricava da due lettere di Leopold Mozart, Wolfgang scrisse per Brunetti l'Adagio in mi maggiore K. 261: anche in questo caso si tratta, con tutta probabilità, di un brano alternativo, destinato a prendere il posto del movimento lento nel Concerto K. 219. Pare infatti che Brunetti trovasse quest'ultimo troppo «studiato», cioè troppo complesso: Mozart, allora, sostituì all'alta concentrazione espressiva di quell'Adagio un brano dalle minori pretese, più solare e immediato, che si adattava meglio al gusto dominante a Salisburgo. Il nuovo Adagio è anch'esso in forma-sonata e utilizza due flauti al posto degli oboi; i violini dell'orchestra, inoltre, suonano dall'inizio alla fine con la sordina.

Claudio Toscani

Guida all'ascolto 3 (nota 3)

Mozart in diverse circostanze si applicò alla composizione di singoli movimenti di concerto, per compiacere un determinato solista: l'italiano Antonio Brunetti, attivo a Salisburgo dal 1776 in qualità di Konzertmeister. Per Brunetti Mozart scrisse tre movimenti di concerto, un Adagio K. 261, un Rondò K. 269/261a e un altro Rondò K. 373. All'origine dei brani si pongono diverse motivazioni.

L'Adagio K. 261 fu pensato come movimento sostitutivo del tempo centrale del Concerto K. 219, forse troppo impegnativo per Brunetti. Sebbene pochi mesi separino il Concerto K. 219 dall'Adagio K. 261, l'Adagio mostra una sensibile evoluzione stilistica, ed è inoltre una delle pagine più felici destinate dal compositore allo strumento ad arco. Già la breve introduzione orchestrale (organico: archi e coppie di flauti e corni) definisce l'ambientazione intima, lirica e soffusa dell'intera pagina; la linea del solista è levigatissima e continuamente rinnovata nelle curvature melodiche; da notare, nella sezione centrale, il giro continuo di modulazioni che porta il solista alla riesposizione; questa poi non è pedissequamente testuale, ma piuttosto libera.

Arrigo Quattrocchi


(1) Testo tratto dal progrmma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma Auditorio di Via della Concliazione, 22 maggio 1983
(2) Testo tratto dal libretto inserito nel CD allegato al n. 100 della rivista Amadeus
(3) Testo tratto dal progrmma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 24 ottobre 1991

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Ultimo aggiornamento 10 febbraio 2014
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