Glossario



Concerto per pianoforte n. 14 in mi bemolle maggiore, K. 449

Musica: Wolfgang Amadeus Mozart
  1. Allegro vivace (mi bemolle maggiore)
  2. Andantino (si bemolle maggiore)
  3. Allegro ma non troppo (mi bemolle maggiore)
Organico: pianoforte, 2 oboi e 2 corni ad libitum, archi
Composizione: Vienna, 9 febbraio 1784
Prima esecuzione: Vienna, Trattnerschen Saal, 17 marzo 1784
Edizione: Andrè, Offenbach 1792
Dedica: Barbara Ployer

Guida all'ascolto (nota 1)

Il 16 marzo 1781, richiamato dall'Arcivescovo Colloredo che vi si trovava per rendere omaggio al neo Imperatore Giuseppe II, Mozart giungeva a Vienna. Si trattava di obbedire - ma per l'ultima volta - al detestato e dispotico Princeps di Salisburgo: «Il signor Arcivescovo ha la bontà di farsi bello col suo personale; di rubargli il merito e di non pagarlo. Ieri alle quattro abbiamo già fatto musica. Oggi andremo dall'ambasciatore di Russia, principe Golicyn. Voglio un pò vedere se mi pagheranno o no». Vienna era «il miglior luogo del mondo» per il mestiere di musicista e Mozart tremava all'idea di tornare a Salisburgo. Il 9 maggio 1781 avviene il distacco definitivo: «Non voglio più saperne di Salisburgo! Odio l'Arcivescovo alla follia!» E nonostante la pressante disapprovazione del padre si trasferisce in Petersplatz, nella accogliente casa delle sorelle Weber. Qui nasce l'amore per Constanze, sorella della più difficile Aloysia sposatasi nel frattempo con l'attore Josef Lange.

Costanze, il cui nome è dato alla protagonista del Ratto del Serraglio, è «la mia buona, la mia cara Costanze,... la martire della situazione e forse proprio per questo è la più buona, la più brava e, in una parola la migliore». Con i suoi "occhietti neri" e la sua "bella figura" conquistò Mozart, anche se non sarà mai accettata da Leopold e da Nannerl.

Vienna significava anche per Mozart l'incontro tanto atteso con Haydn, cui dedicò con autentica devozione filiale i sei magistrali Quartetti «frutto di una lunga e laboriosa fatica». E ancora il vorticoso mondo del teatro: i librettisti geniali e libertini, le primedonne affascinanti e capricciose, gli impresari, i comprimari, le "cabale" dei musicisti rivali.

Nella capitale dell'Impero vi erano allora due teatri di alto livello, il Burgtheater e il Teatro di Porta Carinzia, entrambi protetti dall'Imperatore e con un repertorio di opere italiane, francesi e tedesche. Fra il 1778 e il 1782 il Burgtheater venne rinnovato su impulso di Giuseppe II e assunse il nuovo nome di Teatro Nazionale Tedesco. L'intenzione era quella di creare un'opera in lingua nazionale che, nei programmi riformistici dell'imperatore, doveva rappresentare più adeguatamente dell'aristocratica opera italiana i gusti e la sensibilità delle classi emergenti. Con Die Entfuhrung aus dem Serail (Il Ratto del Serraglio) Mozart avrebbe segnato il punto più alto di questa breve stagione creando un capolavoro che, mescolando abilmente esotismi e principi morali di ispirazione illuminista e massonica, esprimeva anche tutto il fervore e l'eccitazione vitale di quei primi anni viennesi.

Accanto alle feste mascherate nelle sale del Ridotto o nella nuova spaziosa casa, per cui chiede al padre di inviargli al più presto da Salisburgo un costume di Arlecchino, Mozart coltiva a Vienna nuovi ideali umanistici in sintonia con il governo illuminato di Giuseppe II. Il 4 dicembre 1784 è ufficialmente iniziato alla massoneria i cui ideali di tolleranza e fratellanza lo attraevano da tempo e avranno, come si sa, una grande influenza su tutta l'ultima fase della sua attività. Giuseppe II aveva messo in pratica le idee massoniche concedendo la libertà di culto e abolendo la servitù dei contadini. I privilegi aristocratici ed ecclesiastici erano stati limitati e, al contrario, le aspirazioni della nuova classe borghese erano sostenute. In questo clima si diffonde, in una capitale affamata di musica come Vienna, il sistema dei concerti per sottoscrizione, garantiti da un gruppo di abbonati appartenenti per lo più alla borghesia e alla piccola nobiltà.

Il primo concerto da libero professionista tenuto da Mozart a Vienna ebbe luogo il 3 aprile 1781 in una delle tradizionali Accademie della Società dei Musicisti, fondata nel 1771 per aiutare le vedove e gli orfani dei musicisti. Per Mozart era molto importante presentarsi al pubblico viennese in un concerto a cui avrebbe presenziato anche l'Imperatore e che poteva contare su un'orchestra di oltre cento elementi. Il programma comprendeva «una Sinfonia [probabilmente la parigina K. 297]... Poi Herr Bitter Mozart suonerà da solo al pianoforte. Egli fu qui già quando era un bambino di sette anni e già allora ricevette l'applauso generale del pubblico, in parte grazie alle sue capacità di compositore, ma anche in considerazione dell'arte in generale e della eccellenza e delicatezza delle sue interpretazioni alla tastiera». Si apriva così una felice stagione che vide Mozart comporre ben quindici Concerti per pianoforte e orchestra spesso presenti insieme a Sinfonie e Arie da concerto in serate musicali di inusitata lunghezza.

Dapprima Mozart fece riferimento ai Concerti dei Dilettanti creati dall'impresario di Regensburg Philip Jakob Martin cui Giuseppe II concesse una sala nei giardini dell'Augarten all'entrata dei quali aveva fatto porre la scritta Allen Menschen durch ihren Schutzer (Per tutti gli uomini dal loro protettore). Poi, durante la quaresima del 1784 si lanciò da solo nell'impresa organizzando un grande concerto al Burgtheater che segnò l'apice della sua carriera e della sua fama. In quell'anno l'elenco dei sottoscrittori dei suoi concerti comprendeva tutta la grande aristocrazia di Vienna, dagli Esterhàzy ai Lichnowsky, dal principe Galitzin al barone van Swieten. Quest'ultimo, cultore di Bach e Händel, organizzava nel suo palazzo esecuzioni private di oratori e cantate dei grandi maestri dimenticati ed ebbe il merito di far conoscere a Mozart, anche commissionandogli trascrizioni e adattamenti, gli oratori di Händel e le fughe di Bach. Al centro dell'attività mozartiana negli anni d'oro viennesi si impone, insieme alle voci e al teatro, il pianoforte. Nel 1777 ad Augusta Mozart si era entusiasmato per i pianoforti del costruttore Stein, dotati del meccanismo dello scappamento che permetteva di far cessare le vibrazioni subito dopo la percussione del tasto. Il pianoforte usato da Mozart a Vienna era invece opera del celebre costruttore Anton Walter - si conserva tuttora al Mozarteum di Salisburgo - ed era dotato di pedaliera e di un suono leggero e cristallino senz'altro meno potente di quello dei contemporanei pianoforti inglesi prediletti da Clementi e poi da Beethoven. Il pianoforte Walter di Mozart valorizzava la tecnica dello staccato e permetteva una grande fusione con gli strumenti a fiato.

A partire dal 1872, cioè dai tre Concerti K. 413, K. 414 e K. 415, Mozart affronta sistematicamente la forma del Concerto per pianoforte e orchestra. In una lettera al padre così si esprime: «I Concerti sono in effetti qualcosa di mezzo fra troppo difficile e troppo facile: sono molto brillanti, blandiscono piacevolmente l'orecchio, senza ovviamente diventare superficiali. Qua e là ci sono dei pezzi da cui solo i conoscitori possono trarre soddisfazione ma in modo tale da risultare gradevoli anche al profano, senza che questo si renda conto del perché».

Pur riferendosi ai primi tre Concerti viennesi questa puntuale definizione dei propri lavori può essere estesa a gran parte dei Concerti successivi. Dopo la forte impressione avuta a Londra dall'ascolto dei Concerti di Johann Christian Bach, Mozart aveva avuto fino ad allora pochissime occasioni di confrontarsi con il Concerto pianistico; a Salisburgo nel 1777 la pianista francese Jeunehomme gli aveva ispirato il Concerto in mi bemolle maggiore K. 271, capolavoro di pura e precoce genialità che anticipa di alcuni anni la splendida serie della maturità. A Vienna è lui a stabilire il successo del Concerto pianistico assommando la brillantissima tecnica di virtuoso della tastiera alla piena padronanza della scrittura orchestrale. Mozart affronta i problemi compositivi del Concerto con grande determinazione, in un'avventura artistica e sperimentale che non si accontenta mai dei risultati raggiunti. Ogni elemento del gioco, dal rapporto fra tema principale e temi secondari a quello della distribuzione del materiale fra il solo e il tutti e, più in dettaglio, fra il solista e alcuni strumenti dell'orchestra, è trattato con fantasia inventiva costante, inserita in un impianto formale di riferimento ma non costrittivo.

Il Concerto in mi bemolle maggiore K. 449 è il primo di una serie di sei Concerti scritti nel 1784. Mozart ne parla in una lettera del 26 maggio come di «un Concerto di tipo particolare, più indicato per una piccola orchestra che per una grande». L'organico orchestrale non prevede infatti strumenti a fiato obbligati ma solo due oboi e due corni ad libitum.

Mozart cominciò a scrivere il Concerto - gran parte del primo movimento - nell'estate 1782, forse prima del Concerto in la maggiore K. 414, per poi riprenderlo in mano un anno e mezzo dopo. Il Concerto fu eseguito dall'autore in una Accademia il 17 marzo, mentre pochi giorni dopo vi si cimentò una delle sue migliori allieve, Barbara von Ployer detta Babette, sorella del consigliere di corte Gottfried Ignaz von Ployer. Secondo testimonianze coeve pare che la signorina Ployer suonasse meravigliosamente il pianoforte tanto che Mozart scrisse per lei anche il grande Concerto in sol maggiore K. 453. Il Concerto in mi bemolle ebbe anche l'onore di figurare come primo numero nel catalogo tematico di tutte le proprie composizioni che Mozart cominciò a stilare all'inizio del 1784.

Il carattere intimo di Concerto da camera non esclude la ricca elaborazione tematica e contrappuntistica, soprattutto nel finale, e gli accenti di maestosità, così strettamente legati al tono di mi bemolle maggiore (si pensi al Concerto K. 482).

Nell'Allegro vivace iniziale ai due temi principali contrastanti, presentati dall'orchestra in un'ampia ed elaborata esposizione, il pianoforte risponde con raffinate variazioni ornamentali e con un nuovo tema cantabile. Nello sviluppo piccoli frammenti del primo tema vengono elaborati in contrappunto doppio senza però compromettere la trama leggerissima del discorso.

Il magnifico Andantino si dipana morbidamente su un tema di grande espressività e attraverso modulazioni inattese.

Nel finale, Allegro ma non troppo, Mozart utilizza il contrappunto osservato con tanto di moduli melodici arcaizzati adattandolo ai criteri di leggerezza e brillantezza del finale di Concerto. La forma è quella del Rondò Sonata con un solo episodio di contrasto; la varietà è però assicurata dalla ricchezza delle modulazioni - nella ripresa si tocca l'insolita tonalità di re bemolle minore - e dalla elaborazione ritmica e motivica del tema principale.

Giulio d'Amore


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 20 novembre 1997

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Ultimo aggiornamento 30 novembre 2012
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