Glossario



Concerto per pianoforte n. 27 in si bemolle maggiore, K 595

Musica: Wolfgang Amadeus Mozart
  1. Allegro (si bemolle maggiore)
  2. Larghetto (mi bemolle maggiore)
  3. Allegro (si bemolle maggiore)
Organico: pianoforte, flauto, 2 oboi, 2 fagotti, 2 corni, archi
Composizione: Vienna, 5 Gennaio 1791
Prima esecuzione: Vienna, Jahnscher Saal, 4 Marzo 1791
Edizione: Artaria, Vienna 1791

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Quando l'impresario Johann Peter Salomon giunse a Vienna per trattare con Haydn il suo soggiorno inglese, contattò anche Mozart per fargli un'offerta alle stesse condizioni. Sembra però che Mozart non abbia dato alcun seguito a questa proposta, così come non aveva preso in considerazione la lettera che l'amministratore dell'Opera italiana a Londra, Robert Bray O'Reilly, gli aveva fatto recapitare nell'ottobre 1790. O'Reilly gli offriva di rimanere in Inghilterra per alcuni mesi, al massimo fino a giugno 1791, con l'obbligo di scrivere due opere teatrali per un cachet di 300 sterline, corrispondenti alla cospicua cifra di 3000 fiorini austriaci. Probabilmente Mozart non se la sentì di lasciare sola la moglie, all'epoca in condizioni incerte di salute. Era inoltre impegnato in "casa" su vari fronti: si era attivato, dopo la morte di Giuseppe II e l'elezione di Leopoldo I, per il mantenimento e magari il miglioramento delle proprie condizioni a corte; si era anche mosso perché il suo valore di compositore nell'ambito della musica sacra venisse riconosciuto a corte e presso le più importanti istituzioni religiose viennesi; il teatro musicale lo impegnava anche nel continente, con riprese dei suoi drammi giocosi e con nuove composizioni. In più c'era l'attività di interprete, alla quale Mozart destinava, non dimentichiamolo, parte delle sue energie creative, attività che lo impegnava in manifestazioni di variegata importanza.

Proprio in una di queste occasioni, il 4 marzo 1791, egli presentò il Concerto per pianoforte e orchestra K. 595, iniziato nel 1788, messo da parte e poi terminato nel gennaio del 1791, ultima sua composizione del genere. L'esecuzione avvenne nei locali (era forse un ristorante) di un certo signor Jahn, durante un'"accademia" (cioè un'esibizione musicale con più autori ed esecutori) a beneficio del clarinettista Joseph Bähr. Ecco un "avviso" dell'epoca che da notizia di quella serata: «II signor Bähr, compositore di corte presso sua maestà l'imperatore di Russia, venerdì prossimo 4 marzo avrà l'onore di esibirsi più volte al clarinetto nei locali del signor Jahn in una grande accademia musicale. Nel corso della stessa serata canterà la signora Lange e il maestro di cappella Mozart suonerà un concerto sul fortepiano». La disponibilità di un'orchestra ridotta per via del limitato spazio dei locali, la necessità di calibrare i tempi in base alle esigenze degli altri solisti, furono aspetti che, oltre agli ovvi bisogni espressivi, spinsero forse Mozart ad approntare un Concerto più contenuto per lunghezza ed organico rispetto alle precedenti produzioni per pianoforte e orchestra. Il Concerto K. 595 è infatti un ibrido tra un Concerto vero e proprio e una creazione cameristica. Possiede dunque la brillante fluidità dialogica del Concerto e la ricercatezza di certe scelte cameristiche. Di mediare fra questi aspetti si incarica una scrittura pianistica composta e scorrevole.

Il primo movimento, Allegro, ha natura enigmatica avvertibile già dall'inizio: sembra viaggiare su binari galanti e nello stesso tempo introduce reiterate interruzioni; porta in campo una magica leggerezza e al contempo una recondita complessità espressiva. Durante gli interventi solistici, l'accompagnamento orchestrale interviene in modo molto parco, dando quasi una sfumatura di mistero all'eloquio del pianoforte. La rapida oscillazione tra modo maggiore e modo minore conferisce alla musica un mobilissimo chiaroscuro. La scrittura contrappuntistica, sempre dosata con sapienza comunicativa, è un tratto notevole dello sviluppo (la parte centrale del brano nel quale si elaborano i temi precedentemente uditi) alla fine del quale ci parrà quasi di levitare per la morbidezza dell'effetto con cui torna il tema d'apertura del brano. Il trattamento generale del ritmo ha qualcosa di ipnotico per la regolarità delle scelte.

Ipnotico è anche il secondo tempo, Larghetto, che si caratterizza per il morbido fascino melodico della Romanza, affidata dapprima al pianoforte e poi all'orchestra: è la citazione di una melodia tratta dall'opera La fedeltà premiata di Haydn. Tutto sembra estremamente semplice eppure inafferrabile. Sono poche note ma non desideriamo di più.

Parole valide anche per il finale, Allegro, nell'esordio del quale Mozart utilizza una melodia tratta da un Lied che stava scrivendo in quei giorni, Sehnsucht nach dem Frühling (Nostalgia di primavera, K. 596). Ed è in effetti un vago senso di nostalgia, come una rimembranza di primigenia felicità, che il movimento, e tutto il concerto, sembra evocare. Sconfinamenti nel modo minore, brioso andamento ritmico, tratti di elaborazione contrappuntistica, inaspettata suggestione timbrica; la speranza è che il Concerto non concluda mai.

Di quel 1791 Mozart vide poi la primavera e l'estate che seguì; l'ultima della sua vita: morì il 5 dicembre di quello stesso anno. Le sue stagioni erano finite; quelle della sua musica, per nostra grande fortuna, erano appena iniziate.

Simone Ciolfi

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

È l'ultimo Concerto di Mozart ed uno dei più fortunati dell'intera sua produzione. Una composizione che, sebbene annotata sul catalogo delle composizioni che Mozart stesso redigeva, il 5 gennaio 1791, risale probabilmente agli ultimi anni Ottanta. Il ritardo dell'annotazione sul proprio catalogo è spiegabile con la stesura completa della composizione realizzata solo in vista dell'esecuzione del 4 marzo di quell'anno nel corso di un'accademia tenuta dal clarinettista Josef Beer. Analogamente a quanto succede per altre composizioni dell'ultimo anno di vita anche il Concerto in Si bemolle presenta quelle caratteristiche stilistiche, come l'attenuarsi dei contrasti, l'estrema fluidità delle idee, la padronanza dell'uso delle più complesse tecniche compositive, che hanno fatto parlare più di un critico di un "tardo stile" cui la prematura scomparsa del compositore non ha concesso ulteriori esiti. D'altro canto il carattere introspettivo della composizione, che presenta un'orchestra senza trombe né timpani, l'elaborato dialogo tra solista ed orchestra, che si intrecciano in un fittissimo gioco di motivi e di modulazioni, pongono questo Concerto in una posizione isolata rispetto al grosso della sua produzione concertistica. Nel primo movimento l'abbondanza di idee tematiche che si svolgono senza apparenti contrasti e con grande naturalezza non scardina la calcolata strutturazione in forma-sonata. Pur nella varietà del materiale utilizzato, Mozart riesce infatti nell'intento di conferire al movimento una grande unitarietà, uno scopo perseguito senza alcuno sforzo apparente, anzi tramite una notevole eleganza e fluidità del discorso musicale. L'esposizione, affidata al tutti orchestrale, viene ripresa e sviluppata dal solista, solo lunghi accordi tenuti dei fiati indicano che ci si sta avviando verso la sua conclusione e verso l'inizio dello sviluppo. Questo inizia nella tonalità di si minore, lontanissima dal si bemolle maggiore di impianto, tonalità che viene raggiunta in modo del tutto naturale. Il discorso prosegue con dialoghi sempre più serrati tra il solista e l'orchestra, anche con elaborazioni contrappuntistiche di elementi tematici. Il secondo movimento, organizzato in forma di Lied con una sezione centrale contrastante, inizia con l'esposizione del tema principale affidata al pianoforte senza alcun accompagnamento in un momento di assoluta magia. Chiude la composizione un finale, introdotto dal solista, in forma di rondò il cui tema principale, di una semplicità e bellezza disarmante, è stato utilizzato da Mozart anche per il Lied Komm, lieber Mai.

Andrea Rossi Espagnet

Guida all'ascolto 3 (nota 3)

Con il Concerto per pianoforte K. 595, dai primi anni del soggiorno viennese di Mozart ci trasferiamo agli ultimi: il Concerto, infatti, è portato a termine nei primi giorni di gennaio del 1791, l'anno che si concluderà con la morte del compositore. Il K. 595 è l'ultimo dei concerti per pianoforte e orchestra composti da Mozart, il quale lo esegue il 4 marzo 1791, nel corso di un'accademia che coincide con una delle sue ultime apparizioni pubbliche a Vienna. A quel concerto, Mozart non interviene da protagonista: la sua esibizione fa da contorno a quella del clarinettista Josef Beer. Segno, probabilmente, che la fortuna di Mozart presso il volubile pubblico viennese è ormai in declino. Ma Mozart, a quell'epoca, parla un linguaggio che non è fatto per solleticare orecchie amanti della socievolezza scorrevole o dei facili effetti appariscenti.

Con le ultime opere composte da Mozart, il Concerto K. 595 condivide l'introspezione, l'intimismo di un atteggiamento più cameristico che concertistico. Non è diverso dagli altri concerti mozartiani per rimpianto formale, lo è invece per l'atteggiamento espressivo: sembra rivolto meno al pubblico che a un ascoltatore ideale. Manca degli slanci appassionati o della vivacità trascinante che permeano altri lavori, ed è ricco invece di idee melodiche, semplici come quelle di un Lied popolare; vi si ritrova il tono dei Quartetti K. 589 e K. 590, del Concerto per clarinetto K. 622, di tante pagine del Flauto magico. Il lirismo prevale sul dramma e sul pathos; ma si tratta di un lirismo intimista e decantato, di un linguaggio rassegnato sino alla sublimazione. La tecnica esibita dal solista è poco appariscente, il virtuosismo è strettamente subordinato all'idea musicale; tra pianoforte e orchestra si dà un equilibrio perfetto, che sceglie la via dell'intreccio strettissimo anziché quella dell'opposizione dialettica. Con questo capolavoro, Mozart prendeva commiato da un genere che lui stesso aveva creato, e al quale aveva consegnato alcune delle sue composizioni più sublimi.

Sin dall'Allegro iniziale è subito chiaro che il tono socievole di molti concerti viennesi, con ciò che resta dello stile galante, è abbandonato in favore di inflessioni personali, di impennate espressive, di divagazioni meditabonde. Il tema principale nasce sommesso, quasi in sordina, da una tranquilla battuta d'accompagnamento: lontano quindi dal modo chiassoso con cui inizia solitamente un concerto. Nell'Esposizione, le melodie fioriscono: al primo tema ne seguono un secondo, morbido e disteso, e un terzo, increspato da acciaccature. Il discorso riserva la sorpresa di frequenti inflessioni inattese, come l'episodio in modo minore alla fine del Tutti orchestrale o quello che nell'Esposizione solistica introduce un nuovo motivo e divaga toccando tonalità lontane. Ma la sorpresa è creata, in molti altri luoghi, anche dai cromatismi, dagli sforzato e dai crescendo, dagli unisoni che increspano l'eloquio e vi introducono tensioni. Un linguaggio complesso, che tuttavia non disturba la cantabilità pervasiva del movimento né la grazia delle sue linee melodiche.

Il Larghetto, in semplice forma di Lied tripartito, assume i toni di una romanza: il pianoforte espone il tema sottovoce, con dolcezza; il movimento conserva sino alla fine l'espansività melodica della romanza, che qui tuttavia è più contenuta, temperata da una cantabilità più dolorosa. Il tema principale impiegato da Mozart proviene da un dramma pastorale di Haydn, La fedeltà premiata: si tratta del tema che introduce il recitativo di Fileno «Bastano i pianti... è tempo di morire»; il movimento mozartiano sembra sviluppare sino in fondo l'atteggiamento emotivo implicito nelle parole del personaggio haydniano.

Nel rondò conclusivo (Allegro, impostato nella consueta forma del rondò-sonata) un'atmosfera di spensierata gaiezza sembra prevalere su tutto: il tono generale è dato dal tema principale, giocoso, quasi infantile nella sua semplicità. Mozart impiega un tema strettamente affine nel Lied K. 596 «Sehnsucht nach dem Frühling» (Nostalgia di primavera), composto pochi giorni dopo il Concerto K. 595 e ispirato alla gioia per il ritorno della bella stagione. Nel rondò, come nel Lied, risuonano gli accenti di quella esuberanza eufonica, di quel tono semplice e popolare che è una costante nelle opere dell'ultimo Mozart e che troverà espressione, di li a poco, nelle arie di Papageno e in tante altre pagine del Flauto magico.

Claudio Toscani


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 15 Maggio 2010
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 20 febbraio 1997
(3) Testo tratto dal libretto inserito nel CD allegato al n. 129 della rivista Amadeus

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Ultimo aggiornamento 7 febbraio 2017
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