Glossario



Quartetto per archi n. 17 in si bemolle maggiore "La caccia", K 458

Musica: Wolfgang Amadeus Mozart
  1. Allegro vivace assai (si bemolle maggiore)
  2. Minuetto moderato (si bemolle maggiore)
  3. Adagio (mi bemolle maggiore)
  4. Allegro assai (si bemolle maggiore)
Organico: 2 violini, viola, violoncello
Composizione: Vienna, 9 Novembre 1784
Edizione: Artaria, Vienna 1785
Prima esecuzione: Vienna, Großer Redoutensaal del Burgtheater, 15 Gennaio 1785
Dedica: Franz Joseph Haydn

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Mozart compose il primo dei suoi trenta Quartetti per archi a Lodi il 15 marzo 1770: aveva quattordici anni ed era al suo primo viaggio in Italia. Allora il quartetto per archi era legato alle vecchie consuetudini e la musica da camera non aveva una fisionomia strumentale ben precisa e adeguatamente caratterizzata dal dialogo e nel rapporto fra i due violini, la viola e il violoncello. Fu Haydn che diede impulso e sistemazione formale a questo genere musicale, poi arricchito e reso più armonico e organico da Mozart, il quale compose sei quartetti tra il 1782 e il 1785 e li dedicò ad Haydn con una lettera divenuta famosa e scritta in italiano, che allora era la lingua dei musicisti. I sei Quartetti, definiti da Mozart figli, sono: quello in sol maggiore K. 387, quello in re minore K. 421, quello in mi bemolle maggiore K. 428, quello in si bemolle maggiore K. 458, quello in la maggiore K. 464, e infine quello in do maggiore K. 465, definito "Quartetto delle dissonanze" per alcune arditezze armoniche insolite per quel tempo (siamo al 1785, ma Mozart preannuncia soluzioni tecniche che diverranno usuali molto tempo dopo).

Il Quartetto in si bemolle maggiore K. 458 fu scritto a Vienna il 9 novembre 1784 e reca il sottotitolo "La caccia", attribuito forse dall'editore Artaria, per il gusto un pò rustico del primo tema dell'Allegro assai vivace. Il discorso musicale s'impone subito per varietà di passaggi strumentali sino ad una cadenza su toni sfumati, indicata in partitura "calando, pianissimo". Il primo violino espone un nuovo tema, molto cantabile e di carattere pastorale: viene ripreso all'ottava superiore, su accompagnamento del secondo violino e con l'appoggio della viola e del violoncello. Tra i quattro strumenti s'intreccia un interessante gioco di imitazioni, con domande e risposte di squisita eleganza e festosità espressiva. Viene proposta quindi una coda di tono brillante, iniziata dai due violini e rilanciata dagli strumenti bassi. Segue un Minuetto moderato dalla linea delicatamente melodica, così da far pensare ad un Andante. Il tema del primo violino passa al secondo violino e alla viola nella tonalità di do minore, mentre il violoncello disegna una modulazione in si bemolle minore, così da creare un clima espressivo di misteriosa purezza musicale. Il gruppo delle quattro note ascendenti si arresta sul re bemolle e apre la strada al successivo Adagio in mi bemolle, dove tutto si svolge con semplicità di straordinaria finezza estetica.

L'Allegro assai in 2/4 del finale è un rondò, annunciato dal primo violino e rilanciato poi dagli altri strumenti in un gioco ritmico a più soggetti. Lo sviluppo del dialogo a imitazioni è ben calcolato negli effetti e termina con un ritornello nella coda: ritornello analogo a quello terminale del primo movimento, ma più lungo di due misure.

Il Quartetto in si bemolle maggiore ancora oggi suscita emozione per quel senso di profonda poesia racchiuso nell'Adagio, in cui già si preannunciano certe elegantissime inflessioni di canto affidate al personaggio di Tamino nel primo atto del Flauto magico.

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Tra i primi tre (in ordine di tempo) e i successivi Quartetti destinati a costituire l'op. X, corre un intervallo di una quindicina di mesi, riempiti dalla composizione, tacendo d'altro, dei primi grandi concerti viennesi per pianoforte e di alcuni mirabili saggi di musica da camera con pianoforte. Il Quartetto in si bemolle maggiore K.458 - quarto nell'ordine della composizione, terzo in quello editoriale - deve lo spurio nomignolo "La caccia" al ritmo binario composto, assegnato al primo tempo, ritmo che il codice retorico della figuralità strumentale settecentesca collega a immagini venatorie. Ma l'andamento e il carattere di questo brano fanno piuttosto pensare alla distesa, fiorente amabilità "pastorale" di un suo futuro omologo spirituale, il primo tempo del Trio in mi bemolle op, 70 n. 2 di Beethoven. La sua unitarietà tematica è più apparente che reale, giacché, a differenza di quanto avviene in Haydn, il tema iniziale e le sue figure complementari nel corso del movimento si articolano in derivati provvisti di evidente autonomia motivica. La novità, in questo sviluppatissimo primo tempo, è bensì costituita dalla poderosa "coda", tra le più lunghe ed elaborate mai composte da Mozart, aperta nei modi di uno "stretto", o piuttosto cadenza in tempo, mediante un vigoroso canone alla quinta tra i due violini su pedale di dominante e conclusa con una festosa apoteosi.

Il breve Minuetto, significativamente collocato subito dopo un primo movimento di tale imponenza, colora di varie iridescenze armoniche la sua frase principale, caratterizzata da un'insistita polarità della tonica, ricorrente sul tempo forte per ben cinque misure su otto. L'aspirazione più contemplativa che dinamica del Quartetto trova conferma nel suo Adagio che si richiama al movimento lento di quello in sol maggiore per le sue collusioni con i vasti "cantabili" esemplificati da Haydn, di gran lunga superati per il fervore delle temperie inventiva e la complessità delle interrelazioni sottese tra la linea melodica e il movimento delle parti subalterne. Il momento eccelso di questo sistema di rapporti è dato dall'affiorare estatico della seconda idea sonatistica, in una progressione melodico-armonica di sapore assolutamente schubertiano. Anche nell'Allegro assai conclusivo, il più grandioso finale quartettistico sinora mai scritto da Mozart, l'esempio haydniano non tanto viene qualitativamente superato, quanto distanziato per l'approccio sostanzialmente diverso alla struttura sonatistica. Approccio che lungi dal mortificare l'esuberanza motivica (i temi, tutti assai significativi, questa volta sono tre, il secondo dei quali collocato come luminoso corridoio tra le due sezioni dell'esposizione) la pone a confronto con le energie irruenti di un'acquisita padronanza delle tecniche e degli spiriti dell'elaborazione, in un esito di trascendente equilibrio.

Giovanni Carli Ballola


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 28 Aprile 1989
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 14 novembre 2013

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Ultimo aggiornamento 17 luglio 2013
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