Glossario



Quartetto per archi n. 15 in re minore, K1 421, K6 417b

Musica: Wolfgang Amadeus Mozart
  1. Allegro (re minore)
  2. Andante (fa maggiore)
  3. Minuetto e trio. Allegretto (re minore)
  4. Allegro ma non troppo (re minore)
Organico: 2 violini, viola, violoncello
Composizione: Vienna, 14 - 17 Giugno 1783
Prima esecuzione: Vienna, Großer Redoutensaal del Burgtheater, 15 Gennaio 1785
Edizione: Artaria, Vienna 1785
Dedica: Franz Joseph Haydn

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Il Quartetto K. 421, secondo dei sei dedicati ad Haydn, fu completato nel giugno del 1783, ed è l'unico in minore dell'intero ciclo. Composto nella tonalità di re minore, condivide drammatiche atmosfere con capolavori quali il Concerto per pianoforte e orchestra K. 466, l'Ouverture del Don Giovanni, la grande Aria della Regina della Notte nel secondo atto del Flauto Magico, fino alle pagine incompiute del Requiem, tutti composti in quella tonalità. Tale carattere si rivela fin dall'esordio dell'Allegro moderato, improntato al fine gioco dialogico fra gli strumenti, alla perfetta elaborazione tematica, all'impiego espressivo del cromatismo; il secondo tema, in fa maggiore, di apparente serenità, assume nuove connotazioni solo più tardi, quando nella ripresa viene riproposto in minore. Nel magistrale sviluppo Mozart si avvale di una scrittura contrappuntistica più serrata; poetica appare la preparazione alla ripresa su un pedale di La del violoncello. La tristezza assume toni finora inesplorati, che si stemperano nella rassegnazione di una breve coda. Anche il secondo movimento, il limpido Andante in fa maggiore - in apparenza pausa meditativa della partitura - conserva in realtà quel tratto dolente nei forti accenti dinamici e nel gioco chiaroscurale dei passaggi di modo maggiore/minore. La struggente sezione centrale (fa minore) racchiude un trasognato episodio in la bemolle maggiore; l'effimero momento di pura elegia ci sorprende inatteso: dopo una sospensione sul do minore la linea melodica del violino primo "discende" dall'alto, non preparata da modulazioni, su di un lungo pedale di la bemolle. Lontano da tensioni antagoniste e gerarchle tonali, Mozart si avvale qui di uno "scarto" armonico che anticipa la sintassi del linguaggio schubertiano.

Il Menuetto (Allegretto) ci riconduce alla tonalità minore d'impianto; secondo H. Abert, domina nel brano un tono "caparbio e combattivo": Mozart rifugge qui dalla simmetria delle canoniche otto battute dilatando il periodo iniziale a dieci battute, con una notevole complessità di metro. L'accentuazione dinamica e armonica sembra contraddire il corso regolare, mentre la condotta delle parti rende indistinti i contorni delle singole sezioni. Mozart gli oppone il più netto contrasto possibile nel Trio (re maggiore) - un soave idillio d'impronta galante che riecheggia le atmosfere campestri del Divertimento K. 334 - in cui il primo violino intesse aeree figurazioni in un incalzante ritmo lombardo sul delicato pizzicato scandito dagli altri strumenti.

Il movimento conclusivo (Allegro ma non troppo, in re minore), un tema con variazioni, costituisce un esplicito omaggio ad Haydn, richiamando l'analogo movimento del suo Quartetto Op. 33 n. 5. Significativa è la scelta della forma della variazione: ripiegato in una sorta di rassegnazione, Mozart si chiude entro l'approfondimento di un solo stato d'animo. Il tema, bipartito, è una semplice pastorale in ritmo di Siciliana (6/8), seguito da quattro ampie variazioni che ne sottraggono progressivamente l'iniziale purezza: la prima è caratterizzata dalle agili "improvvisazioni" in semicrome del primo violino, la seconda da una complessa figurazione sincopata ottenuta con la giustapposizione di ritmi differenti; nella terza e quarta (re maggiore) sono la viola e il violoncello ad emergere in un dialogo più serrato tra le parti. Segue, a conclusione, la ripresa del tema di Siciliana in Più Allegro: l'intensificazione drammatica viene qui perseguita con l'introduzione di un'incalzante terzina di semicrome sulla nota ribattuta.

Federico Pirani

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Il secondo Quartetto dell'op. X, in re minore K.417b (421), è il più breve della serie. Un dato che non è mera curiosità, giacché l'estrema concentrazione strutturale e la tensione patetica che contraddistinguono il primo tempo, Allegro moderato, sono in realtà senza precedenti e con ben pochi rimandi futuri, forse soltanto nei rispettivi movimenti della Sonata in do minore K. 457 per pianoforte e nella Sinfonia in sol minore K. 550: dove però lo Schwung passionale e la concitazione drammaticistica sono altra cosa dall'incedere grave e dalla chiusa, desolata angoscia di questa pagina, che semmai può trovare una qualche affinità nel clima espressivo delle grandi Fantasie metabachiane per pianoforte degli anni '82-'85. Il climax tragico tocca il culmine nella parte centrale dello sviluppo, condotto questa volta (e a differenza di quanto era avvenuto nel primo tempo del Quartetto precedente, [Quartetto in sol maggiore, K 387 n.d.r.] informato ad uno spirito di maggiore libertà) nella più rigorosa ottemperanza al principio dell'elaborazione tematica, con assoluta esclusione cioè di materiali estranei a quelli proposti dall'esposizione. La presenza di aree tonali (come quel la minore raggiunto di sorpresa nella misura 46) introdotte senza apparenti ragioni funzionali, ma per puro raptus "espressionistico" ante litteram, va considerata nel quadro dello straordinario arricchimento e della turbolenza cui il linguaggio armonico mozartiano va incontro in questi anni che seguono immediatamente il fatale trauma bachiano delle riunioni domenicali in casa del barone van Swieten.

L'immensa tensione accumulata in questo primo movimento fa sì che il baricentro dell'intero Quartetto graviti su di esso, scaricandone il peso nei contrafforti costituiti dagli altri tempi nei quali, salve le impennate del Minuetto e della formidabile conclusione delle Variazioni, non si può non avvertire un progressivo allentarsi di quella morsa inesorabile. Questo nulla toglie al valore eccelso dell'Andante, in forma di romanza, pagina soave che s'apre a tratti ad esplosioni d'una violenza fonica di segno già beethoveniano, che valgono a correggere bruscamente i dolci contorni complessivi del disegno. Gli stessi repentini mutamenti di temperie espressiva faranno sì che al severo e rigorosamente costruito Minuetto faccia seguito un Trio dalle movenze mondane di divertimento salisburghese con violino solista. Come s'è detto, il panorama quetamente elegiaco delle Variazioni finali su un tema di siciliana derivato dalla Sonata in fa maggiore K. 374e (377) per pianoforte e violino (in realtà, di remota ascendenza gluckiana, traendo origine da un episodio del balletto Don Juan) viene alla fine attraversato dal fulmine di un epilogo, Più Allegro, dove Mozart riprende e porta a temperatura incandescente un'intuizione che già gli era balenata nella Sonata anzidetta. I contorni del quadro, ammorbiditi dalla recente incursione nel modo maggiore, si rapprendono come in una contrazione dolorosa; e in una scrittura fatta rapidamente asciutta e acuminata, tra il riaffiorare di quel cromatismo cui ancestralmente è collegata la tonalità di re minore, s'impone come dato strutturale di primo piano la microcellula costituita dalle note ribattute del tema, ora divenute gesto e grido affannoso. Senonché, con tratto di grandezza suprema, Mozart soffoca questo gesto e questo grido nel giro aulico di una cadenza di re maggiore, ristabilendo d'un sol colpo l'aura arcaicizzante e sacrale dell'inizio del Quartetto.

Giovanni Carli Ballola


(1) Testo tratto dal progrmma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 24 febbraio 2006
(2) Testo tratto dal progrmma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 14 novembre 1990

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Ultimo aggiornamento 17 luglio 2013
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